Dal 2 luglio l’ufficio legale della presidenza attende la documentazione, che doveva essere trasmessa entro 30 giorni, da inoltrare al CGA per il parere di rito.Dopo l’archiviazione del loro esposto in Procura, i residenti possono però rivolgersi al segretario generale
“Letti gli atti, ritenuto che allo stato i fatti, così come esposti, non sembrano configurare ipotesi di reato per cui questo ufficio debba promuovere indagini preliminari, il pm dispone la trasmissione agli atti di archivio d’ufficio”. Così, con la scarna formula di rito, il 21 ottobre 2014, il magistrato Andrea Palmieri ha disposto l’archiviazione dell’esposto querela con cui, un mese prima, alcuni residenti di via Achille Adorno avevano chiesto alla Procura di Siracusa di valutare l’eventuale sussistenza di ipotesi di reato nella vicenda che li vede protagonisti ormai da tre anni.
Come si ricorderà (i fatti sono stati più volte raccontati dalla cronaca locale) il 21 gennaio 2013 un’ordinanza dell’architetto Giuseppe Amato, dirigente del settore mobilità e trasporti del Comune, disponeva la chiusura della via Adorno, una strada ritenuta di estrema importanza dai residenti della zona. A rivendicarne il possesso l’imprenditore Giuseppe Mangiafico, concessionario di tutta l’area per 99 anni, intenzionato, a quanto detto, a riprendere un vecchio progetto di riqualificazione urbana. La strada, dopo soli 3 giorni (domenica compresa) dall’istanza del titolare della Progefin, veniva prontamente interdetta ai cittadini e sbarrata.
La bretella, di collegamento con l’ampia via Foti, era stata realizzata dal Comune nel 1988 ‘in via provvisoria e in variante’ al prg allora vigente per migliorare la viabilità, insufficiente, della zona, e per garantire una rapida via di fuga in caso di calamità. La strada, di fatto abusiva ma realizzata dalla stessa amministrazione comunale, usata regolarmente per 30 anni, veniva quindi prima chiusa e poi ostruita, a ridosso dei palazzi, con una oscena costruzione, enfaticamente (e fantasiosamente) detta agorà, che ha attirato su di sé ogni contumelia dei residenti non solo per la sua assoluta inutilità ma per essere diventata, in breve, luogo di ritrovo di perditempo, dediti a schiamazzi e, al bisogno, anche allo spaccio e al consumo di droga, oltre che raccoglitore improprio, vasca d’accumulo, di acqua piovana.
Le generali accese rimostranze, accompagnate da molteplici petizioni, azioni dimostrative e lettere di proteste, non hanno nel tempo sortito alcun effetto, così come sono risultati del tutto vani i tentativi di raggiungere l’obiettivo con i mezzi più tipici, e spesso infallibili, dell’atavico italico costume: i contatti personali, per perorare la causa, con personaggi ‘influenti’ della città tra cui lo stesso capo di gabinetto del sindaco Giovanni Cafeo, anch’egli dichiaratosi impotente di fronte a una volontà della ‘politica’ evidentemente anonima, acefala.
Solo uno il risultato raggiunto dai cittadini: quello della costruzione di una via alternativa a quella interdetta, a pochi metri di distanza, inizialmente mal progettata secondo i residenti, ma soprattutto realizzata con somme da scomputare dagli oneri di urbanizzazione che il costruttore avrebbe dovuto corrispondere al Comune.
Probabilmente, per i cittadini che si sono rivolti alla Procura, proprio in questo uso improprio del denaro era possibile individuare l’ipotetica eventualità di una truffa a danno della comunità. L’incarico di realizzare il nuovo collegamento, nonché di spostare tutte le reti dei servizi pubblici (acquedotto fognatura gas telefono) sottostanti al precedente tracciato viario, veniva infatti affidato nel luglio 2014 alla Progefin dello stesso Mangiafico tramite convenzione e previsione di spesa pari a circa 222mila euro. Oneri di urbanizzazione da utilizzare per la collettività impiegati invece solo per soddisfare il ‘capriccio’ del privato non intenzionato a modificare i propri piani edificatori, dunque.
Ma se il fronte aperto in Procura ha avuto questo deludente epilogo, nei residenti è rimasto ancora un barlume di speranza in quello aperto con gli uffici regionali nonostante le resistenze del comune. Il 15 aprile 2014 il loro comitato ha infatti presentato alla Regione un ricorso straordinario per contestare la possibilità, avallata tanto dal costruttore quanto dalla pubblica amministrazione, di riesumare il piano di riqualificazione urbana per la Mazzarrona del 2003, ai sensi di legge ormai scaduto nel 2006 per mancato avvio dei cantieri. Il successivo 2 luglio l’ufficio legale della presidenza regionale aveva chiesto al Comune l’immediato invio, entro 30 giorni, della documentazione da inoltrare al Consiglio di Giustizia Amministrativa per il parere di rito.
La risposta del Comune è stata la totale indifferenza sia all’istanza della Regione sia alla successiva lettera di sollecito dei ricorrenti del successivo 30 settembre. Legittimo quindi ritenere che l’amministrazione comunale abbia una qualche difficoltà nel motivare le proprie scelte così come spiegare come sia possibile che una strada chiusa perché ‘non prevista dallo strumento urbanistico’ possa essere sostituita da un’altra, a pochi metri, definita negli atti pubblici ‘conforme’ al prg.
A questo punto, di fronte all’inerzia dell’amministrazione, l’unica chance per i cittadini rimane quella di appellarsi direttamente al potere sostitutivo del segretario generale dell’Ente che, se ancora rimane un qualche senso del diritto, non potrebbe sottrarsi agli obblighi di legge.

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