Melilli (SR), concorso vigili urbani. Il punto di vista del prof. avv. Daniel Amato

Giunge alla nostra redazione e a quella de L’Informazione – che ha intervistato la direttrice Marina De Michele sulla recente sentenza del TAR Catania relativa al concorso per vigili urbani indetto dall’Amministrazione comunale di Melilli – la cortese richiesta del prof. avv. Daniel Amato, vice segretario generale del Comune e allora presidente della commissione concorsuale, di pubblicare il proprio contributo relativo a tale vicenda: “una più ampia ed esaustiva, l’altra costruita con un taglio di maggiore sintesi, ferma restando l’identità sostanziale dei contenuti e dei rilievi esposti”.

Riteniamo di fare cosa gradita nel dare spazio ad ambedue i contributi così da consentire a ciascun lettore di scegliere la versione ritenuta a sé più congeniale.

Pubblichiamo volentieri, condividendo in pieno il pensiero del prof. Amato per quanto attiene “l’amore per la verità, per i fatti, per la correttezza delle ricostruzioni e per quella lealtà intellettuale che consente anche a posizioni differenti di confrontarsi senza trasformarsi in schieramenti“.

Ci riserviamo in altro intervento di ritornare sull’argomento per qualche ulteriore chiarimento.

 

VERSIONE SINTETICA

CONCORSI DI MELILLI: MENO CONGETTURE, PIÙ DOCUMENTI

La mia risposta dopo due anni di silenzio

Ho scelto il silenzio per quasi due anni. Non perché mancassero gli argomenti, ma perché

chi esercita una funzione pubblica conosce bene il peso delle parole, i limiti imposti dalla

riservatezza, il rispetto dovuto ai procedimenti in corso e alle Autorità competenti.

Oggi, dopo la pubblicazione delle sentenze del TAR Sicilia – Catania nn. 2296, 2297 e 2298

del 3 agosto 2026, ritengo doveroso intervenire sui profili amministrativi che mi riguardano

direttamente.

Ho esercitato in passato la professione di Avvocato del libero foro e ho dedicato parte

significativa della mia attività alla tutela dell’ambiente, dei diritti umani, della pubblica

integrità e della legalità. Proprio per questo non considero il giornalismo d’inchiesta un

avversario.

I valori non si inventano quando servono. Si professano anche quando costano.

Il diritto di cronaca è essenziale. Ma lo è anche il diritto alla completezza dei fatti.

“Incompetenza” non è una categoria neutra

Nel dibattito pubblico è stato utilizzato anche il termine “incompetenza”.

Lo considero improprio.

Un giornale può parlare di criticità, questioni controverse, profili amministrativi contestati.

Sono categorie che descrivono fatti o interpretazioni.

“Incompetenza”, invece, è già un giudizio sulla persona e sulla sua capacità professionale.

E in un settore come il diritto amministrativo, nel quale convivono differenti indirizzi

giurisprudenziali e interpretativi, trasformare ogni controversia giuridica in una patente di

incapacità significa confondere il dissenso interpretativo con la delegittimazione personale.

Cosa hanno detto realmente le sentenze

Sui punti che hanno riguardato direttamente la mia persona, il TAR ha espresso valutazioni

precise.

La censura relativa al presunto conflitto di interessi del Presidente della Commissione e del

Segretario Generale è stata dichiarata infondata.

Il giudice ha ricordato che le cause di incompatibilità richiedono un interesse personale,

concreto, diretto e attuale capace di compromettere l’imparzialità e ha rilevato l’assenza di

un principio di prova in tal senso.

Anche l’attività istituzionale del Segretario Generale e il parere tecnico reso dal sottoscritto

sono stati ricondotti alle ordinarie funzioni istituzionali, senza che fossero ritenuti di per

sé sintomatici di conflitto.

Quanto alla composizione della Commissione nella fase rinnovata, il TAR ha affermato che

la valutazione fu effettuata dal collegio perfetto, composto dai tre membri effettivi, e che la

presenza di ulteriori soggetti di supporto non incideva sulla regolarità dell’organo valutatore.

Sono dati processuali, non opinioni.

Le ulteriori statuizioni contenute nelle sentenze saranno valutate dal Comune di Melilli nelle

sedi consone e con gli strumenti previsti dall’ordinamento.

Nicita, Zangrillo e ciò che è venuto dopo

Per mesi sono stati invocati il sindacato ispettivo del senatore Antonio Nicita e la risposta

resa dal Ministro Paolo Zangrillo.

Atti legittimi e meritevoli di rispetto.

Ma un’interrogazione parlamentare formula domande. Una risposta ministeriale fotografa le

informazioni disponibili in un determinato momento. Una sentenza decide una controversia

nel contraddittorio delle parti.

E dopo quella risposta sono arrivate tre sentenze.

Sui profili maggiormente evocati nel dibattito, il dato è oggi questo:

nessun conflitto di interessi dimostrato; nessuna incompatibilità accertata; collegio

perfetto nella fase valutativa esaminata.

E questo dovrebbe avere almeno lo stesso rilievo mediatico che ebbero, mesi prima,

l’interrogazione e la risposta ministeriale.

Riletta oggi, quella risposta del Ministro Zangrillo mi appare sorprendentemente parziale e

superficiale, anche perché intervenne nel pieno di un’interlocuzione documentale con il

Comune di Melilli e senza che fosse ancora disponibile il successivo accertamento

giurisdizionale.

Non attribuisco intenzioni.

Non costruisco teorie.

Ma è lecito osservare che una vicenda amministrativa locale abbia prodotto una singolare

convergenza di attenzione tra un esponente dell’opposizione e un Ministro di un Governo di

centrodestra.

Non affermo l’esistenza di alcun disegno.

Mi limito a pormi una domanda: abbiamo forse toccato, facendo semplicemente il

nostro lavoro, qualche sensibilità o interesse più forte di quanto apparisse?

È una domanda, non un’accusa.

Ci sono molte altre vicende che attraversano silenziosamente la vita pubblica senza

suscitare lo stesso rumore.

Ma questa è un’altra storia.

La politica deve stare fuori dai concorsi

Su un punto sono categorico.

La politica deve stare fuori dalle procedure concorsuali.

La distinzione tra indirizzo politico e gestione amministrativa non è una formula astratta. È

una garanzia.

Nel mio esercizio delle funzioni dirigenziali non ho mai confuso questi piani, né formalmente,

né sostanzialmente, né sul piano dialogico, relazionale o amicale.

Rapporti personali, conoscenze o cordialità istituzionali non hanno mai costituito un canale

parallelo di decisione.

Chi sostiene il contrario deve indicare fatti concreti:

quale disposizione?

quale atto?

quale candidato?

quale decisione alterata?

Le suggestioni non sono prove.

Il paniere pubblico: 360 quesiti visibili a tutti

Anche il tema delle domande orali è stato presentato come indice di opacità.

Eppure la Commissione predispose e pubblicò preventivamente 360 quesiti. Le stesse

sentenze ne danno conto.

Le domande erano ricondotte a un patrimonio preventivamente conoscibile, con le relative

risposte corrette, secondo una logica assimilabile a un syllabus: delimitare ex ante il

materiale di studio e porre tutti i candidati nella medesima condizione conoscitiva.

Una scelta può essere discussa.

Ma definire “opaca” una procedura nella quale centinaia di domande vengono rese

pubbliche prima della prova rappresenta quantomeno un paradosso terminologico.

L’opacità è ciò che si nasconde.

Qui si pubblicava prima.

Il ruolo del Segretario Generale

Anche l’intervento del Segretario Generale, dott. Salvatore Marco Puglisi, è stato oggetto di

congetture.

Occorre invece ricordare le competenze.

Gli interventi di autotutela relativi a rettifiche, errori o aspetti formali furono curati dal

Segretario Generale nell’ambito della funzione di garanzia propria dell’art. 97 TUEL, in luogo

del Responsabile del procedimento, dirigente dell’Area strategica dott.ssa Enza Marchica.

