«Date dunque a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quello che è di Dio»: questa frase, così emblematica e paradigmatica – presente e riportata nei tre vangeli sinottici –, scandisce e rappresenta il fulcro dell’autonomia e distinzione, rivendicata dalla Cristianità degli inizi, attraverso cui l’Ecclesia ha vissuto e segnato “l’esordio” della sua presenza – nel vivo della sua proiezione universalistica tesa alla conversione alla religione cristiana delle genti lungo i secoli –, per significare quella sorta di “compromesso” che avrebbe dovuto tenere distinte e separate le due sfere decisive, dirimenti ed autonome tra Politica e Religione.

Nonostante la rivendicata separatezza – o autonomia, distinzione e totale differenza di fini e valori –, racchiusi nel passo citato in esordio, al contrario proprio tale assunto/principio costituisce la conferma che Politica e Religione – nelle nostre intenzioni, meglio esplicitate nel lemma “Teologia Politica” – sono intrecciate da un legame, da un vincolo che li ha sempre tenuti stretti – certo, anche in polemica, lotta, contesa, come anche in reciproci riconoscimenti ed anche “patti” –, facendo intravedere come i due ambiti (Teologia e Politica, insieme) diano forma e significato sia alle domande sull’eterna riserva escatologica che ha scandito nel suo carattere messianico la sfera religiosa d’Occidente lungo i due millenni, sia la dimensione, il cammino della “sfera politica”: o per meglio dire, del “Politico occidentale– per ricorrere all’espressione classica che, a partire dal ‘900, ha aperto la strada alle suggestioni di uno dei più grandi (seppur controverso) tra i giuristi e filosofi del diritto del ‘900, che risponde al nome di Carl Schmitt, il quale, proprio sul versante della “analogia” delle categorie di pensiero ha rilanciato l’espressione “Teologia politica”, proprio agli inizi del ‘900 (1922), trasferendola lungo il “vettore” dei processi di secolarizzazione che hanno segnato l’epoca moderna: lungo il tratto utopico, progettuale, prometeico/teleologico della Ragione moderna.

L’idea, la tesi, di Carl Schmitt è quella secondo cui, con l’ingresso nell’epoca moderna e la fine/dissoluzione della Res publica christiana, tra il XVI e XVII secolo, la nuova stagione segni e consenta di interpretare l’epoca attraverso una trasvalutazione analogica di categorie – concetti, “parole-chiave” e strutture dell’ordine mondano – dal loro originario ambito e significato teologico a quello politico-statuale. Sulla base dei processi di secolarizzazione, Carl Schmitt traspone dal piano religioso a quello politico le eterne domande della “teologia politica” dell’Occidente. Sia ben chiaro poi che l’espressione “Teologia politica” è già categoria di pensiero che rinvia allo stesso Platone e attraversa – pur con altri “sensi” – l’intera storia del mondo antico sino a quello religioso che verrà.

Discutibile o meno, controversa o poco convincente, di là dalla tesi della secolarizzazione, lungo tutto il 900 – sino ai nostri giorni –, il tema della “Teologia politica” ha attratto – e tuttora attrae – gran parte del mondo filosofico-politico, e filosofico-giuridico, suscitando interesse, polemiche, animando il confronto nel mondo accademico, coinvolgendo lo “specialismo filosofico” italiano, europeo e mondiale dei nostri tempi, con saggi, ricerche, pubblicazioni e convegni di studio.

Il punto di esordio, di partenza e di massima suggestione sulla Teologia politica rinvia ad alcune Lettere di San Paolo, lungo gli esordi e la diffusione della cristianità. «E ora voi sapete ciò che impedisce la sua manifestazione, che avverrà nella sua ora. Il mistero dell’iniquità è già in atto, ma è necessario che sia tolto di mezzo chi finora lo trattiene». Così San Paolo, nella seconda Lettera ai Tessalonicesi (2, 6 e sgg.), inizia un passo teologico diretto alla sua comunità religiosa, dispiegandone il senso.

Un passo inquieto che accenna ed allude alla manifestazione del Mysterium Iniquitatis, cioè l’Anticristo, l’Anomos (“il senza legge”) che, spacciandosi egli stesso per Dio, è in verità solo il figlio della perdizione, che proverà a farsi amare come il vero Dio, sedendosi egli stesso nel suo tempio. Anche se, avverte subito San Paolo, c’è qualcosa che “trattiene” l’Anticristo dall’irrompere nel mondo.

