“Toglietemi i privilegi ma non fatemi portare a casa il lavoro di scuola”

Un prof. ex assessore del Comune di Siracusa. La provocazione: “Datemi ferie normali, fatemi pure timbrare il cartellino, va bene un contratto di 36 ore settimanali ma…”  La proposta:“Il Dirigente sia eletto dal collegio dei docenti, duri in carica tre anni e poi torni a insegnare”

Il “NO” al ddl sulla “Buona scuola” ha mobilitato una larghissima parte degli insegnanti, e non solo. Non è stato difficile per i sindacati ottenere una così vasta adesione alla protesta. Impresa assai più ardua è trovare dei “SI” altrettanto unificanti. In soldoni: è molto più facile unire sulla protesta che non sulla proposta. Perché, se si passa alle proposte, verranno a galla i punti di vista e gli interessi molteplici che inevitabilmente attraversano una realtà complessa, qual è la scuola italiana. Eppure è sulle proposte che bisogna lanciare la sfida; perché fino a quando gli insegnanti si uniranno soltanto attorno a un “NO”, vincerà l’immobilismo. Avanzare proposte significa esporsi, dire quali sono i cambiamenti che andrebbero realizzati. Avanzare proposte significa anche dividersi, contarsi, perché non tutti abbiamo in testa la stessa idea di scuola. E’ questo, per me, il limite più evidente della protesta contro il ddl del governo Renzi: una protesta che non parte da un’idea dichiarata e condivisa di scuola, una protesta che non propone.

Bisogna affrontare il rischio. Giocare allo scoperto. Avanzare proposte, confrontarsi e contarsi per capire in quale direzione democraticamente è possibile far muovere la scuola italiana: rinnovarla, migliorandola. In questo spirito provo ad affrontare due questioni.

L’orario di lavoro degli insegnanti. L’argomento è di quelli che periodicamente, a scadenze quasi prefissate, accende la polemica. La pubblica opinione è molto sensibile a questo aspetto. Si ha facile gioco a dire, a sostenere, che gli insegnanti lavorano poco (18 ore settimanali) e hanno ferie lunghissime (3 mesi l’anno): insomma, a conti fatti, sono dei privilegiati e non devono certo lamentarsi. La risposta degli insegnanti a queste “accuse” scatta in automatico: e ci si affanna a dimostrare che il nostro lavoro richiede un monte ore molto più ampio delle 18 ore di attività in classe e che le nostre ferie, tra sessioni estive di esami e riunioni collegiali prima dell’inizio delle lezioni, hanno una durata simile a quelle degli altri dipendenti statali. La strategia è perdente. Su questo terreno non si gioca in difesa. Se si hanno delle ragioni da far valere, si attacca.

La mia proposta al riguardo è semplice: non voglio privilegi. Toglietemi i privilegi. Datemi un contratto che preveda 36 ore di lavoro settimanale, come per tutti gli altri. Nelle mie 36 ore di lavoro settimanale potrò dedicarmi alle lezioni in classe,  alla progettazione didattica e alla programmazione (che non sono la stessa cosa); potrò curare il mio aggiornamento sulla didattica e sull’uso delle nuove tecnologie in classe; preparerò i materiali didattici e le esercitazioni; avrò tempo per la  predisposizione delle prove di verifica e per la loro correzione; potrò accompagnare gli alunni alle visite e ai viaggi di istruzione, ai convegni e ai concorsi ai quali partecipano, potrò svolgere il lavoro che mi è richiesto dai consigli di classe, dai dipartimenti disciplinari, dal collegio docenti e dalle altre eventuali commissioni di lavoro nelle quali sarò coinvolto; potrò redigere i verbali e gli altri documenti connessi agli organi collegiali e all’attività di docenza, compilerò il registro “on line” e invierò le comunicazioni alle famiglie, predisporrò i piani individualizzati per gli alunni con speciali bisogni educativi e mi confronterò con le figure professionali esterne che affrontano le problematiche degli alunni con disturbi specifici dell’apprendimento; potrò ricevere i genitori in orario antimeridiano e pomeridiano, visionerò con attenzione i libri di testo da proporre in adozione per il successivo anno scolastico.

