La suburra siracusana nel vuoto politico

Le vicende di questi giorni specchio della decadenza etico-civile nel governo della città. Vicende penose e pietose catturano un’opinione pubblica frastornata e turbata

 

E’ da sempre considerato un “luogo comune” la frase – il concetto, l’espressione – secondo cui «la politica non ammette “vuoti”», ed essa sta a significare che, nelle vicende politiche, lo spazio d’egemonia viene catturato da qualcuno (partito/soggetto/leader) o da qualcosa (una vicenda, un progetto, una denuncia eclatante, una idea-forza) che riesce a catalizzare l’attenzione dell’opinione pubblica, indirizzandone gli umori, gli atteggiamenti, traducendoli in alcuni casi in crescita dei consensi per chi ha avuto la capacità di mettere sul piatto comunicativo e mediatico questa determinata questione.

Se osserviamo la condizione surreale dello stato della politica a Siracusa in questi ultimi mesi (e siamo generosi!), possiamo tranquillamente ammettere e riconoscere che mentre viviamo contestualmente un assoluto “vuoto” di confronto anche aspro (ma che possa tradurre gli orientamenti differenti a scelte e decisioni istituzionali) su questioni che abbiano un’alta produttività politico-civile (governo del territorio, consolidamento di strategie di sviluppo sociale, avanzamento di alti standard strutturali relativi alle domande riguardanti la cultura, i Beni culturali e il turismo, luoghi periodici di confronto pubblico e istituzionali per ragionare sul futuro della città, ecc..), l’attenzione generale dell’opinione pubblica (un’opinione pubblica frastornata e turbata) è catturata da vicende penose e pietose, tutte o quasi tutte a scrivibili ad una sorta di “via giudiziaria al governo della città”.

Non che le vicende cui alludiamo – ne accenneremo a breve – non abbiano un loro alto rilievo civile, politico e sociale. Al contrario, esse, oltre ad essere specchio emblematico della decadenza del costume etico-civile, rappresentano l’epilogo drammatico dei vuoti profondi e preoccupanti cui è stata condotta (e ridotta) la politica (e il governo) della città, in questi ultimi anni.

Resta da dire che tali vicende – preoccupanti per la miseria culturale e politica, che fa loro da sfondo – coprono e riempiono tutto lo spazio possibile della politica cittadina: o meglio, mentre la decisione istituzionale sulle grandi questioni – il cuore dell’agire politico – latita, la nostra attenzione è catturata dal vortice di questioni certamente emblematiche, ma tuttavia periferiche, marginali – se solo pensiamo alla drammaticità sociale dei tempi che stiamo vivendo (disoccupazione alle stelle, nuove povertà, assenza di prospettive).

Quanto sta accadendo in queste settimane, con una Giunta sconvolta dalle vicende che lambiscono/toccano qualche amministratore e coinvolgono il Presidente del Consiglio comunale e alcuni consiglieri, messi sotto torchio dalla magistratura inquirente a seguito di una serie d’inchieste che hanno al centro delicate vicende amministrative – delibere, incarichi, concessioni, ricatti, bandi sospetti –, scaturite da denunce, conferenze stampa e interventi pubblici che, nel corso di questo anno, hanno connotato l’azione battagliera della consigliera comunale, Simona Princiotta (che ha rappresentato una sorta di mina vagante dentro l’arcipelago di un oscillante e ondivago PD in questi due anni), rappresentano l’epilogo fatale di un clima politico-istituzionale che, dopo l’esito fragile della vittoria di Garozzo nelle elezioni amministrative del 2013, presentava oggettivamente una sua intrinseca debolezza.

Il vaso di Pandora scoperchiato dall’azione demolitrice della Princiotta, e su cui investiga in questi giorni la magistratura, dà la misura della pochezza culturale, oltre che politica, di un vasto ceto politico-amministrativo, di là dalla piega giudiziaria che la vicenda potrà avere. Ci auguriamo che non esistano esiti penali per le figure coinvolte, tuttavia resta il fatto che il quadro pur frastagliato e confuso che viene fuori dalle notizie stampa e dal quadro investigativo mette a nudo l’aria di ricatto, di complicità e di favori di piccolo cabotaggio che hanno alimentato il consolidarsi sia del consenso elettorale sia dell’esistenza di “mance” su sui è venuta intrecciandosi la relazione tra ambienti di ceto politico-consiliare e “pezzi” di società.

Resta da dire che gran parte del ceto politico amministrativo siracusano, affermatosi sull’onda di un crescente giovanilismo “rottamatore” – immaginandosi pertanto erede di “nulla” e di nessuno –, si è avventurato nella presunzione incolta di rappresentarsi con il marchio de “il nuovo che avanza!”, pensando di fare terra bruciata – prima ancora che del contributo d’idee di persone portatrici di precedenti esperienze politiche – della necessità urgente di mettere “a sistema” un quadro di relazioni trasparenti, finalizzate a costruire soluzioni condivise di governo della città, per renderne più ampio il consenso.

Un metodo innanzitutto – questo era richiesto e questo occorreva! –, in modo da non ridare linfa alle logiche politiche sperimentate nell’ultimo decennio. Così dovrebbe agire davvero chi sa (o pretende di) essere “erede” di una stagione politica che è finita e che deve essere necessariamente innovata. Purtroppo, appare evidente, quale che sia l’epilogo di questa penosa vicenda, che un’eterogenesi dei fini lambisce e avvolge il destino dei rottamatori locali.

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