La scelta rispondeva all’esigenza di attribuire alla vicenda il massimo livello di attenzione

istituzionale.

Il Segretario Generale non si è sostituito alla Commissione nelle valutazioni tecniche dei

candidati.

Il piano procedimentale è rimasto distinto dal piano valutativo.

Continenza procedimentale, non invasione del merito.

E lo stesso TAR, quando questo intervento è stato utilizzato per sostenere un conflitto, ha

ricondotto l’attività del Segretario alle ordinarie funzioni istituzionali.

Il verbale n. 13: meno fiabe, più contenuto

Il famoso verbale n. 13 è stato circondato per mesi da congetture quasi fiabesche.

La realtà è molto più semplice.

Il documento era sottoposto a particolare cautela perché conteneva una deliberazione del

seggio concorsuale relativa alla denuncia di possibili interferenze sulla procedura.

Questo dato viene troppo spesso sottaciuto.

Si parla del fatto che fosse riservato.

Molto meno del perché.

E allora la domanda è inevitabile:

quante Commissioni e quanti Presidenti, percependo possibili interferenze, scelgono

di formalizzarle immediatamente, verbalizzarle e segnalarle agli organi competenti?

Tutte le situazioni potenzialmente rilevanti di cui sono venuto a conoscenza sono state

sottoposte tal quali e nell’immediatezza al vaglio dell’Autorità giudiziaria competente.

Non dopo un articolo.

Non dopo una polemica.

Nell’immediatezza.

È questa la legalità che conosco: non quella proclamata a posteriori, ma quella praticata

mentre i fatti accadono.

Carlo Caputo: raccontiamo anche il resto

Il dott. Carlo Caputo, Sindaco di Belpasso, risultò vincitore di una procedura idoneativa

ASMeL.

Una volta assunto, fu adibito alle proprie mansioni al pari degli altri dipendenti.

Lavorava in un ufficio composto da quattro unità, svolgeva attività istruttoria ed era firmatario

dell’istruttoria di provvedimenti regolarmente pubblicati.

Anche i permessi richiesti per il mandato elettorale erano sottoposti alle ordinarie verifiche.

Quando chiese un nulla osta alla mobilità, il sottoscritto espresse parere negativo,

ritenendo insufficiente l’anzianità di servizio maturata.

Un dato poco compatibile con la rappresentazione di un rapporto privilegiato.

Anche qui, meno narrazione.

Più documenti.

Francofonte: una scelta di servizio, non di convenienza

Sono stato Comandante del Corpo di Polizia Municipale di Francofonte.

E ne sono orgoglioso.

Sono legato a quella comunità e ho scelto di servirla assumendo responsabilità che non

erano certo proporzionali alla redditività economica dell’incarico.

Fu una scelta di servizio.

Una scelta coerente con i miei valori.

Durante il periodo di comando ho adottato anche prescrizioni anti-inchino e specifiche

cautele dirette a prevenire forme di indebita soggezione simbolica o sostanziale

dell’istituzione rispetto a interessi o consuetudini incompatibili con la legalità.

Non sono affermazioni costruite oggi.

Sono atti.

Sono disposizioni.

Sono documenti.

Su questo terreno sfido chiunque, pubblico o privato, a contestare nel merito il mio impegno

per la legalità.

Non rivendico l’infallibilità.

Perfettibile, come tutti sotto il cielo umano.

Ma rivendico una scelta professionale fondata sul servizio alla comunità e non sulla

convenienza personale.

Per questo respingo ogni suggestivo accostamento tra il mio precedente incarico e il

successivo scioglimento del Comune di Francofonte.

La responsabilità è personale.

Non è geografica.

Non è cronologica.

Non è narrativa.

Ricordo inoltre che, in esito alla prima correzione intervenuta nel dicembre 2024, una unità

assunta dal Comune di Francofonte cessò dal servizio.

Un’altra unità in servizio a Melilli è stata successivamente licenziata per differenti motivi

disciplinari.

Quando l’Amministrazione ha ritenuto necessario adottare provvedimenti sfavorevoli, li ha

adottati.

Chi vede opacità la dimostri

Il punto centrale resta questo.

Non chiedo a nessuno di smettere di fare domande.

Chiedo che alle domande seguano i fatti.

Chi parla di opacità indichi dove.

Chi parla di favoritismi indichi chi sarebbe stato favorito, con quale atto e mediante quale

condotta.

Chi parla di interferenze indichi quali.

Chi sostiene che la politica abbia condizionato la Commissione produca un elemento

concreto.

Un sospetto ripetuto cento volte resta un sospetto.

Una congettura condivisa sui social resta una congettura.

Un titolo resta un titolo.

Il diritto pretende ancora una cosa molto semplice:

la prova.

Il giornalismo d’inchiesta non ha bisogno di aggettivi

Continuo a credere nel giornalismo d’inchiesta.

Proprio per questo credo che non abbia bisogno di espressioni come “scandalo”,

“incompetenza”, “opacità” quando esse finiscono per anticipare una conclusione invece di

documentarla.

Un’inchiesta non diventa più forte aggiungendo un aggettivo.

Diventa più forte aggiungendo un documento.

Il giornalismo può essere durissimo sui fatti.

Deve esserlo, quando serve.

Ma i commenti perniciosi sulle persone e sulle loro facoltà professionali non aggiungono

verità.

La giurisprudenza conosce differenti orientamenti.

La dottrina discute.

I giudici possono decidere diversamente.

Le sentenze possono essere appellate.

Questo non è caos.

È pluralismo giuridico.

La trasparenza vale in entrambe le direzioni

Non chiedo silenzio.

Chiedo precisione.

Raccontate l’interrogazione Nicita.

Ma raccontate anche le sentenze intervenute dopo.

Raccontate la risposta del Ministro Zangrillo.

Ma raccontate che sui profili personali il TAR ha respinto le prospettazioni di conflitto e

incompatibilità e ha parlato di collegio perfetto.

Raccontate il verbale n. 13.

Ma raccontate anche che riguardava una segnalazione di possibili interferenze.

Raccontate Carlo Caputo.

Ma raccontate il normale lavoro d’ufficio e il mio parere negativo alla mobilità.

Raccontate Francofonte.

Ma raccontate anche le prescrizioni anti-inchino e le cautele documentate.

Raccontate tutto.

Perché il contrario della propaganda non è la propaganda opposta.

È la completezza.

La politica faccia politica.

La dirigenza amministri.

Le Commissioni valutino.

I giornalisti indaghino.

L’Autorità giudiziaria accerti.

I giudici giudichino.

Questa separazione delle funzioni è una garanzia per tutti.

Perfettibile, ma non disponibile alla delegittimazione per

suggestione

Non sono infallibile.

Nessuno lo è.

Sono perfettibile, come ogni persona sotto il cielo umano.

Ma una cosa è riconoscere la fallibilità propria di ogni esperienza professionale.

Altra cosa è accettare che una controversia amministrativa, una differente interpretazione o

un sospetto giornalistico si trasformino retrospettivamente in un giudizio complessivo sulla

persona.

Ho scelto incarichi non proporzionati alla loro redditività perché credevo nel servizio alla

comunità.

Ho segnalato situazioni delicate quando sarebbe stato più semplice ignorarle.

Ho esercitato le funzioni pubbliche secondo la mia coscienza e secondo la legge.

Accetto il controllo.

Non accetto la delegittimazione per suggestione.

I valori non si inventano. Si professano

Non considero i giornalisti che hanno scritto di questa vicenda miei nemici.

Continuo a credere nella libertà di stampa.

Ma credo anche nel diritto di replica, nella dignità personale, nella responsabilità delle parole

e soprattutto nella distinzione tra ciò che si sospetta e ciò che si dimostra.

Desidero che venga fatta piena luce.

Su tutto.

Senza protezioni.

Senza zone franche.

Senza privilegi.

Ma anche senza processi per suggestione.

Per due anni ho ascoltato molte domande.

