La profonda difficoltà che gli adulti incontrano nel relazionarsi con i giovani

L’Eclissi del Benessere. Tra il nuovo DDL sull’imputabilità dei minori (14-18 anni) e la Legge 131/2026 “Liberi di scegliere”, l’analisi del malessere giovanile tra i dati HBSC, l’emergenza clinica e la mappatura dell’USR Sicilia sui Patti Educativi di Comunità.

Il Consiglio dei Ministri ha approvato pochi giorni fa un DDL che cambia i criteri di imputabilità penale dei minori tra 14 e 18 anni: dalla valutazione caso per caso a una presunzione relativa, superabile con prova contraria. Il disegno di legge, che non ha ancora iniziato l’iter parlamentare, esce quasi contemporaneamente all’approvazione definitiva della legge “liberi di scegliere” (G.U. 25 luglio – L. 131/2026), che consente l’allontanamento dei minori dagli ambienti criminali di provenienza (modello Di Bella – Presidente del Tribunale dei Minori di Catania). Non incompatibili sul piano operativo/procedurale, ma provenienti da due culture diverse nella visione dell’adolescenza. Il disegno di legge Meloni/Nordio è stato accolto negativamente dalla quasi unanimità di quanti si occupano di età evolutiva e dai magistrati minorili. Qualche timida apertura l’ha avuta solo dai magistrati ordinari. Non sono un giurista e pertanto le mie considerazioni non sono relative agli aspetti del diritto, ma vorrei solo proporre alcune riflessioni partendo dai dati disponibili riguardanti la cosiddetta “emergenza educativa”.

I dati della ricerca sull’infanzia e sull’adolescenza mettono in luce la profonda difficoltà che noi adulti incontriamo nel relazionarci con i più giovani. Da un lato la rapidità dei mutamenti e le trasformazioni culturali allargano le distanze, mentre la diversità dei linguaggi erige muri difficili da abbattere; dall’altro, la dipendenza dal mondo digitale ha contagiato anche gli adulti, rendendo la sintonizzazione emotiva quasi impossibile.

Tendiamo a liquidare il disagio che esplode tra i tredici e i diciotto anni come una semplice fase passeggera, una turbolenza fisiologica della crescita, ma la realtà è ben più complessa: siamo di fronte a un’emergenza strutturale che attraversa l’intera società e investe scuola, famiglia e servizi sociosanitari. Rischiamo tuttavia di fraintendere questa emergenza, finendo per etichettare i giovani come un “problema” e perdendo di vista ciò che si muove sotto la superficie. Dietro quella sofferenza, quei silenzi o quelle esplosioni, batte un’energia vibrante e una ricerca di senso che rappresentano una risorsa straordinaria.

Spesso i dati statistici dimenticano che l’adolescenza è per sua natura un periodo di intenso rinnovamento neurobiologico e neuropsicologico. Anzi, dovremmo preoccuparci se i ragazzi replicassero i nostri stessi schemi mentali. È un universo complesso e variegato, le cui potenzialità, la cui creatività e la cui bellezza non possono essere imbrigliate o svalutate dai soli numeri.

Pensiamo a figure come quella di Matteo Di Franca, 24 anni, presidente della Consulta giovanile di Siracusa, scomparso in modo prematuro poche settimane fa e che ha creato un grande dolore nella comunità siracusana: un ragazzo che ha saputo incarnare il meglio di questa generazione, trasformando i valori in impegno quotidiano nel sociale, diventando un punto di riferimento e un costruttore di ponti per i suoi coetanei. La scelta dello staff di Città Educativa di ricordarlo in modo significativo in occasione della settimana di novembre, dedicata alla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia, è certamente da apprezzare. La sua luce non è un’eccezione, ma un esempio di ciò che i nostri ragazzi possono essere quando sentono di appartenere a una comunità che li vede.