Attorno a questa drammatica, enigmatica scena evocata da San Paolo, si sono arrovellati senza sosta i Padri della Chiesa: da Ireneo a Tertulliano, così come Origene, Agostino, sino a Calvino. Nel lemma “Teologia Politica” insiste una costellazione di temi (questioni/prospettive/visioni) che da San Paolo – a partire dalla secondalettera ai Tessalonicesi”, citata – giunge, come sopra detto, agli anni ‘20 del ‘900, in particolare al saggio di Carl Schmitt, dal titolo “Teologia politica: quattro capitoli sulla dottrina della sovranità”.

Tema che lo stesso giurista riprenderà nel 1935, per replicare al teologo cattolico Erik Peterson che aveva contestato la sua tesi di voler trasferire il modello dell’unità divina (Dio al comando del mondo) alla teoria politica (il sovrano al comando del mondo): polemica attorno a cui Schmitt ritornerà nel 1970, replicando ancora a Peterson con un altro suo scritto polemico nei confronti di quest’ultimo, già dal titolo: «“La leggenda della liquidazione di ogni teologia politica».

Se per San Paolo, il “Male”, l’Iniquo, il tempo della Perdizione, è sempre al lavoro e presente nel mondo, accanto a noi è pur operante, lungo la nostra esistenza/vita, una Figura importante che lo contrasta e sin dagli esordi della cristianità ne “trattiene” il pieno scatenamento. E solo quando ciò che trattiene sarà tolto di mezzo, si darà – così prosegue San Paolo nella lettera citata – la piena manifestazione dell’Anticristo, colui che incarnerà visibilmente la potenza di Satana con i suoi prodigi menzogneri e infausti: la grande Apostasia dell’Iniquitas. Solo allora sarà l’ora dell’avvento dell’Apocalisse: la “parusia” del Signore segnerà così il pieno trionfo sull’apostasia e l’anomia.

Nelle parole di San Paolo, la figura che neutralizza e ritarda – “trattiene” – il definitivo scatenamento del Male prende il nome di katéchon, nel suo doppio senso: il “neutro”, di «ciò che trattiene/frena», e di «colui che trattiene/frena». Lungo i nostri due millenni di storia, chi ha tenuto a freno, neutralizzato e rinviato lo scatenamento dell’Anticristo è stato, innanzitutto l’Impero Romano, poi lo Stato moderno, e, possiamo aggiungere – lungo una consolidata interpretazione – la stessa Chiesa cristiana.

La questione della forza frenante è venuta a riproporsi, sul piano speculativo, a partire dall’epoca globale. Non è un caso che a quest’altezza speculativa si sia venuta dipanando l’ultima fase della speculazione di Carl Schmitt, il quale già negli anni ’60 del 900 rifletteva sul destino dell’incipiente mondo globale, nel declino del ruolo degli Stati moderni, lungo l’affermarsi dei grandi spazi geopolitici=Imperi e/o “Grossraum”, quali quelli egemoni già nel secondo dopoguerra. Da qui, l’urgenza di costruire un nuovo Nomos della Terra (Schmitt, 1950), nel vivo dell’incipiente ultima fase della globalizzazione.

Tema di grande suggestione che trova riattualizzazione proprio nel quadro dell’attuale anomiaassenza di Nomos –, cui è giunto l’attuale “sistema-mondo”, con la “fine-crollo” di tutte le forme di “rappresentazione”, al punto che oggi giocano, nel loro crasso individualismo, le forze e “le potenze decisive che operano sul piano globale”, adesso imprevedibili ed “intolleranti ad ogni katéchon.

Analogia perfetta e fenomenologia della totale “anomia” che sporge incessante in un tempo che è visibilmente libero da ogni “determinatezza spaziale”, al punto che, oggi, sembrerebbe non più darsi un “Nomos del Mondo”. Da qui, non solo il carattere impotente ed ineffettuale di ogni “appello al politico”, bensì la “fine” stessa di quella età “prometeica” del Moderno, vale a dire, quel tempo forte della sua ansia di progetto e di futuro, segnata adesso dal timbro di Epimeteo (“colui che vede in ritardo”), inquieta figura che, nell’insecuritas del tempo attuale, si staglia “impotente” di fronte alle macerie della Globale Zeit.

Senza altro anticipare, attorno a questi problemi attualissimi, proveremo a conversare, sabato 26 settembre, alle ore 17,30, a SIRACUSA, nella sala URBAN CENTER, insieme ad associazioni e cittadini, per giungere a mettere a fuoco il sottotitolo dell’incontro – «Da San Paolo a Peter Thiel» – che a noi sembra evocare la parabola delle contraddizioni e delle incertezze del tempo presente.


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