Oggi ne formulo una io:

se davvero si cerca la verità, perché alcuni documenti fanno tanto rumore e altri così

poco?

I valori non si inventano quando servono.

Si professano quando costano.

E i documenti, a differenza delle congetture, non hanno bisogno di alzare la voce.


 

 

CONCORSI DI MELILLI: MENO

CONGETTURE, PIÙ DOCUMENTI

 

 

 

 

 

La mia risposta dopo due anni di silenzio

Ho scelto il silenzio per quasi due anni. Non perché mancassero gli argomenti, ma perché

chi esercita una funzione pubblica conosce bene il peso delle parole, i limiti imposti dalla

riservatezza, il rispetto dovuto ai procedimenti in corso e alle Autorità competenti.

Oggi, dopo la pubblicazione delle sentenze del TAR Sicilia – Catania nn. 2296, 2297 e 2298

del 3 agosto 2026, ritengo doveroso intervenire sui profili amministrativi che mi riguardano

direttamente.

Ho esercitato in passato la professione di Avvocato del libero foro e ho dedicato parte

significativa della mia attività alla tutela dell’ambiente, dei diritti umani, della pubblica

integrità e della legalità. Proprio per questo non considero il giornalismo d’inchiesta un

avversario.

I valori non si inventano quando servono. Si professano anche quando costano.

Il diritto di cronaca è essenziale. Ma lo è anche il diritto alla completezza dei fatti.

“Incompetenza” non è una categoria neutra

Nel dibattito pubblico è stato utilizzato anche il termine “incompetenza”.

Lo considero improprio.

Un giornale può parlare di criticità, questioni controverse, profili amministrativi contestati.

Sono categorie che descrivono fatti o interpretazioni.

“Incompetenza”, invece, è già un giudizio sulla persona e sulla sua capacità professionale.

E in un settore come il diritto amministrativo, nel quale convivono differenti indirizzi

giurisprudenziali e interpretativi, trasformare ogni controversia giuridica in una patente di

incapacità significa confondere il dissenso interpretativo con la delegittimazione personale.

Cosa hanno detto realmente le sentenze

Sui punti che hanno riguardato direttamente la mia persona, il TAR ha espresso valutazioni

precise.

La censura relativa al presunto conflitto di interessi del Presidente della Commissione e del

Segretario Generale è stata dichiarata infondata.

Il giudice ha ricordato che le cause di incompatibilità richiedono un interesse personale,

concreto, diretto e attuale capace di compromettere l’imparzialità e ha rilevato l’assenza di

un principio di prova in tal senso.

Anche l’attività istituzionale del Segretario Generale e il parere tecnico reso dal sottoscritto

sono stati ricondotti alle ordinarie funzioni istituzionali, senza che fossero ritenuti di per

sé sintomatici di conflitto.

Quanto alla composizione della Commissione nella fase rinnovata, il TAR ha affermato che

la valutazione fu effettuata dal collegio perfetto, composto dai tre membri effettivi, e che la

presenza di ulteriori soggetti di supporto non incideva sulla regolarità dell’organo valutatore.

Sono dati processuali, non opinioni.

Le ulteriori statuizioni contenute nelle sentenze saranno valutate dal Comune di Melilli nelle

sedi consone e con gli strumenti previsti dall’ordinamento.

Nicita, Zangrillo e ciò che è venuto dopo

Per mesi sono stati invocati il sindacato ispettivo del senatore Antonio Nicita e la risposta

resa dal Ministro Paolo Zangrillo.

Atti legittimi e meritevoli di rispetto.

Ma un’interrogazione parlamentare formula domande. Una risposta ministeriale fotografa le

informazioni disponibili in un determinato momento. Una sentenza decide una controversia

nel contraddittorio delle parti.

E dopo quella risposta sono arrivate tre sentenze.

Sui profili maggiormente evocati nel dibattito, il dato è oggi questo:

nessun conflitto di interessi dimostrato; nessuna incompatibilità accertata; collegio

perfetto nella fase valutativa esaminata.

E questo dovrebbe avere almeno lo stesso rilievo mediatico che ebbero, mesi prima,

l’interrogazione e la risposta ministeriale.

Riletta oggi, quella risposta del Ministro Zangrillo mi appare sorprendentemente parziale e

superficiale, anche perché intervenne nel pieno di un’interlocuzione documentale con il

Comune di Melilli e senza che fosse ancora disponibile il successivo accertamento

giurisdizionale.

Non attribuisco intenzioni.

Non costruisco teorie.

Ma è lecito osservare che una vicenda amministrativa locale abbia prodotto una singolare

convergenza di attenzione tra un esponente dell’opposizione e un Ministro di un Governo di

centrodestra.

Non affermo l’esistenza di alcun disegno.

Mi limito a pormi una domanda: abbiamo forse toccato, facendo semplicemente il

nostro lavoro, qualche sensibilità o interesse più forte di quanto apparisse?

È una domanda, non un’accusa.

Ci sono molte altre vicende che attraversano silenziosamente la vita pubblica senza

suscitare lo stesso rumore.

Ma questa è un’altra storia.

La politica deve stare fuori dai concorsi

Su un punto sono categorico.

La politica deve stare fuori dalle procedure concorsuali.

La distinzione tra indirizzo politico e gestione amministrativa non è una formula astratta. È

una garanzia.

Nel mio esercizio delle funzioni dirigenziali non ho mai confuso questi piani, né formalmente,

né sostanzialmente, né sul piano dialogico, relazionale o amicale.

Rapporti personali, conoscenze o cordialità istituzionali non hanno mai costituito un canale

parallelo di decisione.

Chi sostiene il contrario deve indicare fatti concreti:

quale disposizione?

quale atto?

quale candidato?

quale decisione alterata?

Le suggestioni non sono prove.

Il paniere pubblico: 360 quesiti visibili a tutti

Anche il tema delle domande orali è stato presentato come indice di opacità.

Eppure la Commissione predispose e pubblicò preventivamente 360 quesiti. Le stesse

sentenze ne danno conto.

Le domande erano ricondotte a un patrimonio preventivamente conoscibile, con le relative

risposte corrette, secondo una logica assimilabile a un syllabus: delimitare ex ante il

materiale di studio e porre tutti i candidati nella medesima condizione conoscitiva.

Una scelta può essere discussa.

Ma definire “opaca” una procedura nella quale centinaia di domande vengono rese

pubbliche prima della prova rappresenta quantomeno un paradosso terminologico.

L’opacità è ciò che si nasconde.

Qui si pubblicava prima.

Il ruolo del Segretario Generale

Anche l’intervento del Segretario Generale, dott. Salvatore Marco Puglisi, è stato oggetto di

congetture.

Occorre invece ricordare le competenze.

Gli interventi di autotutela relativi a rettifiche, errori o aspetti formali furono curati dal

Segretario Generale nell’ambito della funzione di garanzia propria dell’art. 97 TUEL, in luogo

del Responsabile del procedimento, dirigente dell’Area strategica dott.ssa Enza Marchica.

La scelta rispondeva all’esigenza di attribuire alla vicenda il massimo livello di attenzione

istituzionale.

Il Segretario Generale non si è sostituito alla Commissione nelle valutazioni tecniche dei

candidati.

Il piano procedimentale è rimasto distinto dal piano valutativo.

Continenza procedimentale, non invasione del merito.

E lo stesso TAR, quando questo intervento è stato utilizzato per sostenere un conflitto, ha

ricondotto l’attività del Segretario alle ordinarie funzioni istituzionali.

Il verbale n. 13: meno fiabe, più contenuto

Il famoso verbale n. 13 è stato circondato per mesi da congetture quasi fiabesche.

La realtà è molto più semplice.

Il documento era sottoposto a particolare cautela perché conteneva una deliberazione del

seggio concorsuale relativa alla denuncia di possibili interferenze sulla procedura.

Questo dato viene troppo spesso sottaciuto.

Si parla del fatto che fosse riservato.

