Eni chiude le agenzie di refining&marketing a Siracusa, Catania e Messina

I lavoratori? Al massimo diventino venditori di lubrificanti a percentuale. Presto anche i distributori di carburante della compagnia saranno tutti self service, con moltissimi esuberi

Mettiamola così: nello scenario nazionale di dismissione Eni sono cadute anche le agenzie refining&marketing per la commercializzazione di prodotti e servizi del cane a sei zampe. Agenzie definite extrarete il cui compito è quello di vendere multicard (la carta di pagamento Eni), Buoni Carburante e tutti i prodotti che ruotano attorno all’oro nero. Quasi una quarantina di agenzie chiuse per ordine di Eni che si gioca in tal modo il futuro dei dipendenti e la posizione che con sacrificio e lavoro avevano acquistato. 40 agenzie affidate ad agenti che per nome e conto dell’Eni hanno negli anni contribuito ad incrementare i lauti guadagni della multinazionale.

Eni qualche settimana fa, con una lettera di rescissione contratto, ha annunciato ai titolari dell’extrarete che, semplicemente, non servono più. Eppure negli anni la maggior parte delle agenzie non solo ha raggiunto gli obiettivi fissati annualmente dall’Eni ma li ha spesso superati divenendo protagoniste attive della crescita del colosso industriale. Solo in Sicilia le agenzie che chiuderanno sono tre: Siracusa, Messina e Catania, ognuna delle quali specializzata nella vendita dei prodotti Eni e con una ventina di dipendenti complessivi tra agenti e personale di agenzia (amministrativi e commerciali rete).

Così Eni, per liquidare questi lavoratori considerati ormai un onere economico, convoca agenti e commerciali a Roma e impone loro di divenire AVL (addetti venditori lubrificanti) a percentuale: più guadagni più la tua percentuale si alza ma senza un fisso. Dunque gli agenti serviranno solo a procacciare nuovi clienti e sarà da vedere come faranno gli AVL a gestire la situazione in un momento tanto delicato per l’economia. Chi invece in agenzia ha prettamente svolto mansioni di carattere amministrativo va a casa con un bel benservito di Eni, De Scalzi e Marcegaglia; e poiché il settore commerciale non prevede forme di mobilità o cassintegrazione, i licenziati andranno ad ingrossare le fila dei disoccupati italiani.

Senza parlare degli impianti di benzina veri e propri per cui Eni ha intenzione di eliminare il vecchio e caro gestore e trasformare tutto in impianti self service, automatizzati: dunque, cari lettori, se avevate un minimo di perplessità nell’effettuare self service e magari cercavate il vecchio, caro benzinaio, adattatevi ad impianti fai da te. Risparmierete di sicuro ma sappiate che il benzinaio non c’è più perché Eni, nell’idea di riassetto, considera i benzinai un peso morto ai quali dare lo stipendio.

Forse, nella sua Immensa Bontà, Eni potrebbe (si tratta di ipotesi) collocare qualche ex dipendente di agenzia a presidiare gli impianti con un minimo sindacale di 800 euro. Certo, i meccanismi poi sono noti all’Italia intera e gli scandali di Roma non coglieranno impreparati i lettori: dell’Eni scriviamo da tempo ormai ma sempre per denunciare come l’ente italiano guadagni sulle spalle dei lavoratori! In fondo l’Eni ha ormai deciso di optare per trivellazioni e ricerca idrocarburi e dei lauti incassi realizzati dall’extrarete, con i quali Marcegaglia, Descalzi e company si gonfiano le tasche, non sanno più che farci.

Il business extrarete è finito perché l’Eni avoca tutto a sé in uno scenario di risparmio e riassetto complessivo. Chiude le fabbriche e massacra i territori, licenzia i lavoratori ma stringe accordi con il mondo con l’assenso esplicito di un governo che non si piega né agli scioperi né alle richieste dei lavoratori… al massimo ordina le cariche della polizia. E pensare che Eni sulla propria pagina internet presenta il mercato extrarete come una risorsa e sostiene di commercializzare carburanti e combustibili (gasoli per autotrazione, riscaldamento agricolo e marina, benzine e oli combustibili) grazie a questo sistema di agenzie collegate i cui clienti sono stati finora rivenditori, imprese industriali, società di servizi, enti pubblici, imprese municipalizzate.

Alla Camera dei Deputati Dario Ginefra (Pd) ha chiesto delucidazioni al ministro dello sviluppo economico in merito alle notizie comunicate alle organizzazioni sindacali sulla chiusura e/o accorpamento di alcune Agenzie con gravi ripercussioni sul personale di fatto escluso dalla ventilata riorganizzazione unilaterale da parte dell’Eni. Il parlamentare sosteneva peraltro che, se fosse stata confermata la notizia, “tutto o quasi il personale delle agenzie chiuse sarebbe a breve ad alto rischio occupazionale, lasciando in tal modo più di 400 famiglie senza un futuro e tutto questo nell’assoluto silenzio degli organi di stampa e di comunicazione, pur trattandosi di un colosso strategico a capitale pubblico e che ha generato forti utili negli anni precedenti”, chiedendo al governo un confronto di merito fra tutte le istituzioni coinvolte, finalizzato alla salvaguardia dei posti di lavoro e del ruolo fondamentale delle Agenzie Eni. 

E cosa risponde il vice ministro Claudio De Vincenti? Che l’argomento trattato non rientra nelle competenze dirette del Ministero, ma che tale processo è dovuto ai procedimenti di privatizzazione e liberalizzazione delle imprese una volta partecipate dallo Stato. Come dire che Eni è per il 33% statale ma che sulle sue politiche lo Stato non mette parola! E come se ne esce Eni? Affermando che “ha deciso di avviare una serie di progetti interni mirati principalmente al recupero di efficienza, all’eliminazione degli sprechi e a una migliore e più appropriata struttura organizzativa per garantire il presidio e la sostenibilità delle attività commerciali negli anni a venire. In questo contesto uno dei progetti fondamentali individuati riguarda la trasformazione e l’omogeneizzazione del modello di presidio commerciale indiretto della rete carburanti (attraverso agenti) al modello di gestione diretto (attraverso propri dipendenti)”.

L’Eni ha accompagnato con scivoli vari (mobilità, bonus monetari ecc) tutti coloro che erano prossimi alla pensione e che appartenevano direttamente al suo organigramma aziendale ma ha tagliato la testa ad agenti storici che si sono visti costretti a licenziare il proprio personale data la rescissione del mandato. Così, di fatto, ha creato una grave ingiustizia sociale e lavorativa, avvantaggiando solo chi voleva ed escludendo dal mercato del lavoro chi per Eni si era speso. 

 

 

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