É un pomeriggio d’agosto e sto seduto sull’orlo della banchina al porto Lachio. Le mie gambe penzoloni si stagliano contro la superficie calma, fatta verdastra da alghe e flora subacquea, che vedo incresparsi per il rapido passaggio di un granchio peloso. Il porto Lachio era conosciuto come Lakkios dai miei antenati greci. Due millenni e mezzo fa ospitava l’arsenale dionigiano, grande tiranno che fece della città una potenza militare. Siamo nell’anticamera del Porto Piccolo, l’area più intima e raccolta tra la terraferma e l’isola di Ortigia.
Davanti a me gozzi variopinti di giallo, rosso e verde sgargiante dondolano appena, ormeggiati con vecchie cime sfilacciate coperte di salsedine, sonnecchianti sotto la canicola del meriggio siracusano.
Alla mia destra vedo l’istmo artificiale che conduce all’Apollonion, e aspetto la barca che mi porterà fino all’Occhio della Zillica.
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Le acque della mia Siracusa sono sacre o, per lo meno, un tempo lo furono. La decadenza oggi le ha avvelenate, ha scrostato le facciate delle costruzioni ma anche il cuore degli inconsapevoli abitanti; ha gettato a terra i sontuosi templi, lasciando in piedi un’ottusa ipocrisia, qualche sparuta colonna dorica, delle volta a botte nelle viscere dei palazzi nobiliari, qui e là un arco a tutto sesto che regge a fatica il peso di un tetto sollevato al tempo dei crociati. La decadenza ha invaso la città e la provincia inguaribilmente, innescando quel degrado irreversibile dal quale non c’è ritorno. È un’Itaca frammentata dove i discorsi non sono più centrati sul presente, che nulla ha da offrire, se non il suo passato glorioso, un passato che tutti sanno non si ripeterà mai più.
L’Occhio della Zillica è a pochi metri dalla riva, nel Porto Grande. Si scorge affacciandosi dal Lungomare Alfeo, a due passi dalla Fonte di Aretusa. L’Occhio della Zillica unisce e rende visibile il mito greco di Alfeo e Aretusa, polle d’acqua dolce circondate dal mare salato.
Per raggiungerlo, dovremo circumnavigare Ortigia in senso orario, in un primo momento verso est e poi virando a sud. Costeggeremo il lungomare di Levante, guarderemo l’isola da una posizione insolita… Ma prima, ci concediamo una fugace diversione a nord, fino allo scoglio dei Ru’ Frati.
L’appellativo significa “due fratelli”. Si tratta di due faraglioni vicini l’un l’altro, di cui si vede chiaramente chi è il maggiore e chi il piccino. In questo momento ci sono dei ragazzini (chissà quanti tra loro sono anche fratelli) che si sfidano ai tuffi. Lo sguardo abbraccia il rione della Mazzarona, con i palazzoni di cemento che hanno creato alloggi popolari, non-luoghi in cui i sogni dei bambini che li abitano spesso finiscono per infrangersi contro la dura legge della strada. Un po’ più in qua si vede il Monumento ai Caduti d’Africa, eretto durante il fascismo, e le grotte sottostanti dove cresce ancora affannosamente qualche esigua colonia di corallo.
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Rientriamo al porto Lachio per un fuggevole rifornimento di provviste e ci assaporiamo ancora lo spettacolo della disorganizzata Siracusa moderna, esplosa in un confusa urbanistica dal secondo dopoguerra in poi, ma che da ragazzo trovavo affascinante mentre la esploravo in motorino, forse proprio perché le strade non si sviluppano secondo una logica prevedibile ma secondo un più inaspettato – e per questo attraente – disordine labirintico.
Nella circumnavigazione il fuoribordo ronza sommesso. Il capitano tiene basso il regime come se volesse calcolare bene i tempi di arrivo. A dritta i frangiflutti si stagliano contro il muraglione di levante. Si susseguono forti e bastioni, lo scoglio dei Cani, le calette del Forte Vigliena, della Turba, e la Cala Rossa prima dello Spirito Santo.