Molto meno del perché.

E allora la domanda è inevitabile:

quante Commissioni e quanti Presidenti, percependo possibili interferenze, scelgono

di formalizzarle immediatamente, verbalizzarle e segnalarle agli organi competenti?

Tutte le situazioni potenzialmente rilevanti di cui sono venuto a conoscenza sono state

sottoposte tal quali e nell’immediatezza al vaglio dell’Autorità giudiziaria competente.

Non dopo un articolo.

Non dopo una polemica.

Nell’immediatezza.

È questa la legalità che conosco: non quella proclamata a posteriori, ma quella praticata

mentre i fatti accadono.

Carlo Caputo: raccontiamo anche il resto

Il dott. Carlo Caputo, Sindaco di Belpasso, risultò vincitore di una procedura idoneativa

ASMeL.

Una volta assunto, fu adibito alle proprie mansioni al pari degli altri dipendenti.

Lavorava in un ufficio composto da quattro unità, svolgeva attività istruttoria ed era firmatario

dell’istruttoria di provvedimenti regolarmente pubblicati.

Anche i permessi richiesti per il mandato elettorale erano sottoposti alle ordinarie verifiche.

Quando chiese un nulla osta alla mobilità, il sottoscritto espresse parere negativo,

ritenendo insufficiente l’anzianità di servizio maturata.

Un dato poco compatibile con la rappresentazione di un rapporto privilegiato.

Anche qui, meno narrazione.

Più documenti.

Francofonte: una scelta di servizio, non di convenienza

Sono stato Comandante del Corpo di Polizia Municipale di Francofonte.

E ne sono orgoglioso.

Sono legato a quella comunità e ho scelto di servirla assumendo responsabilità che non

erano certo proporzionali alla redditività economica dell’incarico.

Fu una scelta di servizio.

Una scelta coerente con i miei valori.

Durante il periodo di comando ho adottato anche prescrizioni anti-inchino e specifiche

cautele dirette a prevenire forme di indebita soggezione simbolica o sostanziale

dell’istituzione rispetto a interessi o consuetudini incompatibili con la legalità.

Non sono affermazioni costruite oggi.

Sono atti.

Sono disposizioni.

Sono documenti.

Su questo terreno sfido chiunque, pubblico o privato, a contestare nel merito il mio impegno

per la legalità.

Non rivendico l’infallibilità.

Perfettibile, come tutti sotto il cielo umano.

Ma rivendico una scelta professionale fondata sul servizio alla comunità e non sulla

convenienza personale.

Per questo respingo ogni suggestivo accostamento tra il mio precedente incarico e il

successivo scioglimento del Comune di Francofonte.

La responsabilità è personale.

Non è geografica.

Non è cronologica.

Non è narrativa.

Ricordo inoltre che, in esito alla prima correzione intervenuta nel dicembre 2024, una unità

assunta dal Comune di Francofonte cessò dal servizio.

Un’altra unità in servizio a Melilli è stata successivamente licenziata per differenti motivi

disciplinari.

Quando l’Amministrazione ha ritenuto necessario adottare provvedimenti sfavorevoli, li ha

adottati.

Chi vede opacità la dimostri

Il punto centrale resta questo.

Non chiedo a nessuno di smettere di fare domande.

Chiedo che alle domande seguano i fatti.

Chi parla di opacità indichi dove.

Chi parla di favoritismi indichi chi sarebbe stato favorito, con quale atto e mediante quale

condotta.

Chi parla di interferenze indichi quali.

Chi sostiene che la politica abbia condizionato la Commissione produca un elemento

concreto.

Un sospetto ripetuto cento volte resta un sospetto.

Una congettura condivisa sui social resta una congettura.

Un titolo resta un titolo.

Il diritto pretende ancora una cosa molto semplice:

la prova.

Il giornalismo d’inchiesta non ha bisogno di aggettivi

Continuo a credere nel giornalismo d’inchiesta.

Proprio per questo credo che non abbia bisogno di espressioni come “scandalo”,

“incompetenza”, “opacità” quando esse finiscono per anticipare una conclusione invece di

documentarla.

Un’inchiesta non diventa più forte aggiungendo un aggettivo.

Diventa più forte aggiungendo un documento.

Il giornalismo può essere durissimo sui fatti.

Deve esserlo, quando serve.

Ma i commenti perniciosi sulle persone e sulle loro facoltà professionali non aggiungono

verità.

La giurisprudenza conosce differenti orientamenti.

La dottrina discute.

I giudici possono decidere diversamente.

Le sentenze possono essere appellate.

Questo non è caos.

È pluralismo giuridico.

La trasparenza vale in entrambe le direzioni

Non chiedo silenzio.

Chiedo precisione.

Raccontate l’interrogazione Nicita.

Ma raccontate anche le sentenze intervenute dopo.

Raccontate la risposta del Ministro Zangrillo.

Ma raccontate che sui profili personali il TAR ha respinto le prospettazioni di conflitto e

incompatibilità e ha parlato di collegio perfetto.

Raccontate il verbale n. 13.

Ma raccontate anche che riguardava una segnalazione di possibili interferenze.

Raccontate Carlo Caputo.

Ma raccontate il normale lavoro d’ufficio e il mio parere negativo alla mobilità.

Raccontate Francofonte.

Ma raccontate anche le prescrizioni anti-inchino e le cautele documentate.

Raccontate tutto.

Perché il contrario della propaganda non è la propaganda opposta.

È la completezza.

La politica faccia politica.

La dirigenza amministri.

Le Commissioni valutino.

I giornalisti indaghino.

L’Autorità giudiziaria accerti.

I giudici giudichino.

Questa separazione delle funzioni è una garanzia per tutti.

Perfettibile, ma non disponibile alla delegittimazione per

suggestione

Non sono infallibile.

Nessuno lo è.

Sono perfettibile, come ogni persona sotto il cielo umano.

Ma una cosa è riconoscere la fallibilità propria di ogni esperienza professionale.

Altra cosa è accettare che una controversia amministrativa, una differente interpretazione o

un sospetto giornalistico si trasformino retrospettivamente in un giudizio complessivo sulla

persona.

Ho scelto incarichi non proporzionati alla loro redditività perché credevo nel servizio alla

comunità.

Ho segnalato situazioni delicate quando sarebbe stato più semplice ignorarle.

Ho esercitato le funzioni pubbliche secondo la mia coscienza e secondo la legge.

Accetto il controllo.

Non accetto la delegittimazione per suggestione.

I valori non si inventano. Si professano

Non considero i giornalisti che hanno scritto di questa vicenda miei nemici.

Continuo a credere nella libertà di stampa.

Ma credo anche nel diritto di replica, nella dignità personale, nella responsabilità delle parole

e soprattutto nella distinzione tra ciò che si sospetta e ciò che si dimostra.

Desidero che venga fatta piena luce.

Su tutto.

Senza protezioni.

Senza zone franche.

Senza privilegi.

Ma anche senza processi per suggestione.

Per due anni ho ascoltato molte domande.

Oggi ne formulo una io:

se davvero si cerca la verità, perché alcuni documenti fanno tanto rumore e altri così

poco?

I valori non si inventano quando servono.

Si professano quando costano.

E i documenti, a differenza delle congetture, non hanno bisogno di alzare la voce.

Prof. Avv. Daniel Amato

 


VERSIONE INTEGRALE

 

CONCORSI DI MELILLI: MENO FIABE, PIÙ ATTI. DOPO DUE ANNI DI SILENZIO PARLANO I DOCUMENTI

 

Il diritto di cronaca è sacro. Ma anche i fatti hanno diritto di parola

Ho letto con attenzione l’articolo pubblicato da L’Informazione il 12 agosto 2026, significativamente

intitolato “Concorsi, lo scandalo di Melilli. Storia di un giornalismo vero”, nel quale vengono

riprese, sistematizzate e ulteriormente rilanciate ricostruzioni che da quasi due anni accompagnano la

vicenda dei concorsi del Comune di Melilli, prima sulle pagine de La Civetta di Minerva, poi su altre testate

e infine, con la fisiologica moltiplicazione propria del nostro tempo, sui social network.

