Fra gli inattivi, al Sud i diplomati sono il 37,5% e i laureati il 32,4%

Contro rispettivamente il 21% e il 17% delle regioni settentrionali.I giovani del Sud lasciano la scuola nello stesso anno dei loro coetanei del Centro-Nord, ma entrano nel mercato del lavoro sette anni dopo di loro. L’inefficacia delle politiche attive sul lavoro in Sicilia marginalizza ancor più le nuove generazioni

Alla fine di ottobre è stato emesso il Rapporto SVIMEZ sull’economia del Mezzogiorno, all’interno del quale è particolarmente interessante l’analisi sulla disoccupazione giovanile: Oltre a certificare quello che è a tutti noto e cioè che per le nuove generazioni del Mezzogiorno continuano a essere sbarrate le porte d’accesso al lavoro, si afferma che la durata della disoccupazione si è allungata, così come la transizione scuola-lavoro.

Si è, quindi, innescata una spirale di depauperamento del capitale umano: all’emigrazione e alla lunga permanenza in uno stato di inoccupazione si unisce lo scoraggiamento a investire nella formazione più avanzata. Al dualismo territoriale esistente si sovrappone anche quello generazionale: dal 2008 al 2013 sono andati persi in Italia 1 milione e 800 mila posti di lavoro fra gli under 34, mentre per gli over 35, nello stesso periodo, l’aumento dei posti di lavoro persi è stato di oltre 800 mila unità.

Dei 3 milioni 593 mila Neet (Not in education, employment or training) registrati nel 2013, due milioni sono donne e quasi due milioni si trovano al Sud. La quota dei Neet sul totale della popolazione è arrivata nel 2013 al 27%. In questo senso la tendenza del Centro-Nord è la meridionalizzazione: anche se nel 2012 il 55% dei Neet italiani è al Sud, dal 2007 al 2013 nel Centro-Nord i Neet sono cresciuti del 47%, quattro volte più del Sud (12%). Con la crisi, la condizione di Neet si è estesa anche ai giovani con titoli di studio più elevati: fra gli inattivi al Sud, i diplomati sono il 37,5% e i laureati il 32,4%, contro rispettivamente il 21% e il 17% dell’altra ripartizione. Un’ulteriore analisi consente di stabilire che  il 60% dei Neet è in una condizione di “figlio”, ma crescono in cinque anni del 32% anche i single o conviventi in questa situazione.

Peggiora poi il processo di transizione scuola-lavoro: i giovani residenti al Sud lasciano la scuola nello stesso anno dei loro coetanei del Centro-Nord, ma entrano nel mercato del lavoro sette anni dopo di loro.

In relazione ai tipi di contratto, la flessibilità sembra funzionare più per trovare posti di lavoro precari e poco formativi, piuttosto che favorire il recupero del gap esperienziale. Si inizia a credere che studiare non paghi più, alimentando così una spirale di impoverimento del capitale umano, determinata da emigrazione, lunga permanenza in uno stato di disoccupazione e scoraggiamento a investire nella formazione avanzata. Non ci si iscrive quindi più all’Università: i tassi di passaggio dalla scuola superiore all’istruzione terziaria nell’anno scolastico 2012-2013 sono scesi al 51,7% al Sud e al 58,8% al Centro-Nord: tutto ciò riporta il Paese ben al di sotto dei livelli di dieci anni fa.

Ben oltre la crisi, come emerge dal Rapporto 2014, si sta disegnando una geografia del lavoro nel nostro Paese che rischia di escludere strutturalmente il Mezzogiorno, e con il Mezzogiorno soprattutto i giovani e le donne. La causa di queste emergenze va ricercata ben oltre le rigidità del nostro mercato del lavoro ma anche e soprattutto nella scarsa innovazione del nostro sistema economico, prevalentemente basato su prodotti e sistemi produttivi tradizionali. Questo ulteriore allargamento dei divari rischia di configurare mutamenti sociali, di carattere strutturale, che necessitano di risposte organiche che vadano oltre la congiuntura.

La priorità per il lavoro resta una politica economica complessiva atta a  favorire l’aumento della domanda e  il miglioramento del modello di specializzazione del nostro sistema produttivo con un impegno specifico per le regioni del Sud, unita a una rinnovata strategia di politiche attive del lavoro e della formazione, anche continua e per adulti.

Alla luce di queste considerazioni i “dibattiti”, oggi all’ordine del giorno, e le polemiche sul “Jobsact” appaiono lontane anni luce dalle necessità del Paese. Non basta affrontare il problema solo con la flessibilità delle “regole”, bensì occorrerebbe migliorare e agevolare la transizione scuola-lavoro: rilanciare l’istruzione tecnico-professionale; rilanciare i contratti di tirocinio formativo e di apprendistato, in special modo quello professionalizzante; rendere effettiva la riforma dei servizi pubblici per l’impiego. Questi sono tutti obiettivi da perseguire con uno sforzo attuativo e di coordinamento tra i diversi livelli di “governo” che hanno la competenza nel settore.

La costituenda Agenzia Nazionale per l’Occupazione, prevista dalla “Delega Lavoro”, se davvero riuscirà ad essere lo strumento di diffusione delle migliori pratiche, potrebbe rappresentare una soluzione  adeguata;  in questo contesto  il ruolo della Regione diventa ancor più centrale  per i compiti ed i ruoli che le leggi in vigore le assegna. L’inerzia e l’inefficacia delle politiche attive sul lavoro nella nostra regione, quindi,  costituirà, se non avverranno cambiamenti significativi, un’ ulteriore potente impulso all’arretratezza e alla marginalità delle nuove generazioni del meridione.

Questa consapevolezza porta a valutare con estrema riprovazione e delusione il dibattito politico, in atto alla Regione Siciliana, in cui le polemiche e le iniziative politiche, da parte della maggioranza e dell’opposizione, sono ancorate a schemi e contenuti assolutamente estranei alle necessità del popolo siciliano.

Se passiamo ad analizzare  i contenuti e le contrapposizioni che caratterizzano il confronto politico, in Regione, si è portati ad affermare che la qualità della classe politica isolana, pure quella di nuova generazione, si è allineata, purtroppo, alla squallida ed inconcludente politica del passato.

Alla luce di queste considerazioni, a mio avviso, c’è la chiave di lettura dei risultati elettorali recenti che vedono una costante diminuzione della partecipazione dei cittadini alle elezioni: mentre si guarda con sospetto la politica del governo e del PD (verso cui, comunque, si continua ad avere una sorta di consenso speranzoso), si certifica l’inconsistenza dei contenuti delle politiche delle opposizioni, in particolare dei 5 stelle, novità del panorama politico, che non riesce ad imboccare una strada utile e concreta, restando nel limbo della denuncia e della rissa sempre e comunque.

Lo smarrimento dell’elettorato è ampiamente giustificato dall’incredibile lentezza nelle decisioni parlamentari, dall’inconsistenza della qualità dell’informazione politica garantita dai mass media: più protesa, questa, a dare luogo al fenomeno del sensazionalismo e a dare spazio alle risse e all’esigenza di visibilità dei vari personaggi politici, nonchè dalla mancanza di risultati tangibili che consentano di decidere in modo risoluto a favore di alcune delle opzioni politiche sul tappeto.

 

 

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