«Ti metto due!», come la società 2.0 degli adulti non si affranca dall’ansia da giudizio. Tutto cominciò con il sito e-bay, ma oggi il successo o l’insuccesso dipende dai “mi piace” spaparacchiati sul web
Quanti di voi sognano, ancora oggi – da adulti, padri e madri di famiglia, lavoratori part o full time – di trovarsi impreparati a un’interrogazione scolastica o di fare scena muta ad un esame universitario?
Nell’arco dell’infanzia e dell’adolescenza, siamo stati tormentati dalle valutazioni numeriche, dai giudizi di fine anno, dai voti sul registro che, nero su bianco, statuivano sull’ampiezza della nostra preparazione. Poi, dopo il diploma o la laurea, il mondo del lavoro si è aperto a noi (o ai più fortunati fra noi) e, con quello, sono arrivate delle valutazioni più sottili, più subdole a volte, diverse da quel due che macchiava il registro di classe.
Ma siamo davvero immuni – nell’era dei social network, di internet a tutto spiano e delle app per ogni evenienza – al giudizio altrui?
Tutto è cominciato, nel corso degli anni ’90, con eBay, sito di compravendita online che, per mettere al sicuro da transazioni fraudolente, ha permesso di assegnare un feedback (ossia un giudizio articolato in stelline fluorescenti) all’utente con cui si era entrati in contatto, per valutarne correttezza, velocità dei tempi di pagamento e di spedizione, disponibilità e cortesia.
Dal mondo del commercio il passo al mondo dell’amore è stato breve: Badoo permette di assegnare un giudizio – da uno a dieci – ai book fotografici dei single sul mercato; The Grade è l’app che assegna una lettera, da A+ a F, secondo il sistema di valutazione anglosassone, ai messaggi di corteggiamento, sulla base del loro contenuto e della loro esattezza ortografica (va da sé che chi ottiene un’eccessiva quantità di F viene “bocciato”, ovvero espulso dall’app). E, ancora, Lulu che mette in guardia le donne da incontri amorosi sconclusionati, raccogliendo, in forma anonima, valutazioni e giudizi sui propri ex.
Anche la televisione ha capito che poteva trarre spunto da questa tendenza e sono proliferati i format che permettono di giudicare gli inviti a cena, l’arredamento degli appartamenti e persino i matrimoni dei concorrenti.
Mancavano solo i professionisti a trarre spunto da queste forme di pubblicità gratuita: Mondocteur (il mio dottore, in francese) è il sito che serve a prendere rendez-vous con uno specialista e, in seguito alla visita, assegnare un giudizio sulla sua puntualità e professionalità; avvo.com è il sito statunitense che permette sia di domandare un parere legale, sia di giudicare la prestazione ricevuta; Glassdoor (porta vetrata, in inglese) consente di dare uno sguardo all’interno delle imprese e conoscere, sulla base dei pareri degli impiegati stessi, l’ammontare del salario e le possibilità di evoluzioni di carriera.
E, ancora, ci sono: Trip Advisor, uno dei siti più famosi e attendibili per la valutazione di hotel, ristoranti, B&B (basti pensare che un sondaggio del 2013 ha calcolato che il 68% dei clienti ha fiducia in un commento postato sul web, ciò che traduce ogni commento negativo in una perdita in cifra d’affari di circa diecimila euro per l’azienda) e Airbnb, sito di locazione di camere o appartamenti senza il tramite di un’agenzia immobiliare, nel quale la sicurezza degli ospiti è assicurata dalle quotazioni degli improvvisati albergatori.
In relazione a questi ultimi due siti, è interessante rilevare che uno studio dell’università di Boston ha messo in luce che il 95% degli appartamenti su Airbnbè valutato con un’ottima media (4,5 stelline su 5), mentre la maggior parte degli hotel presenti su Trip Advisor riceve solo 3,8 stelline su 5: gli utenti valutano in maniera più positiva il rapporto personale che si crea con i loro ospiti rispetto all’anonimato degli hotel? O si tratta della maggiore facilità di boicottare un’anonima catena alberghiera rispetto alla faccia tosta di pubblicare un commento negativo su qualcuno che vi ha aperto le porte di casa sua?
Insomma, queste app permettono di avvicinare le persone e valorizzare le relazioni umane o concretizzano un illimitato e arbitrario potere di sabotaggio di ogni attività imprenditoriale? È positiva questa sorta di controllo diffuso, che regala alle imprese una pubblicità gratuita (con il contrappeso del rischio boomerang di una pubblicità negativa) o il sistema degli algoritmi e delle stelline fluorescenti da cliccare contiene più pericoli che potenzialità?
La crisi economica del 2008 è scoppiata, fra l’altro, anche perché ci si è affidati a degli score numerici: un punteggio da 300 a 850 assegnato ai potenziali debitori sulla base di vari fattori (impiego o disoccupazione, matrimonio o conto in rosso) per stabilire se fossero prime – quelli con punteggio superiore a 700, considerati come i più solvibili – o subprime, ossia i debitori potenzialmente inadempienti.
I numeri hanno la risposta a tutto o la società 2.0 ci tende un’altra trappola?
Ai posteri l’ardua sentenza. Anzi no: ai commentatori dell’articolo le stelline fluorescenti.

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