Ho taciuto a lungo.

Quasi due anni.

Non perché mi mancassero gli argomenti.

Non perché non avessi letto.

Non perché non conoscessi ciò che veniva scritto.

E neppure perché considerassi irrilevante ciò che, giorno dopo giorno, veniva associato al mio nome, alla

mia attività professionale e alla mia reputazione.

Ho taciuto perché ritengo che chi esercita una pubblica funzione abbia obblighi che non gravano nella

stessa misura su chi scrive un articolo, pubblica un post o formula una censura.

Esiste, infatti, un’asimmetria comunicativa che troppo spesso viene dimenticata.

Il giornalista può porre una domanda.

Il cittadino può formulare un sospetto.

Il social network può moltiplicarlo.

Un dirigente pubblico, invece, prima di pronunciare una parola deve domandarsi se essa interferisca con

un procedimento, se coinvolga dati riservati, se anticipi valutazioni appartenenti ad altre Autorità, se possa

essere equivocata come posizione ufficiale dell’Ente, se investa atti ancora oggetto di giudizio.

A volte bastano dieci parole per insinuare un dubbio.

Per rispondervi correttamente servono cinquanta pagine di documenti.

E il silenzio che ne deriva non può diventare, a sua volta, una prova a carico.

Questa è stata la mia liturgia istituzionale del silenzio.

Ho esercitato per anni la professione di Avvocato del libero foro. Ho dedicato una parte importante del

mio percorso alla tutela dell’ambiente, dei diritti umani, della pubblica integrità, alla cultura della legalità

e al controllo dell’esercizio del potere.

Per questa ragione sarebbe oggi intellettualmente disonesto considerare il giornalismo d’inchiesta un

nemico soltanto perché, questa volta, la sua lente si è posata anche su di me.

I valori non si inventano quando servono. Si professano.

E dunque non contesto il diritto di indagare.

Non contesto il diritto di fare domande.

Non contesto neppure il diritto di criticare severamente una Pubblica Amministrazione.

Ma dopo due anni rivendico il diritto — altrettanto democratico — di chiedere che alle domande seguano

i documenti, alle suggestioni le prove, alle parole i fatti.

E soprattutto che una persona non venga trasformata in una categoria narrativa.

“Incompetenza”: una parola comoda, ma non neutra

Tra le espressioni utilizzate nel dibattito compare anche il termine “incompetenza”.

Lo respingo.

Non perché il giornalismo debba essere gentile.

La gentilezza è una scelta.

La precisione, invece, dovrebbe essere un dovere.

Esistono parole perfettamente idonee a descrivere un fatto senza trasformarsi in una sentenza sulla

persona: criticità, questione controversa, profilo amministrativo contestato, differente interpretazione, anomalia denunciata.

“Incompetenza” è altro.

Non descrive una pratica.

Giudica una persona.

E quando il giudizio viene rivolto a un professionista e dirigente pubblico, la differenza non è semantica.

È sostanziale.

Il diritto amministrativo, peraltro, è forse uno dei luoghi meno adatti per distribuire patenti definitive.

La giurisprudenza vive di interpretazioni, orientamenti, evoluzioni, sentenze di primo grado, appelli,

riforme, conferme, contrasti e composizioni.

È il pluralismo del diritto.

Trasformare ogni differente soluzione interpretativa in una prova di “incompetenza” significherebbe

dichiarare incompetente metà dell’avvocatura ogni volta che perde una causa e metà della magistratura

ogni volta che una sentenza viene riformata.

Evidentemente non funziona così.

Le sentenze, finalmente. E sulle questioni personali parlano

chiaro

Sono state pubblicate il 3 agosto 2026 le sentenze del TAR Sicilia – Catania nn. 2296, 2297 e 2298.

Non mi interessa utilizzare una sentenza come una clava contro qualcuno.

Mi interessa leggerla.

Ed è curioso che nel dibattito pubblico le sentenze vengano talvolta raccontate per ciò che consentono

di sostenere una tesi e molto meno per ciò che la contraddice.

Sui profili riguardanti direttamente il sottoscritto e il Segretario Generale, il TAR scrive:

«La censura è infondata».

Era stato denunciato un presunto conflitto di interessi in capo al Segretario Generale dott. Salvatore

Marco Puglisi e al Presidente della Commissione, Prof. Daniel Amato.

Il Tribunale ricorda che le cause di incompatibilità sono tassative e richiedono un interesse personale,

diretto, concreto e attuale tale da minare l’imparzialità.

E aggiunge che non era stato fornito «alcun principio di prova» circa l’esistenza di un simile interesse.

Non basta.

La censura pretendeva di desumere elementi di conflitto dal fatto che il Segretario Generale avesse

adottato atti di autotutela e che io avessi reso un parere tecnico.

Risposta del TAR: tali attività «rientrano nelle ordinarie funzioni istituzionali» e non sono di per sé

sintomatiche di conflitto.

Non un comunicato stampa.

Non una mia memoria.

Non un’opinione.

Una sentenza.

Sul preteso carattere “anomalo” della Commissione nella fase rinnovata, ancora:

doglianza infondata.

Dai verbali del 23 e 24 aprile 2025, scrive il giudice, emerge che la valutazione dei candidati è stata

effettuata dal collegio perfetto, composto dai tre membri effettivi: Avv. Daniel Amato, Dott. Giovanni

Cocco e Dott.ssa Silvia Gitto.

La presenza di supplenti o personale di supporto nelle operazioni preliminari o nelle sedute pubbliche,

prosegue il TAR, non inficiava la legittimità della costituzione dell’organo, che aveva deliberato

nella corretta composizione collegiale.

Dunque, sui tre temi che per mesi hanno campeggiato nel dibattito:

conflitto di interessi: censura infondata.

Incompatibilità: non dimostrata.

Commissione rinnovata: collegio perfetto.

Le altre statuizioni delle pronunce appartengono al contenzioso dell’Ente e saranno valutate dal Comune

di Melilli nelle sedi consone, esercitando ogni mezzo di tutela previsto dall’ordinamento.

Non compete al sottoscritto anticipare strategie processuali, né esprimere acquiescenze, riconoscimenti

o valutazioni che spettano all’Amministrazione e ai suoi difensori.

Il tanto invocato Sen. Nicita. Il tanto invocato Ministro

Zangrillo. Poi è arrivato il TAR

Per mesi una parte del racconto ha richiamato l’interrogazione del senatore Antonio Nicita e la risposta

del Ministro per la Pubblica Amministrazione Paolo Zangrillo quasi come tavole della legge scolpite nella

pietra.

L’interrogazione esiste.

È una legittima prerogativa parlamentare.

La risposta ministeriale esiste.

Fu resa nel dicembre 2025 e risulta negli atti ufficiali del Senato.

Ma né l’interrogazione parlamentare né una risposta ministeriale sono una sentenza.

Il sindacato ispettivo pone domande.

Il Ministro risponde, sulla base degli elementi che possiede in quel momento.

Il giudice decide una controversia nel contraddittorio delle parti.

E dopo quella risposta sono arrivate tre pronunce del TAR.

E allora, alla parte del sindacato ispettivo che per mesi è stata invocata per sostenere dubbi su

incompatibilità, conflitto e composizione della Commissione, oggi una risposta istituzionale molto più

precisa esiste:

nessun conflitto di interessi dimostrato.

Nessuna incompatibilità accertata.

Collegio perfetto nella fase valutativa esaminata.

Questo dovrebbe costituire un fatto giornalistico almeno quanto costituì un fatto giornalistico la risposta

ministeriale.

E invece sembra fare molto meno rumore.

Curioso.

La risposta Zangrillo e qualche interrogativo che resta

Con tutto il rispetto dovuto al Ministro e all’istituzione che rappresenta, quella risposta, riletta oggi e

soprattutto alla luce delle successive risultanze processuali, mi appare sorprendentemente superficiale

e parziale.

