Dibattito sullo sviluppo del territorio con alcuni distinguo sui vincoli. Gotha di urbanisti, politici, sovrintendente ed ex per Melania Nucifora dell’Ecole des hautes études sciences sociales di Parigi
L’incontro alla Pio La Torre con la dottoressa Melania Nucifora dell’Ecole des hautes études sciences sociales di Parigi, che ha presentato i risultati di un suo studio (un excursus storico sull’evoluzione del nostro territorio dagli anni 50 agli anni 80), è stata un’occasione per affrontare, sebbene non così approfonditamente come sarebbe necessario, il complesso rapporto tra vincoli di tutela del patrimonio paesaggistico e lo ‘sviluppo’ urbano.
Presenze qualificate al tavolo – dall’organizzatrice, l’onorevole Sofia Amoddio, ai co-relatori: la sovrintendente Beatrice Basile (finalmente di nuovo nella sua carica), il prof. Salvo Adorno (storico del territorio, preziosi i suoi studi), l’ingegnere Roberto De Benedictis (promotore nella giunta Fatuzzo del piano Ortigia), l’assessore Gianluca Rossitto, oggi il responsabile politico della nuova Siracusa – e tra il pubblico: non potendo citare tutti, ci limitiamo all’ex sovrintendente Giuseppe Voza, alla dottoressa Concetta Ciurcina, alla dottoressa Alessandra Trigilia che ha il merito di aver predisposto, con il suo staff, il piano paesaggistico adottato e che, possiamo dirlo, proprio per questo oggi ne sconta il prezzo.
Interventi di alto profilo, ovviamente, dato lo spessore culturale anche di chi, del pubblico, ha preso la parola, ma che ha lasciato in alcuni un po’ di amaro in bocca, la sensazione che non tutto sia stato esplicitato con la necessaria chiarezza, che ci siano dei forti distinguo nella valutazione dei necessari livelli di tutela del territorio (dell’amministrazione per esempio), che ci sia insomma voglia di normalizzazione. E questo, a Siracusa, non può che significare sottomettere l’interesse pubblico a quelli privati, come è stato nel passato in cui le uniche vittorie sono quelle venute dopo guerre combattute una per una, sulle singole emergenze, per avversare appetiti ora su un bene ora su un altro. Guerra da trincea, come in sostanza ha detto la stessa sovrintendente Basile, che oggi si ripropone in uno scenario che non ha più protagonisti un urbanista aperto e moderno come Vincenzo Cabianca, che ragionava e anche si scontrava con un Soprintendente come Bernabò Brea. Oggi a decidere ci sono i dirigenti regionali. E le loro propaggini locali.
Troppo fastidio si è percepito nei confronti di quel piano paesaggistico tanto faticosamente elaborato e fatto pervenire negli uffici regionali, ancora in attesa che si completi l’iter di definitiva approvazione. Percorso irto di ostacoli, avversato da chi dice ‘adeguamento, compromesso’, e pensa al suo stravolgimento, al suo depotenziamento.
Si sarebbe voluto sentire, in quell’incontro, che i punti fermi e certi del piano, su cui non si dovrebbe tornare a discutere, sono quelli confermati dalle sentenze del TAR Catania che hanno condiviso tutto il percorso procedurale di formazione dello strumento non più meramente vincolistico ma di gestione dei vincoli. Un piano che volutamente esclude i parametri tipici delle normative urbanistiche ma che, per restare legittimo, deve prescrivere alcuni divieti ed indicare indirizzi utili alla elaborazione di piani regolatori comunali che dovranno acquisire anche la valenza paesaggistica.
I piedi di argilla (apparenti) del piano sono ab origine: nel fatto che la Regione la Sicilia, mai al passo con le altre, non ha legiferato come accaduto nel resto d’Italia, con una propria legge che tenesse insieme il territorio e i beni paesaggistici nella loro accezione più ampia.
La parola pianificazione è da sempre sconosciuta a questa terra e se, come altrove, non si poteva pervenire a un piano territoriale regionale a valenza paesaggistica, con un sapiente lavoro di sistematizzazione delle conoscenze anche attraverso i dati della catalogazione, si è pervenuti a uno strumento complessivo che norma i vincoli preesistenti.
A chi non vuole che si parli di costruttori speculatori cementificatori bisognerebbe ricordare i 55 ricorsi presentati e persi dai privati, le centinaia di milioni chiesti per supposti risarcimenti per il danno subito, evidentemente richiesti pretestuosamente, un metodo percepito come intimidatorio, per non aver potuto avere mano libera su beni che sono di tutti.
La sensazione è che non potendo cambiare il piano, oggi tutto si giochi mirando a cambiare nelle soprintendenze gli interlocutori.


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