Se si svuoteranno le funzioni degli organi collegiali, sarà la fine della democrazia nella scuola
Legislativo esautorato dai decreti, omissioni e privilegi: è democratura
Nella sua e-news 392 del 29 aprile Renzi ha pensato bene di definire «comprensibili» le «polemiche» dei professori, riconducendole al «senso di rabbia per una politica che ha lasciato indietro la scuola per troppi anni». Ci pare troppo comodo e intellettualmente disonesto il suo tentativo di spostare il bersaglio in questo modo. Egli sa benissimo che la protesta in atto è rivolta contro il ddl del suo governo. E sa che si tratta di una protesta consapevole e trasversale. Però risponde all’ondata di indignazione del personale della scuola cercando di dirottare la responsabilità su chi «ha lasciato indietro la scuola per troppi anni» e cerca di accreditarsene come il salvatore, riproponendo magiche parolette, di sicuro effetto mediatico, che però possono ingannare solo chi non vive le situazioni dall’interno. Eccole.
Assunzioni. Pochi sanno che esse sono inferiori al necessario e dovute in larga parte al fatto che l’Italia è stata condannata dall’Europa per abuso di precariato.
Eliminazione del precariato. Da perseguire come? Rendendo disoccupati quei precari con più di 36 mesi di servizio su posto vacante che, in base all’articolo 12 del ddl, non potranno più ottenere un incarico?
Merito. Merito? E coloro che hanno dovuto congelare il percorso SSIS, dopo aver superato l’accesso al percorso abilitante dieci anni fa? Sono meno meritevoli di altri docenti? E gli abilitati con TFA (Tirocinio Formativo Attivo), selezionati sulla base del fabbisogno e abbandonati al loro destino in II fascia? E gli idonei al concorso?
Il premier comunica a chi non sa, nel tentativo di fronteggiare mediaticamente l’indignazione di chi sa e non intende subire. Ma su questi aspetti le sue bugie sono facilmente smascherabili. Inquieta però anche ciò che egli non dice, ma probabilmente premedita di compiere. Infatti con l’art. 21 del ddl si è ritagliato delle deleghe in bianco su aspetti nient’affatto marginali: semplificazione del Testo Unico della scuola, riforma dell’abilitazione all’insegnamento, del diritto allo studio, del sostegno e degli organi collegiali, creazione di un sistema integrato di educazione e di istruzione da 0 a 6 anni. Quali possano essere le intenzioni del governo lo si può intuire da certe premesse, che consegnano al preside il potere di agire, sentiti gli organi collegiali. Se questa procedura sarà estesa con il varo dei decreti delegati, di fatto si assisterà allo svuotamento delle funzioni degli organi collegiali. Ossia alla vanificazione della democrazia nella scuola. Ad opera di un leader del Partito Democratico. Ci auguriamo che i nostri sospetti siano eccessivi, ma essi sono fondati sul renzianissimo DDL sulla cosiddetta buona scuola.
Renzi coltiva il disegno di una riforma generale della scuola e sceglie la strada per lui più comoda: fa delegare al governo il compito di provvedere con decreti. Preferiremmo una riforma condivisa, emergente da suggerimenti provenienti dal mondo della scuola. Ma ci accontenteremmo anche di una riforma partorita dal parlamento, poiché la scuola pubblica è un servizio pubblico e un bene comune. Invece, ancora una volta, l’esecutivo prevarica sul legislativo e lo espropria della sua funzione.
L’Italia continua ad essere il Paese dei troppi decreti, in cui il parlamento viene confinato ad una funzione quasi ancillare. La democrazia è a rischio. Questo parlamento di nominati, di yes man, di sudditi dei padroni dei partiti sarà costretto non a legiferare, ma ad inghiottire (magari con la fiducia) raffiche interminabili di disposizioni governative. Come prima. Più di prima. E anche in materia di scuola pubblica.
La democrazia è proprio a rischio. Ma in ordine ai temi del debito pubblico, in ordine all’individuazione di quella parte di debito indebito (di cui sarebbe doveroso chiedere al sistema bancario una cancellazione indolore (possibile e doverosa!) il governo tace. E il consigliere economico di Renzi non risponde. E i privilegi della casta rimangono intangibili. E il vitalizio viene tolto solo a pochi impresentabili, condannati ad oltre due anni. Non a tutti. Non sarebbe più logico riconoscere e ricongiungere, ai fini pensionistici, semplicemente i contributi maturati dai parlamentari durante il loro mandato? La democrazia è a rischio. Bisogna trovare il coraggio di essere resilienti. Non possiamo e non dobbiamo rassegnarci ad essere sudditi di una democratura, cittadini solo di nome.

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