Lo dico sul piano istituzionale, non politico.

La risposta interveniva mentre era in corso una significativa interlocuzione documentale con il Comune

di Melilli.

Il Comune aveva fornito e continuava a fornire elementi, atti e chiarimenti.

Eppure l’impressione che ne derivò pubblicamente fu quella di una sorta di verdetto anticipato.

Una risposta proveniente, peraltro, da un Ministro appartenente a un Governo di centrodestra a seguito

di un’iniziativa di sindacato ispettivo proveniente da un esponente dell’opposizione.

La coincidenza, di per sé, naturalmente, non dimostra nulla.

E non intendo trasformarla in ciò che non è.

Ma dopo essere stato destinatario di domande per quasi due anni, credo di poter formulare anch’io una

domanda.

Quando sinistra e destra, normalmente divise quasi su tutto, riescono a convergere con tale energia e con

toni così marcati su una procedura amministrativa locale, è davvero irragionevole domandarsi se,

facendo semplicemente il nostro lavoro, abbiamo finito per sfiorare qualche interesse o

sensibilità forte?

È una domanda.

Non un’accusa.

Non dispongo di elementi per sostenere l’esistenza di un disegno e dunque non lo sostengo.

Non voglio rispondere alle suggestioni con altre suggestioni.

Ma è difficile non osservare che nella vita pubblica italiana passano talvolta vicende assai più imponenti

senza interrogazioni, senza titoli quotidiani, senza mobilitazioni trasversali e senza che mezzo sistema

politico senta il bisogno di occuparsene.

Questa, però, è un’altra storia.

E non intendo scadere nell’invettiva politica.

Mi limito a registrare una sproporzione di attenzione che, da cittadino prima ancora che da dirigente, fa

riflettere.

La politica deve stare fuori dai concorsi. Anche quando la

politica è amica

Su questo punto non utilizzo perifrasi.

La politica deve stare fuori dai concorsi.

Fuori dagli esami.

Fuori dai giudizi.

Fuori dalle graduatorie.

Fuori dalle decisioni della Commissione.

L’ordinamento distingue l’indirizzo politico dalla gestione.

Non è una raffinatezza per manuali universitari.

È uno dei pilastri dell’amministrazione moderna.

Nell’esercizio delle mie funzioni non ho mai confuso i due piani.

Non formalmente.

Non sostanzialmente.

E, aggiungo, neppure sul piano dialogico, relazionale o amicale.

Perché l’indipendenza di un dirigente non si verifica soltanto leggendo una determina.

Si verifica anche nel comportamento quotidiano.

Un rapporto di amicizia, cordialità, conoscenza personale o collaborazione istituzionale con un

amministratore non diventa un canale parallelo di decisione.

Mai.

La politica indica obiettivi.

La dirigenza gestisce.

La Commissione valuta.

Chi ritiene che questo confine sia stato superato ha tutto il diritto di dirlo.

Ma deve indicare quando, come, con quale atto, in favore di chi e mediante quale condotta.

Questa si chiama prova.

Tutto il resto appartiene alla narrativa.

360 domande pubblicate: la curiosa “opacità” alla luce del sole

Molto è stato scritto anche sulle domande della prova orale.

E qui si raggiunge un paradosso che meriterebbe almeno qualche riga.

La Commissione predispose 360 quesiti pubblicati preventivamente.

Lo scrivono le stesse sentenze.

Il patrimonio delle domande era dunque reso conoscibile ai candidati prima dell’esame.

Il modello adottato perseguiva una logica assimilabile a un syllabus: delimitare in anticipo il patrimonio

conoscitivo, ridurre l’elemento sorpresa e consentire a tutti i concorrenti di prepararsi sul medesimo

materiale.

Le domande erano ricondotte al paniere previamente pubblicato e, secondo l’impostazione

amministrativa adottata, il materiale comprendeva anche l’individuazione delle risposte corrette.

Un sistema che può certamente essere discusso.

Tutto può esserlo.

Ma utilizzare la categoria dell’“opacità” per una procedura nella quale vengono pubblicati centinaia di

quesiti in anticipo ha qualcosa di singolare.

L’opacità, normalmente, è ciò che non si vede.

Qui si pubblicava prima.

È una scelta che trova analogie in esperienze selettive e formative fondate sulla preventiva delimitazione

dei contenuti, anche nella più ampia cultura europea della standardizzazione delle conoscenze.

Si può sostenere un diverso orientamento.

È il pluralismo interpretativo.

Ma allora si discuta dell’istituto.

Non della moralità di chi lo applica.

Il Segretario Generale Puglisi: garanzia procedimentale, non

“regia”

Altro personaggio che le congetture hanno finito per trasformare quasi in un protagonista occulto è il

Segretario Generale del Comune di Melilli, dott. Salvatore Marco Puglisi.

Anche qui conviene abbandonare il romanzo e aprire il TUEL.

Le attività di autotutela relative a rettifiche, errori materiali e aspetti formali furono curate dal Segretario

Generale, nell’esercizio della funzione istituzionale propria dell’art. 97 del D.Lgs. n. 267/2000, in luogo

del Responsabile del procedimento, dirigente dell’Area strategica dott.ssa Enza Marchica.

Perché?

Per abbassare il livello di garanzia?

No.

Esattamente il contrario.

Per imprimere alla vicenda il massimo livello di attenzione istituzionale, affidandola a una figura che,

proprio per la collocazione ordinamentale del Segretario Generale, è chiamata a presidiare legalità,

coordinamento e correttezza dell’azione amministrativa.

E il TAR, quando qualcuno ha tentato di trasformare persino l’adozione della determina di autotutela da

parte del Segretario in indice di conflitto, ha risposto che tale attività rientrava nelle ordinarie funzioni

istituzionali.

Il dott. Puglisi non si è sostituito alla Commissione nelle valutazioni tecniche.

Non ha deciso se una risposta valesse ventuno, venticinque o trenta.

Non ha interrogato candidati.

Non ha sostituito il proprio giudizio a quello del seggio.

Il suo intervento è rimasto sul piano della continenza procedimentale e ordinamentale, non del

merito tecnico.

La stessa riedizione degli orali dimostra la distinzione: al Segretario la funzione procedimentale, al collegio

la valutazione.

Questo si chiama rispetto delle competenze.

Ma anche questo, anziché diventare oggetto di una critica amministrativa fondata su norme, è stato

trasformato talvolta in congettura.

Il verbale n. 13: il “mistero” che denunciava possibili

interferenze

Poi c’è lui.

Il verbale n. 13.

Per mesi circondato da un’aura quasi letteraria.

Secretato.

Misterioso.

Inaccessibile.

Chissà cosa conteneva.

Le congetture sono diventate talvolta quasi fiabesche.

Peccato che la realtà fosse molto più semplice e, soprattutto, molto più seria.

Il verbale era sottoposto a particolare cautela perché conteneva una deliberazione del seggio

concorsuale concernente la denuncia di possibili interferenze sulla procedura.

Non era tenuto riservato per occultare un illecito della Commissione.

Conteneva la segnalazione di un possibile problema rivolto verso la Commissione.

È una differenza non propriamente marginale.

Eppure questo dettaglio decisivo viene curiosamente sottaciuto.

Si parla della riservatezza.

Molto meno della ragione della riservatezza.

E allora la domanda, questa volta, la pongo io:

quante Commissioni di concorso, e quanti Presidenti di Commissione, dinanzi alla percezione

di possibili interferenze, hanno il coraggio di fermarsi, verbalizzare, formalizzare e segnalare

immediatamente il fatto?

Perché parlare di legalità a cose fatte è semplice.

Applicarla quando qualcosa accade è più difficile.

Io ho scelto la seconda strada.

Ogni situazione rilevante è stata portata immediatamente

all’Autorità giudiziaria

Lo affermo con precisione perché considero questo punto essenziale.

