Quartieri, la città va ridisegnata in due “macroaree”: urbana e periferica

Fatte salve le frazioni, è più funzionale in città mettere insieme da una parte Ortigia, Borgata e Neapolis, intese come vero centro per omogeneità e vocazione, dall’altra i rimanenti per un progetto di ricomposizione, facendone un’area territoriale sistemica

Il destino dei Consigli di quartiere è tornato prepotentemente sulla scena a seguito dell’inaspettata decisione della loro eliminazione (ad eccezione, comprensibile, delle frazioni di Belvedere e Cassibile), espressa nelle scorse settimane dal sindaco Garozzo, che ha ricevuto però un coro (quasi unanime) di contestazione da parte di tutti gli schieramenti politici e – se non erro, all’unanimità – da parte dei consiglieri e presidenti delle 9 “circoscrizioni” che, da subito, hanno rivendicato il ruolo centrale di tali organismi di decentramento, in un’assise pubblica nella quale, affrontando il tema, hanno messo sotto accusa la proposta di Garozzo, da subito apparsa come intempestiva, fuori luogo, tale da indebolire gli spazi di partecipazione democratica.

Ero tentato di non intervenire ulteriormente su questo tema, dal momento che, in perfetta solitudine, ben 11 anni fa, agli inizi del 2003, avevo sollevato il tema della ineffettualità politico-istituzionale dei Cons. di Q., a più di 30 anni dal loro insediamento, con alle spalle quel clima idilliaco ed utopistico della prima metà degli anni ’70 (che allora coinvolgeva un po’ tutti noi), in cui si riteneva che una “dilatazione” periferica degli organismi di decentramento democratico (dagli organi collegiali della  scuola ai Cons. di quartiere) avrebbe determinato una “disseminazione molecolare del potere”, sino a rendere “trasparente” il controllo di ogni Istituzione. In poche parole, un vizio di “democraticismo”, accentuato dall’euforia ingenua che una sorta di “microfisica del potere”, disseminando “microistituzioni” di controllo e di gestione del potere, avrebbe reso più efficace il controllo dei vertici istituzionali, reso più efficace l’azione amministrativa e avvicinato i cittadini alla politica.   

Dentro quel clima nascevano tali organismi di partecipazione. Purtroppo, l’epilogo di tali organismi, nei trenta e più anni della loro esperienza – parallela alla profonda crisi dei “partiti di massa” e dell’accentuarsi della dinamica di “personalizzazione” della politica – si è tradotto in una visibile “marginalità politica” degli stessi. Infatti, il “protagonismo” di sindaci e assessori (finalizzato ad accrescere il loro consenso “diretto” tra i cittadini), nell’esperienza concreta di questi due decenni di amministrazioni locali, ha stretto nell’angolo il ruolo dei C.d.Q., cui quasi sempre  sono stati negati i necessari “fondi”, sì da permettere di svolgere un ruolo efficace e significativo. Da subito, si rivela debole, inconsistente e politicamente “ineffettuale” il ruolo di tali organi di decentramento rispetto ai problemi della città. A mia memoria, non si ricordano decisioni amministrative davvero significative da ricondurre all’azione di tali organismi. Vale ricordare che la stessa esperienza “di sinistra” della Giunta di Marco Fatuzzo, nel 1994, impattò nelle stesse contraddizioni. Senza dimenticare poi che “quei” Consigli di Quartiere – nei due decenni: anni ’90-2000 – rivendicavano più fondi e più funzioni (pur senza ottenerli), verso amministrazioni comunali che non vivevano le drammatiche condizioni di scarsità finanziarie o di bilanci in passivo, come quelle vissute dal 2008 a oggi. E per chi ha condiviso quell’esperienza nei primi insediamenti, il lascito è stato: o quella del “ritiro”, riconoscendo l’improduttività politica del ruolo, o una sorta di trampolino di lancio per chi, da quegli scranni di periferia, aspirava (legittimamente) a postazioni istituzionali più elevate

Tralascio le derive opportunistiche (prima dell’attuale legge reg. che ha sancito l’elezione diretta dei Presidenti di Quartiere) che, nelle passate legislature, hanno visto casi di trasformismo, a conferma del fatto che – a parte l’eccezione di tanti consiglieri animati da seri propositi d’impegno civico nei quartieri –, l’uso “strumentale” di tali organismi, oltre che incidere sul tema del “costo sociale della politica”, ha fatto proliferare la logica dei legami tra candidati al Cons. comunale, col ruolo di “piccoli notabili”, in stretto legame con il nutrito gruppo di candidati nei diversi C.d.Q., spesso accentuando logiche spartitorie ed elettoralistiche davvero strumentali. 

