Discarica Stallaini. Scorie industriali e amianto, e non riciclo da economia circolare

Con una diversa lettura dei fatti, Paolo Valvo sulla propria pagina Facebook sostiene l’utilità della discarica di contrada Stallaini (Noto) perché, trattandosi di un “impianto di recupero e smaltimento inerti“, andrebbe a colmare una carenza di strutture che nel territorio ibleo “sfocia nell’abbandono indiscriminato ed incontrollato di rifiuti in ogni angolo lontano dalla vista” perché essi “se manca un impianto autorizzato dove conferirli, non è che ‘non si producono’: finiscono abbandonati lungo strade, campi, alvei di torrenti, con rischi concreti per suolo e falde… Un impianto ben gestito, invece, (rigorosamente controllato) trasforma quel materiale in risorsa: aggregati riciclati per sottofondi stradali, rilevati, calcestruzzi non strutturali”.

E così – pur nella convinzione che in ogni caso non sarebbe superabile il divieto posto dal Piano Paesaggistico – essendo il punto di vista comunque interessante, abbiamo provato ad approfondire la questione a partire dall’autorizzazione che la nuova sentenza del TAR ha di fatto riportato in vita e purtroppo la realtà “amministrativa” del progetto della Soambiente S.r.l. sembra davvero essere diversa da come prospettata da Valvo.

Intanto, nei documenti ufficiali come il DDG n. 1569/2025 e il DDG n. 1277/2026, non risulta alcuna attività di produzione di aggregati riciclati, rilevati o calcestruzzi non strutturali destinati al mercato. L’impianto autorizzato a Contrada Stallaini non è un centro di frantumazione e riciclo edile, bensì null’altro che una discarica “per rifiuti speciali non pericolosi” con operazione di smaltimento classificate come D1 (cioè deposito sul o nel suolo). Lo scopo primario dell’intervento, formalmente catalogato come “recupero ambientale di una ex cava”, si traduce quindi concretamente in un “riempimento morfologico definitivo” della cava attraverso lo smaltimento di 614.000 metri cubi di rifiuti. Equiparare una discarica con un impianto di recupero inerti diventa così una pericolosa sovrapposizione concettuale: un centro di trattamento per materiali edili puliti seleziona e avvia a immediato riutilizzo le risorse, al contrario, a Contrada Stallaini si vorrebbe realizzare un sito di interramento definitivo di un mix complesso di rifiuti definiti come speciali non pericolosi, tra cui però i documenti confermano la presenza di una specifica sezione (la vasca n. 2) destinata ad accogliere circa 45 mila metri cubi di rifiuti contenenti amianto. E non solo: rifiuti provenienti da attività di bonifica di siti inquinati, fanghi o materiali derivanti da cicli industriali edili ed escavazioni, ed altre tipologie non specificate nel decreto.

Ridurre l’intera autorizzazione a una semplice gestione di “inerti da cantiere” rischia di edulcorare la portata e la tipologia dei materiali in arrivo, di spostare il fulcro della questione su quei controlli stringenti necessari sempre previsti dalle prescrizioni ambientali in quanto requisiti minimi di legge per qualsiasi discarica a norma, che non cancellano la criticità intrinseca di impiantare un sito di smaltimento definitivo in un territorio così vulnerabile.

La domanda non è se questo impianto sia utile a contrastare l’abbandono abusivo di questa tipologia di rifiuti (lo sarebbe in astratto) ma se ha senso, anzi se è ragionevole, se è lecito, insediare un’infrastruttura di impatto pesante in un’area di altissimo pregio naturalistico e paesaggistico, a due passi da canyon e riserve protette.

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