Ogni situazione potenzialmente rilevante, ogni segnalazione e ogni fatto suscettibile di possibili

refluenze è stato sottoposto tal quale e nell’immediatezza al vaglio dell’Autorità giudiziaria

competente.

Non quando la vicenda è finita sui giornali.

Non dopo un’interrogazione parlamentare.

Non quando sarebbe diventato conveniente costruire una difesa pubblica.

Nell’immediatezza.

È sempre stato questo il mio metodo.

Chi esercita pubbliche funzioni non deve inventarsi investigatore.

Deve fare una cosa molto più semplice e molto più seria: quando incontra un fatto che potrebbe rilevare

per altre Autorità, lo rappresenta.

E poi lascia che chi ha la competenza accerti.

Anche per questo, sui profili eventualmente riguardanti l’Autorità giudiziaria, non dirò altro.

Confido che venga fatta piena luce.

Non ho alcun interesse contrario.

Carlo Caputo: il “caso” raccontato senza il quotidiano lavoro

d’ufficio

Veniamo al dott. Carlo Caputo, Sindaco di Belpasso.

Anche qui la narrazione ha una straordinaria capacità di selezionare i fatti.

Caputo partecipa a una procedura idoneativa ASMeL, viene individuato attraverso tale percorso ed entra

in servizio al Comune di Melilli.

La procedura ASMeL è stata oggetto di ampio dibattito giuridico e una parte della dottrina ne ha

evidenziato la natura di strumento idoneativo e neutro rispetto alla successiva scelta dell’Ente, con

caratteristiche differenti dal tradizionale concorso costruito per l’immediata attribuzione di uno specifico

posto.

Ma che cosa succede una volta assunto?

Viene sistemato in una stanza dorata?

No.

Lavora in un ufficio con quattro dipendenti.

Svolge istruttoria.

Firma l’istruttoria di provvedimenti.

Gli atti vengono regolarmente pubblicati.

Quando chiede permessi legati all’esercizio del mandato elettorale, vengono sottoposti alle verifiche

amministrative.

Esattamente come dovrebbe accadere per un dipendente.

E c’è un particolare.

Forse meno spettacolare, ma utile.

Quando Carlo Caputo chiese il nulla osta alla mobilità, il sottoscritto espresse parere negativo ritenendo

non sufficiente l’anzianità di servizio maturata.

Curiosa forma di favoritismo.

Se si vuole raccontare un rapporto privilegiato, bisogna spiegare anche perché chi avrebbe dovuto

privilegiare il beneficiario gli nega il nulla osta che chiede.

Altrimenti manca un pezzo.

E quel pezzo si chiama documento.

Francofonte: orgoglio, non imbarazzo

Sono stato Comandante del Corpo di Polizia Municipale di Francofonte.

Lo dico senza imbarazzo.

Anzi.

Con orgoglio.

Sono profondamente legato a quella comunità e ho scelto di servirla accettando responsabilità che non

erano certo proporzionali alla redditività economica dell’incarico.

Quella esperienza non fu una scelta di convenienza.

Fu una scelta di servizio.

E, come tutte le esperienze umane, sarà stata perfettibile.

Perfettibile, come tutti sotto il cielo umano.

Non rivendico l’infallibilità.

Rivendico però il metodo.

Durante il mio periodo di comando ho adottato, tra l’altro, prescrizioni anti-inchino e specifiche

cautele dirette a prevenire forme simboliche o sostanziali di soggezione dell’istituzione a

interessi, gruppi o consuetudini incompatibili con il principio di legalità.

Non sono ricordi autobiografici improvvisamente riaffiorati perché utili alla replica.

Sono atti.

Documenti.

Prescrizioni verificabili.

E dunque su questo punto posso utilizzare una parola che normalmente evito:

sfido chiunque, pubblico o privato, a contestare nel merito il mio impegno per la legalità durante

il comando della Polizia Municipale di Francofonte.

Lo faccia con i documenti.

Non con gli accostamenti.

Perché associare retrospettivamente la mia esperienza al successivo scioglimento dell’Ente significa

costruire una responsabilità per contiguità narrativa che il nostro ordinamento non conosce.

La responsabilità è personale.

Non è geografica.

Non è cronologica.

Non è trasferibile per prossimità.

E lo stesso articolo de L’Informazione, peraltro, precisa che lo scioglimento di Francofonte riguarda

vicende non collegate al concorso dei Vigili urbani.

Allora perché l’accostamento?

La notizia può essere formalmente vera.

Ma le due frasi, poste una accanto all’altra, generano inevitabilmente una suggestione.

E il giornalismo di inchiesta dovrebbe essere il primo a conoscere la differenza tra fatto e montaggio

del fatto.

Ricordo inoltre che, in esito alla prima correzione intervenuta nel dicembre 2024, una unità assunta dal

Comune di Francofonte cessò dal servizio.

Un’altra unità in servizio a Melilli è stata successivamente licenziata per differenti ragioni di natura

disciplinare.

Quando l’Amministrazione ha ritenuto di dover adottare provvedimenti sfavorevoli, li ha adottati.

Non sembra esattamente la fotografia di una macchina costruita per proteggere qualcuno.

La legalità documentale e la legalità raccontata

C’è una differenza che questa vicenda mi ha insegnato ad apprezzare ancora di più.

Esiste la legalità raccontata.

Quella dei proclami.

Dei post.

Dei titoli.

Degli hashtag.

Delle dichiarazioni solenni.

E poi esiste la legalità più noiosa.

Quella dei protocolli.

Dei verbali.

Delle segnalazioni.

Delle astensioni prudenziali.

Delle comunicazioni all’Autorità giudiziaria.

Degli atti che magari nessuno legge ma che, anni dopo, raccontano ciò che una persona fece quando non

sapeva ancora che qualcuno avrebbe scritto un articolo su di lei.

Io preferisco la seconda.

Anche il verbale n. 8, con il quale avevo preventivamente segnalato situazioni rispetto alle quali intendevo

adottare cautele e astensioni, è stato utilizzato come argomento per sostenere una presunta

incompatibilità generale.

L’abstract delle sentenze evidenzia esattamente il contrario: la segnalazione preventiva era stata qualificata

quale strumento di trasparenza volto a consentire all’Amministrazione di valutare l’eventuale conflitto

potenziale, e le censure personali formulate sul punto non hanno trovato accoglimento.

E dunque torna la domanda.

Se segnali un possibile problema, quella segnalazione diventa la prova che eri incompatibile.

Se non lo segnali, ti verrà contestato di averlo nascosto.

Interessante paradigma.

Io continuo a preferire la prima strada.

Segnalare.

Sempre.

Se qualcuno vede opacità, la dimostri

Non ho mai chiesto a nessuno di smettere di indagare.

Dico l’opposto.

Continuate.

Ma se si vuole sostenere che vi sia stata opacità, l’opacità va dimostrata.

Non evocata.

Se vi è stato un favoritismo:

chi?

Quale candidato?

Quale atto?

Quale punteggio?

Quale interferenza?

Quale ordine?

Quale telefonata?

Quale decisione condizionata?

Se la politica sarebbe entrata nella Commissione:

quando?

Chi?

Come?

Con quale effetto?

Se il Presidente sarebbe stato incompatibile:

per quale relazione concreta?

Con quale interesse personale?

Su questo punto, peraltro, il TAR ha già risposto che non era stato fornito alcun principio di prova circa

un interesse personale, concreto e attuale.

La prova non può essere sostituita dalla frequenza della ripetizione.

Un sospetto ripetuto cento volte resta un sospetto.

Una congettura condivisa mille volte resta una congettura.

Un titolo indicizzato da Google resta un titolo.

Il diritto continua ostinatamente a pretendere un’altra cosa:

i fatti.

Il giornalismo d’inchiesta non ha bisogno di aggettivi

Continuo a considerare il giornalismo d’inchiesta indispensabile.

Proprio per questo credo che non abbia bisogno di certe scorciatoie.