Sottolineavo già allora il paradosso dell’eccessivo numero di tali organismi nella nostra città (addirittura, 9 Consigli di Quartiere a Siracusa), mentre nelle metropoli o grandi città (Roma, Milano, Torino, Palermo, Napoli, Bari, ecc..) il territorio cittadino di competenza di “un” solo C.d.Q. comprendeva (e comprende) una popolazione di circa 200/250 mila abitanti (davvero un assurdo, se paragonato ai 120 mila abitanti di Siracusa, divisa addirittura in NOVE quartieri!).

Davvero singolare e irresponsabile poi che almeno due sindaci (Bufardeci e Visentin), Giunte comunali e due Consigli comunali, pur avendo affrontato il tema della loro riduzione – sollecitate da una più accentuata sensibilità sociale verso i temi di un sistema politico pervasivo e onnivoro –, in questi dieci anni di prolungati e sterili dibattiti, non siano riusciti ad approdare ad alcuna decisione concreta. Sommessamente, dobbiamo ricordare che nell’ultimo Cons. comunale, giunti al voto per ridurre da 9 a 6 i C.d.Q., il cons. comunale Giancarlo Garozzo votò contro: non perché Garozzo (oggi diventato sindaco) esprimesse già allora la radicalità di eliminare del tutto i C.d.Q., come fa oggi, bensì perché anch’egli “galleggiava” superficialmente in quei consigli comunali.

Ben venga il cambio d’idee, ma è bene che il giudizio politico rimanga nella memoria. Sicché, come per una “coazione a ripetere”, il destino dei C.d.Q. riemerge con forza, e forse è oramai consolidata l’esigenza di una soluzione politicamente sostenibile. Vorrei allora riproporre una mia proposta di qualche anno fa, auspicando che – operando la riforma dalla prossima legislatura amministrativa –, il dibattito tra i Cons. comunali e di quartiere sappia assumere un alto profilo.

Fatte salve le due “frazioni” (Belvedere e Cassibile) – che, esaurite le mire di trasformarsi in “Comune autonomo” (ipotesi in controtendenza nazionale), da una netta riduzione dei C.d.Q. hanno davvero da guadagnare in “funzioni e risorse” –, occorrerebbe ridisegnare la città in due “macroaree”: la prima, “un’area urbana” (Ortigia, Borgata S. Lucia e Neapolis), intesa come il vero “centro urbano”, per la sua “omogeneità” e per la sua vocazione “naturale” – sono tre quartieri che per stretta vicinanza sono vissuti come un unico “centro urbano”. Dentro questo “nucleo  centrale dell’urbe” insistono le condizioni (strutture sportive, Chiese, BB.CC., luoghi di attrazione, zone a mare, ecc..) economiche, commerciali, artistiche, culturali, turistiche, di tempo libero, dentro cui si riversa il grande interesse e il fascino per i cittadini e i turisti: un “luogo comune”, che segna l’identità e l’irradiazione del riconoscimento di Siracusa.

L’altra “macroarea” dovrebbe comprendere tutti gli altri restanti quartieri per un “progetto di ricomposizione” del resto “urbano-periferico” della città, per rispondere al formarsi via via di un ceto politico con un più armonico e sistematico “sguardo di governo” – l’idea di una vera e propria “area territoriale sistemica” di una parte ampia del tessuto urbano-periferico della città –, chiedendo così a quanti svolgeranno il ruolo di “consiglieri di quartiere” nel prossimo quinquennio di misurarsi con una “logica di governo” meno parcellizzata, meno settoriale (non il cons. di quartiere come il “volontario 24 ore su 24” che cambia la lampadina sotto casa): un potenziale “amministratore” in grado di misurarsi con un ventaglio di problemi territoriali – mobilità e trasporti, scuole, servizi, impianti sportivi, snodi viari, riassetto civile delle periferie, mercati, ecc.. –, membro “potenziale” di  un ceto politico-amministrativo più capace per l’intera città.

Al tempo stesso, tutti gli assessori – nel loro ramo di pertinenza – dovrebbero coinvolgere e rendere protagonisti tutti quei “corpi intermedi”, tutte quelle “casematte” della società civile – associaz. di volontariato, gruppi sportivi, ass. culturali, parrocchie, gruppi scolastici, centri sociali, operatori, ecc. – che nei quartieri e in città operano nei diversi campi. Tutto ciò può vivificare e sostanziare una nuova esperienza democratica.  

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