Man mano che procediamo mi sovvengono in mente molti nomi della toponomastica locale, quella che non si trova sulle mappe ufficiali ma soltanto nella cartografia segreta e dialettale dei siracusani: Facci Rispirata, u Centralinu, a Jancia…
Salutato l’ultimo tratto del lungomare di Levante, con il sole ormai basso sull’orizzonte, ci avviciniamo alla possente fortificazione federiciana posta all’imboccatura del porto. Il nome viene da un generale bizantino ma la costruzione fu voluta da Federico II di Svevia, re di Sicilia, re di Gerusalemme, Imperatore Romano, grande personaggio capace di stupire il mondo e per questo soprannominato stupor mundi.
Lo stupore è percepibile anche dalla barca, che mi offre un’inedita prospettiva sul castello. Adesso comprendo meglio quale sentimento di soggezione abbiano provato i tantissimi viaggiatori che nei più recenti secoli abbiano navigato fino alle acque aretusee in cerca di un attracco all’interno del suo porto, agognando un riparo, bramando un rifornimento di viveri. Qui l’ammiraglio Nelson si rifornì dell’acqua sacra e mitologica della fonte Aretusa prima di combattere Napoleone sul Nilo e, una volta uscitone vittorioso, fece ritorno alla fonte in segno di ringraziamento, certo di aver trionfato sui francesi perché aiutato dalla ninfa siracusana cantata da Ovidio e Virgilio. Il rispetto e la gratitudine mostrata alla città gli valsero la cittadinanza onoraria siracusana.
Certo, ai condottieri sulle veloci triremi dell’antica Grecia, o alle portentose navi romane che infine la conquistarono come epilogo delle guerre puniche dopo una strenua resistenza ai tempi di Archimede, il porto di Siracusa doveva apparire ben diverso da come appare sui dipinti rinascimentali, sulle incisioni neoclassiche, sugli acquerelli del Romanticismo, sulle illustrazioni del primo Novecento. Ciò che il mio sguardo cattura mentre doppiamo il castello Maniace deve piuttosto somigliare alla vista che aveva fatto innamorare di Ortigia gli amanti del Grand Tour, e che aveva suscitato forti emozioni in Maupassant, D’Annunzio, Carducci e, tutto sommato, anche nello sguardo severo ma alfine indulgente di Freud, che dalla sua stanza d’albergo contemplava il porto e la palma si frapponeva alla sua vista.
Dicevo, la Siracusa greca doveva apparire ben diversa da come è oggi, eppure il legame con la grecità si sente forte e vivo fino ai giorni nostri. O forse è solo una regressione collettiva in mancanza di speranze e prospettive future.
La nostra lancia si ferma sullo specchio acqueo prospiciente il lungomare Alfeo. Ora siamo finalmente prossimi all’Occhio della Zillica. Percepisco le vibrazioni di Alfeo, dio fluviale. L’eponimo fiume scorre nel Peloponneso e sfocia nello Ionio, ma poi, come vedremo, si inabissa. Il mito che lo lega ad Aretusa, di cui si invaghisce, vuole rappresentare lo stretto legame culturale, politico, economico e militare tra Grecia e Magna Grecia, e simboleggia il passaggio di testimone tra madrepatria e colonie.
E allora facciamo un passo indietro. Siamo in Grecia, in un tempo remoto. Aretusa, volto della città di Siracusa al punto che i suoi abitanti si riconoscono nell’appellativo di aretusei, sta facendo il bagno nuda in quella regione centrale del Peloponneso chiamata Arcadia. Quando viene notata da Alfeo, pur di sottrarsi all’irruenta passione di quest’ultimo, ottiene di essere trasformata in fonte. Il passaggio tra Grecia e Sicilia avviene in forma di sorgente sotterranea, che attraversa il sottosuolo, al di sotto del fondo del mar Ionio, e fuoriesce tra le rocce dell’isola di Ortigia. Il dio-fiume Alfeo, pur di starle vicino, si inabissa in Grecia e percorre un alveo sotterraneo, per zampillare a pochi metri dalla fonte Aretusa, sul fondo del mare in seno al porto siracusano.
La barca ondeggia e io ammiro tanta bellezza senza capacitarmi di come Siracusa possa essere scivolata al penultimo posto nelle recenti classifiche del Sole24Ore circa la qualità della vita. Non è riuscita a primeggiare neppure in negativo, non ha saputo nemmeno diventare la prima tra le peggiori. Una coltre di accidia la avvolge, avvelenandola.