“Scandalo”.

“Incompetenza”.

“Opacità”.

Sono parole rumorose.

Fanno titolo.

Ma un’inchiesta non diventa più vera aggiungendo aggettivi.

Diventa più vera aggiungendo documenti.

Il giornalismo può essere durissimo.

Può smontare un atto riga per riga.

Può mostrare una contraddizione.

Può formulare domande imbarazzanti.

Può scoprire ciò che il potere avrebbe preferito non mostrare.

Questa è la sua grandezza.

Molto meno utile è il commento personale pernicioso sulla persona e sulle sue facoltà professionali.

La giurisprudenza ha diversi indirizzi.

La dottrina discute.

I Tribunali possono decidere diversamente.

Le sentenze possono essere appellate.

Il diritto vive di confronto.

È persino possibile che due giuristi seri, leggendo la stessa norma, arrivino a conclusioni differenti.

È la cultura giuridica.

Non l’incompetenza.

Se vogliamo una società pluralista dobbiamo accettare anche il pluralismo delle interpretazioni.

Diversamente, dietro la retorica della trasparenza rischiamo di costruire un conformismo assai più

pericoloso.

Strana convergenza, ma nessuna invettiva politica

Resta infine una considerazione personale.

La vicenda è stata oggetto di iniziativa da parte di un esponente politico collocato a sinistra e di una

risposta particolarmente severa proveniente da un Ministro di un Governo di centrodestra.

Potrei costruirci sopra un’intera teoria.

Non lo faccio.

Potrei sostenere che esista una regia.

Non dispongo di alcuna prova e dunque non lo sostengo.

Potrei lanciare invettive contro la politica.

Non lo farò.

Ma posso dire che questa eccezionale convergenza e l’intensità dell’attenzione dedicata a un caso

amministrativo locale mi fanno riflettere.

Forse abbiamo toccato qualche sensibilità.

Forse qualche interesse.

Forse nulla di tutto questo.

Lo stabiliranno eventualmente i fatti.

Per ora resta un interrogativo.

E tale deve rimanere.

Perché sarebbe paradossale criticare le congetture altrui sostituendole con le mie.

Ci sono molte altre vicende che attraversano la vita pubblica senza fare altrettanto rumore.

Ma questa è, appunto, un’altra storia.

Non desidero silenzio. Desidero precisione

Non chiedo a L’Informazione di tacere.

Non lo chiedo a La Civetta di Minerva.

Non lo chiedo ai giornalisti che hanno seguito questa vicenda.

Non lo chiedo a chi condivide gli articoli sui social.

Chiedo una cosa molto più impegnativa:

precisione.

Raccontate l’interrogazione Nicita.

Ma raccontate anche cosa ha scritto successivamente il TAR.

Raccontate la risposta Zangrillo.

Ma ricordate che appartiene al dicembre 2025, mentre le sentenze sono dell’agosto 2026.

Raccontate le ipotesi di incompatibilità.

Ma raccontate che sono state respinte.

Raccontate la “Commissione anomala”.

Ma raccontate che, nella fase valutativa oggetto delle pronunce, il TAR parla di collegio perfetto.

Raccontate il verbale n. 13.

Ma raccontate anche perché era sottoposto a cautela: conteneva una deliberazione relativa alla denuncia

di possibili interferenze.

Raccontate Francofonte.

Ma raccontate anche gli atti anti-inchino e le prescrizioni adottate dal suo Comandante.

Raccontate Carlo Caputo.

Ma raccontate che lavorava in un ufficio con altri dipendenti, svolgeva istruttoria, era sottoposto alle

normali verifiche sui permessi e ricevette dal sottoscritto un parere negativo alla mobilità.

Raccontate tutto.

Perché il contrario della propaganda non è la propaganda opposta. È la completezza.

La politica faccia politica. La dirigenza amministri. I giornalisti

indaghino. I giudici giudichino

Alla fine, basterebbe una regola molto semplice.

La politica faccia politica.

La dirigenza amministri.

Le Commissioni valutino.

I giornalisti indaghino.

L’Autorità giudiziaria accerti.

I giudici giudichino.

Nessuno invada il campo dell’altro.

Io, come dirigente, non ho mai accettato che un rapporto politico, personale, relazionale o amicale

entrasse nel luogo della decisione amministrativa.

E continuerò a non accettarlo.

Allo stesso modo considero essenziale che il giudizio giornalistico non venga confuso con quello

giudiziario, l’interrogazione parlamentare con una sentenza, la critica con la prova e il sospetto con una

responsabilità.

Non sono sottigliezze.

Sono le garanzie dello Stato di diritto.

Perfettibile, sì. Disponibile alla delegittimazione per

suggestione, no

Non ho mai pensato di essere infallibile.

Sono un uomo.

Un professionista.

Un dirigente.

Un professore.

Un avvocato.

Un pubblico ufficiale.

E, come ogni persona sotto il cielo umano, sono perfettibile.

Non mi interessa costruire un’autobiografia eroica.

Ma proprio perché riconosco la fallibilità umana non accetto l’operazione opposta: trasformare ogni

controversia, ogni dubbio, ogni differente orientamento amministrativo nella prova retrospettiva di una

presunta inadeguatezza personale.

Ho fatto scelte professionali che non erano proporzionali alla loro redditività.

Ho accettato responsabilità perché credevo nel servizio alla comunità.

Ho segnalato situazioni delicate quando avrei potuto girarmi dall’altra parte.

Ho adottato atti che ritenevo conformi alla legge anche quando erano scomodi.

E ho sempre considerato che la funzione pubblica avesse un prezzo: accettare il controllo.

Lo accetto.

Non chiedo sconti.

Ma il controllo deve essere esercitato sui fatti.

I valori non si inventano. Si professano

Dopo quasi due anni avrei potuto scegliere una replica rabbiosa.

Non mi interessa.

Potrei trasformare i giornalisti che hanno scritto di me in nemici.

Non lo sono.

Potrei mettere in discussione il giornalismo d’inchiesta.

Sarebbe una clamorosa smentita di tutto ciò che ho sostenuto nella mia vita.

Continuo a credere che una democrazia senza giornalismo libero sia più povera.

Continuo a credere che chi amministra denaro, poteri e funzioni pubbliche debba accettare di essere

osservato.

Continuo a credere nella libertà di critica.

Ma credo anche nella dignità.

Nella completezza.

Nel diritto alla replica.

Nella responsabilità delle parole.

E soprattutto nella distinzione tra ciò che si sospetta e ciò che si dimostra.

Perché l’asimmetria comunicativa non può trasformare chi ha il dovere istituzionale del silenzio nel

bersaglio perfetto di chi non ha lo stesso vincolo.

Non desidero che nessuno smetta di fare domande.

Desidero che si faccia piena luce.

Su tutto.

Senza protezioni.

Senza zone franche.

Senza privilegi.

Ma anche senza processi per suggestione.

Ogni situazione che ho ritenuto potenzialmente rilevante è stata sottoposta immediatamente alle Autorità

competenti.

Continuerò a fare esattamente questo.

Non perché oggi sia conveniente affermarlo.

Ma perché è ciò che ho sempre ritenuto dovesse fare un pubblico ufficiale.

I valori non si inventano quando servono.

Si professano quando costano.

E poiché per due anni ho ascoltato domande, oggi credo di avere almeno il diritto di formularne una

anch’io:

se davvero si cerca la verità, perché alcuni documenti fanno tanto rumore e altri così poco?

La risposta non spetta a me.

Ma i documenti, fortunatamente, restano.

E, a differenza delle congetture, non hanno bisogno di alzare la voce.

 

Prof. Avv. Daniel Amato

Prof. Avv. Daniel AmatoProfessore Universitario di Diritto dell’Unione Europea

Dirigente dell’Area della Formazione e delle Politiche Internazionali del Comune di Melilli

Vice Segretario Generale del Comune di Melilli

Dirigente – Comandante del Settore Polizia Provinciale di Siracusa

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