Va attuata come approccio col mondo del lavoro o verifica, in azienda, delle conoscenze acquisite. Se non si interviene con urgenza, impegnando le Regioni a svolgere il proprio ruolo, gli Istituti Tecnici e Professionali non avranno più motivo di esistere. Si “licealizzerà” tutta la scuola
La nostra costituzione attribuisce allo stato il compito di assicurare l’istruzione a tutti e, con i limiti che sappiamo, nel tempo lo ha fatto costantemente; dopo la nascita delle Regioni e in seguito alle riforme costituzionali, lo Stato ha mantenuto la titolarità esclusiva nel settore dell’istruzione, mentre ha delegato alle Regioni il compito della formazione operando, in un primo momento, una sorta di supplenza con gli Istituti Professionali.
Oggi, con la crisi economica, lo Stato si è concentrato sempre più, si fa per dire, sulle sue competenze esclusive: l’istruzione mentre, in tema di formazione, ha ridotto attenzione e responsabilità. La ratio di questa delega è naturale, nel senso che le Regioni, più vicine ai territori, avrebbero potuto meglio governare il settore indirizzandolo verso le esigenze delle popolazioni amministrate e del mercato del lavoro locale razionalizzando e ottimizzando l’uso delle risorse, in un ottica di positiva programmazione operativa.
Ciò non à accaduto soprattutto in Sicilia, poiché le classi dirigenti dell’isola (politica, sindacati e organizzazioni datoriali) hanno usato la formazione per finanziarsi indirettamente (attraverso organizzazioni collaterali) fino a produrre il disastro che abbiamo sotto gli occhi. In Italia non tutte le Regioni hanno agito allo stesso modo, per cui abbiamo allo stato attuale realtà positive, eccellenti e… disastri indicibili.
In questo contesto, con la riforma dei cicli, realizzata con tagli di tipo lineare e senza un minimo criterio, si è determinato un ulteriore disastro, i cui effetti si cominciano a vedere: i tagli in maniera indiscriminata di ore in materie tecnico/scientifiche, soprattutto negli istituti tecnici e professionali, hanno determinato un abbassamento delle competenze professionali fornite agli studenti nel corso degli studi superiori, già in verità assai limitate (per ragioni che non rilevo adesso per evitare discorsi lunghi e devianti).
Questa realtà sarà ulteriormente umiliata nel prossimo futuro, quando sarà eliminato il quinto anno delle Scuole Superiori determinando una ulteriore dequalificazione di quelli che sono stati (almeno per una parte del nostro Paese) il fiore all’occhiello nel suo sviluppo e nella sua rinascita. Se non si interviene con urgenza, impegnando le Regioni a svolgere il proprio ruolo, gli Istituti Tecnici e Professionali non avranno più motivo di esistere. Si “licealizzerà” tutta la scuola con una, conseguente, marginalizzazione di intere generazioni di giovani: in particolare quelle delle componenti sociali più deboli.
La necessità impellente è, a mio giudizio, quella di esercitare sulle Regioni meno attente, la Sicilia è una di queste, la necessaria pressione affinchè si promuovano bienni e/o “monoanni” professionalizzanti, successivi al diploma quadriennale, nei quali, attraverso gli strumenti dell’apprendistato professionalizzante e/o dei percorsi misti tra scuola ed azienda, si recuperi il deficit di competenze perpetuato dalla cosiddetta riforma Gelmini, accompagnando verso il lavoro le giovani generazioni.
Il governo dei processi affidato alle scuole di provenienza otterrà due effetti: collegare meglio il mondo della scuola a quello dell’impresa; evitare i saccheggi delle risorse pubbliche come gran parte della formazione professionale regionale ha prodotto da sempre nella nostra regione; definire una strategia operativa regionale che canalizzando le risorse europee e regionali per il lavoro e la formazione realizzi una politica attiva finalizzata all’inserimento dei giovani nel mercato del lavoro; aprire un tavolo di lavoro regionale con le organizzazioni datoriali e sindacali per indirizzare provincia per provincia le risorse individuando le aziende in grado di supportare i percorsi utili.
Oggi un obiettivo in qualche modo simile si vuole raggiungere con gli ITS la cui ragion d’essere, nella formulazione odierna, si giustifica solo in alcune aree del paese e per obiettivi specifici legati a necessità di livello superiore del territorio. Gli ITS infatti, figlie di una intuizione utile per aree fortemente industrializzate, con distretti industriali di settore in cui sono presenti imprese dinamiche ed innovative, si sono rivelati, spalmati per l’intero paese, strumenti inadeguati per gli obiettivi per cui erano stati creati e, non di rado, fonte di sprechi.
L’idea, lodevole, contenuta nella proposta governativa, di potenziare l’alternanza scuola-lavoro, non può sostituire il contributo che il secondo biennio della scuola superiore può dare alle competenze critiche e generali necessarie per impiantare, successivamente, competenze di dettaglio e specialistiche.
Potenziare l’alternanza scuola-lavoro con percorsi misti, con la durata, al massimo, di due mesi, può andar bene se rappresentano un primo approccio col mondo del lavoro o la verifica, in un contesto lavorativo, delle conoscenze acquisite a scuola. Tali percorsi non devono, però, sostituire i già limitati percorsi disciplinari previsti in un futuro quadriennio della Scuola Superiore ed essere introdotti gradualmente al terzo e al quarto anno. Una semplificazione aziendalistica della formazione, oltre ad umiliare l’obiettivo costituzionale della Scuola Statale, ridurrebbe pericolosamente le capacità elaborative dei giovani studenti.
Il sistema “duale” tedesco (parzialmente anche italiano: Trentino e Alto Adige) è cosa diversa da un abbandono precoce dello studio teorico e critico delle discipline tecnico/scientifiche: queste costituiscono il necessario “humus” ove impiantare i processi produttivi aziendali.
Infine, è necessario imporre nelle scuole la metodologia della didattica per competenze (già prevista sulla carta da un quinquennio e non praticata in quasi tutte le scuole superiori) al fine di armonizzare lo studio delle discipline con la necessità di corroborare i processi formativi in maniera utile, moderna ed efficace abbandonando, specialmente nel secondo biennio della scuola superiore, il privilegio dell’insegnamento disciplinare rispetto a quello, appunto, per competenze.
Un’ultima notazione: nel progetto governativo si dà poco spazio al problema della “governance” delle scuole, sorvolando sul problema delle “figure di sistema” (collaboratori del Dirigente sul piano organizzativo e didattico): assolutamente necessarie in scuole sempre più “grandi” e chiamate a relazioni col territorio e con il contesto produttivo sempre più esteso.
Siamo di fronte ad un vero tentativo riformatore? Non saprei. Una grande riforma sarebbe sicuramente quella di far sì che la scuola fosse “normale”, con processi formativi verificati ed osservati dall’intera società protesa a garantirle attenzione e supporto; a cominciare dagli ambienti fisici ove si svolge.

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