Sblocca Italia e il DDL della Regione: una situazione paradigmatica. Quando i governi si inchinano alla “governance” imposta da poteri altri, la resistenza possibile diventa dovere civico per la difesa della democrazia, bene comune. Ma cosa potrebbe accadere a Siracusa e nei comuni della provincia aretusea?
In ossequio al principio della gestione necessariamente unica si verrebbe a determinare una aggregazione forzosa attorno alla società a cui proditoriamente (rispetto ai suoi impegni elettorali) il sindaco ha affidato la gestione del servizio, poiché esso riguarda più del 25% della popolazione dell’intero ambito. In pratica, se non ci saranno resistenze e battaglie giudiziarie e ricorsi alla Corte Costituzionale e rivolte dei cittadini o altri eventi ugualmente imprevedibili, la gestione dell’intero ambito provinciale (in liquidazione) rischia di finire nelle grinfie della società che, per una scelta scellerata, si trova adesso a gestire, per un anno estendibile ad altri due, il servizio idrico nella città delle quaglie e nel paesetto di Solarino.
Ma non è detto che finisca così: tutto dipende dai tempi di attuazione delle nuove norme. L’assessore Calleri (probabilmente siciliano quanto a remota origine ma toscano come Renzi), infatti, ha presentato il suo testo di DDL, che soppianta quello dell’ex assessore Marino, che aveva già sostituito quello di iniziativa popolare del 2011, ripresentato con qualche variante dal deputato Panepinto all’inizio della corrente consiliatura. Ebbene, Calleri si è sognato addirittura di proporre solo tre ambiti per tutto il territorio siciliano. Uno abbraccia le province orientali tutte (Messina, Catania, Siracusa e Ragusa).
Se il DDL presentato come maxiemendamento da Calleri dovesse essere approvato in tempi brevi, entro sei mesi dalla sua pubblicazione la ditta favorita risulterebbe essere quella che si trova a gestire il servizio per il 25% della popolazione residente nel territorio sopra indicato; essa sarebbe autorizzata dal decreto di Renzi a fagocitare le altre gestioni esistenti nel territorio.
Ma se le cose andranno per le lunghe e se arriva ad essere approvato il DDL di Calleri, che comporta l’istituzione delle macroaree, l’associazione temporanea di imprese affidataria del servizio di Siracusa e Solarino dovrà mollare l’osso, che sarà spolpato da una società più grossa. E se nessuna società di gestione dovesse arrivare a raggiungere la soglia del 25% nella macroarea, si dovrebbe procedere ad una nuova gara. Che vedrebbe comunque dominare le grandi società, in quanto le piccole imprese locali non avrebbero alcuna possibilità di competere con successo. È chiaro il danno che l’affidamento del servizio rischia di comportare.
DAM, Onda e Ligeam avranno, insieme, la forza per assicurarsi l’affidamento su tutta la macroarea della Sicilia Orientale? Avranno convenienza a gestire solo per un periodo incerto? O mirano a strappare proficui risarcimenti, che saranno definiti secondo i criteri che un organismo non elettivo stabilirà, a suo insindacabile giudizio? E che fine farebbero, anche in questo caso, le gestioni comunali strenuamente difese dai cittadini delle zone montane, dai coraggiosi sindaci, dagli attivisti delle associazioni e del Forum che le raggruppa? Possibile che le comunità cittadine non possano tutelare il loro diritto all’acqua, magari consorziandosi per ambiti veramente ottimali cioè per bacini idrici geologicamente individuabili?
E che fine ha già fatto la democrazia?
Ma come fa Renzi a nutrire una così cieca e balorda fiducia nell’efficienza e nell’efficacia delle grandi società a cui sta regalando su un piatto di rose prospettive di lauti guadagni? È certo che tale efficienza ed efficacia si tradurranno in investimenti produttivi di posti di lavoro e in positiva utilità sociale? Non è più facile che l’efficienza economica delle grandi società si traduca in loro profitti più elevati, in nostre bollette più salate, in ulteriore riduzione di posti di lavoro e in abbassamento della qualità del servizio? Chi ci assicura (e chi garantisce a Renzi) che una società di gestione (magari presentata con una ragione sociale diversa da quella della multinazionale che la possiede) non si limiti a spolpare tutto il possibile per poi squagliarsela, insalutato ospite, dopo aver dichiarato strategicamente fallimento? Non si tratta di ipotesi peregrine o incredibili.
Le multinazionali, purtroppo, impongono la “governance”, ai governi politici e rappresentativi, asservendoli a logiche spacciate per tecniche ma che sono spudoratamente strumentali ad interessi di parte. A dimostrazione di ciò fa notare Emilio Molinari che «il Consiglio mondiale dell’acqua, partecipato dall’ONU, è presieduto da SUEZ e VEOLIA (a loro volta controllate da Goldman Sachs)».
Risulterà quindi chiaro ai nostri lettori il legame inscindibile tra difesa dell’acqua pubblica dei nostri pozzi o delle nostre falde e difesa della democrazia (cioè del potere decisionale degli organismi elettivi). Ed emergerà altrettanto chiaramente, nelle coscienze dei cittadini più accorti, il rapporto fra questi temi e la volontà di testimoniare una opposizione intransigente ed una resistenza morale agli artigli della grande corporazione bancaria che si è impadronita della facoltà sovrana di emettere moneta e che la crea per prestarla agli Stati ad interesse (non di favore, non al tasso di sconto riservato alle banche del sistema), per continuare ad indebitarli e a condizionarne pesantemente i governi.
E ci auguriamo che risulti finalmente chiaro a tutti perché la battaglia per l’acqua pubblica debba diventare, inevitabilmente, impegno per l’inveramento della democrazia, oggi commissariata ad ogni livello da organi sovraordinati e, al vertice, da organismi non elettivi. È questo il senso del noto slogan «si scrive acqua ma si legge democrazia».

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