Siamo attorniati da tante altre barche, sulle quali si sollazzano quei pochi che possono permettersi un fuoribordo in vetroresina per le gite del weekend. Sulla banchina principale, invece, sono attraccati numerosi yacht di tutt’altra stazza, che ospitano sui loro ponti dei sonnecchianti milionari venuti chissà da dove, tutti intenti a sorseggiare champagne.
Il primo documento a citare l’Occhio della Zillica è un testo di don Vincenzo Mirabella agli inizi del Seicento. Scrivendo delle Antiche Siracuse, Mirabella ci avverte che è un epiteto popolare, e che Alfeo sia proprio personificato in quell’occhio d’acqua per l’appunto.
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Mirabella spiega dunque l’Occhio, ma non la Zillica.
Mi tuffo da prua, mentre il cielo vespertino si colora di un rosso intenso. Ecco che all’improvviso, nell’abbraccio materno del porto di Siracusa, comprendo cosa voglia dire “Zillica” e come ciò somigli a un secco rifiuto. Figlio di Aretusa, figlio di Archimede, figlio dell’ecista Archia di Corinto, e figlio di tiranni che elevarono la temibile gloria di Siracusa, ho sentito tutto il rigetto di questo umore uterino: il mio corpo, immerso nelle acque salate e calde dopo una giornata di sole cocente, viene lambito da lingue d’acqua dolce e fredda, che mi toccano come in una danza a singhiozzi. È Alfeo che mi scuote. È una sensazione di profonda scissione, di folle incoerenza: in questo caldo e freddo, in questa peculiare e non gradevole alternanza, leggo tutta la delirante contraddizione di Siracusa, madre psicotica e isterica, che sembra accoglierti con calore per un momento e poi ti scaccia un attimo dopo, avendo nel proprio ventre un liquido amniotico che è tropicale e glaciale al tempo stesso. Caldo e freddo, caldo e freddo, caldo e ancora freddo: sembra dirti che non c’è spazio, qui, per chi vuole comodamente restare.
Zillica è una parola che deriva dal dialetto calabrese ed è registrata dal dizionario etimologico romanzo di Wilhelm Meyer-Lübke. Zillicare, da una vecchia forma latina del verbo titillicare, vuol dire solleticare. A questo punto, Antonio Romano, linguista dell’università di Torino, aggiunge un’osservazione illuminante, capace di spiegare l’immagine di Aretusa e Alfeo che si toccano e si stuzzicano.
“Zillicare sembra semanticamente compatibile con il campo del ‘sollecitare’ e con la forma sciḍḍicari, prevedendo la regolare corrispondenza ll > ḍḍ, ma richiedendo l’assunzione di una deaffricazione iniziale per la quale occorrerà trovare conforto in altri esempi […] Per giustificare, infine, il motivo per cui lo stuzzicare provochi poi uno scivolamento possiamo pensare alla mediazione del significato di ‘innescare un movimento’. L’oscillazione, il chinarsi l’una verso l’altra di persone sedute vicine, così come lo scivolare sinuoso dei rettili, pur apparentabili tra loro, restano comunque distanti.”
Ecco dunque che Alfeo e Aretusa si scivolano addosso l’un l’altra, “innescano un movimento”, si toccano e si respingono. L’Occhio della Zillica è un moto di respingimento nell’attrazione, un contatto che mantiene la distanza, un solleticare che stuzzica senza tramutarsi in un abbraccio stretto, come due amanti che giocano a punzecchiarsi, come una terra matrigna che respinge con cinismo i propri figli.
Giuseppe Raudino
N.B. L’intervento di A. Romano si trova in Presenza Taurisanese, a. XXXVIII, n. 318 – feb. 2020. La voce titillicare è presa dal Romanisches Etymologisches Wörterbuch al numero REW 8756. L’opera in cui Vincenzo Mirabella scrive dell’occhio della Zillica si intitola “Dichiarazioni della Pianta dell’antiche Siracuse e d’alcune scelte Medaglie d’esse, e de’ Principi che quelle possedettero” del 1613.

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