Farò tutto questo nelle mie 36 ore di contratto, senza essere costretto mai più a portarmi il lavoro a casa. Perché io voglio fare tutto nel mio luogo di lavoro: la scuola. Voglio timbrare un cartellino in entrata e in uscita dal mio istituto scolastico, come fanno tutti i lavoratori delle aziende pubbliche o private: un cartellino che certifichi la mia presenza sul luogo di lavoro e conti le ore che dedico alle attività per le quali vengo pagato, in modo che io possa essere impegnato sempre tutto il tempo previsto dal mio contratto di lavoro. Voglio lavorare per 36 ore la settimana.

E non voglio ferie in più: né a Natale né a Pasqua né in estate; voglio lo stesso numero di giorni di ferie che hanno gli altri lavoratori del settore pubblico; e come tutti gli altri lavoratori del settore pubblico vorrei poter  scegliere io il periodo in cui andare in ferie, magari progettando un viaggetto che so, a febbraio o a marzo, quando i costi per i voli aereo e le camere in affitto sono più contenuti; perché al momento mi danno le ferie, quando è per me più difficoltoso andarci, perché i costi che dovrei sostenere a luglio o ad agosto sono di solito proibitivi per le tasche di un insegnante. Dunque, 36 giorni di ferie come per gli altri: non uno di più non uno di meno. 36 ore e 36 giorni: ecco in pillole la prima proposta. Passo alla seconda.

Il dirigente scolastico. Ogni struttura complessa ha bisogno di una figura che ne coordini il lavoro e la diriga. Anche la scuola. Ma la figura del Dirigente scolastico si è nel tempo sempre più burocratizzata; il suo lavoro è dedicato in gran parte ad aspetti di certo importanti, ma che hanno soprattutto un rilievo amministrativo, piuttosto che una ricaduta  didattica ed educativa; anche la  selezione attraverso cui il Dirigente viene scelto verte sempre più su questioni inerenti le normative e gli adempimenti burocratici e sempre meno sugli aspetti formativi, a cui la scuola, mi pare, dovrebbe dedicare la massima attenzione (visto che esiste per questo). I dirigenti scolastici, oggi, sono spesso assorbiti da questioni che in gran parte poco hanno a che vedere con il compito primario della scuola: istruire e formare i ragazzi. E dopo tanti anni di “distacco” dalla cattedra rischiano di smarrire in buona misura la dimestichezza con il mestiere: è un errore grave. 

Penso che anche in questo ambito sia necessaria una radicale inversione di marcia e un cambiamento drastico, per ridare centralità nella scuola alla didattica, alla formazione e alla educazione dei ragazzi: se questo è il compito della scuola, di questo deve occuparsi chi la dirige. Tutte le necessarie incombenze di carattere burocratico-amministrativo devono essere demandate al Dirigente dei servizi amministrativi che già opera nella scuola, con l’ausilio dei servizi che egli coordina e di altre strutture della pubblica amministrazione (se ne occupino loro). Il Dirigente scolastico diventi invece la figura di coordinamento di tutte le attività destinate alla istruzione e alla formazione degli studenti, con il coinvolgimento delle famiglie e del territorio.

Per svolgere adeguatamente questa funzione è necessaria una figura che goda della fiducia del collegio docenti, che non perda il proprio contatto con l’attività di insegnamento e che si metta a servizio della scuola per dirigerla temporaneamente; trascorso questo tempo quell’insegnante torni in classe ad insegnare.  Da qui la mia proposta: il Dirigente scolastico sia eletto dal collegio dei docenti della scuola tra gli stessi docenti che prestano servizio nell’istituto (i docenti di una scuola si conoscono tra loro; conoscono le qualità di ciascuno e sanno chi di loro può svolgere al meglio quella funzione, per attitudine personale e per qualità umane); quell’insegnante scelto a coordinare e dirigere la vita didattica ed educativa della scuola svolgerà questo incarico di fiducia solo per tre anni, trascorsi i quali tornerà ad insegnare, lasciando quel compito ad un collega o ad una collega, ancora una volta scelto dal collegio docenti.

E’ un’idea di scuola legata alla corresponsabilità e alla collaborazione. Una scuola che dia centralità all’attività didattica e formativa, raggiungibile ovviamente in vari modi e con molti altri cambiamenti. Ma è di questo che bisogna parlare. E’ su questo che bisogna dividersi o unirsi, contarsi. Bisogna trovare dei “sì” che facciano andare avanti la scuola, che le ridiano centralità e dignità. Bisogna uscire allo scoperto: dire quale scuola vogliamo e come realizzarla, esponendosi e organizzandosi. 

 

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