Se guardiamo ai numeri — quelli che ci arrivano dall’ISTAT, dall’Istituto Superiore di Sanità con i dati HBSC (Health Behaviour in School-aged Children, che studia i comportamenti collegati alla salute in ragazzi di età scolare ed è lo strumento di sorveglianza epidemiologica più importante a livello internazionale per capire come stanno davvero gli adolescenti), dai rapporti OMS e UNICEF e dalle rilevazioni cliniche dei reparti di Neuropsichiatria Infantile — emerge un profilo chiaro: una generazione esposta a pressioni inedite. Gli indicatori del BES (Benessere Equo e Sostenibile) dell’ISTAT ci dicono che i livelli di salute mentale, crollati drasticamente durante la pandemia, non sono tornati ai valori di partenza: tra i quindicenni, circa l’80% delle ragazze e oltre il 60% dei ragazzi dichiarano di avvertire un forte stress. Questa pressione si traduce in un linguaggio che il corpo usa quando non trova le parole: cefalee, dolori addominali, insonnia e una stanchezza cronica che non hanno cause organiche, ma sono il primo, spesso inascoltato, grido d’aiuto.

Quando il disagio supera la soglia di guardia, vediamo l’esplosione dei casi in NPIA e nei pronto soccorso. Parliamo dell’anticipazione di quadri clinici severi come i disturbi alimentari tra i 13 e i 16 anni e della drammatica diffusione dell’autolesionismo e delle ideazioni suicidarie. Anche la devianza e il fenomeno delle cosiddette “baby gang” vanno letti con questa lente. Non è quasi mai una scelta criminale consapevole, quanto piuttosto una risposta disfunzionale a un vuoto identitario incolmabile. In contesti di marginalità, dove lo Stato è assente o percepito solo come apparato repressivo, il gruppo criminale diventa l’unica “famiglia” capace di offrire riconoscimento. L’agito violento non è il fine, ma il mezzo: un modo brutale per sentirsi, finalmente, esistenti. Quando la società non offre alternative di senso, la strada promette una dignità distorta, ma reale. Il DDL Meloni/Nordio, insistendo sulla via del carcere, rischia di cristallizzare questa identità deviante, trasformando un malessere evolutivo in una carriera criminale definitiva.

La cultura che fa da sfondo alla legge che si ispira al Presidente Di Bella cerca di leggere i condizionamenti ambientali e i codici comunicativi che impediscono a questi ragazzi altre scelte e, attraverso l’allontanamento familiare, offre loro possibilità di recupero e di scelte di crescita.

Se poi allarghiamo lo sguardo a tutto il mondo giovanile e non solo a quello dell’area criminale, ma proviamo ad entrare nel mondo giovanile e nel loro disagio, ci accorgiamo, se abbiamo onestà intellettuale, che le nostre logiche attivano i loro sistemi di difesa, mettendo in atto comportamenti di attacco e fuga. Per loro, il nostro modo di parlare è un “muro comunicativo”. Gabor Maté, ne Il mito della normalità, ci offre una chiave illuminante: egli spiega come la nostra società alieni i bisogni fondamentali del bambino, incentivando i suoi surrogati. Quando l’ambiente non è in sintonia con i bisogni biologici ed emotivi, la sofferenza non è “malattia”, ma una risposta razionale a un ambiente irrazionale. Il sintomo non è il problema, ma un tentativo disperato di preservare l’integrità del sé. I ragazzi — egli dice — sono “canarini nella miniera”: la loro sofferenza ci segnala che il sistema in cui viviamo sta soffocando la vita.

Spesso i genitori pensano che i loro figli adolescenti siano cambiati all’improvviso: è una miopia educativa che nasce dal non aver letto i segnali che, durante l’infanzia, si esprimevano con il corpo e il comportamento. Bambini cronicamente oppositivi o con somatizzazioni ricorrenti venivano etichettati come “caratteriali”. In adolescenza, quella vulnerabilità incontra l’urto della pubertà, e i piccoli compensi infantili crollano.

Superare questa impossibilità di comunicare non è questione di tecniche, ma di umiltà. Il tema non è quanto dobbiamo essere fermi, ma se siamo ancora capaci di sintonizzarci su un mondo che è altro da noi, se siamo capaci di essere costruttori di dialogo.

Ho avuto modo di parlare in passato dei “patti educativi di comunità”, ma in Sicilia stentano a partire. È di qualche giorno fa la richiesta dell’Ufficio Scolastico Regionale della Sicilia per attuare un’indagine sui Patti educativi di comunità e su altre forme di reti educative nelle istituzioni scolastiche: data di scadenza per la risposta 12 agosto.

È fondamentale chiarire la natura di questi strumenti: i Patti di Comunità non sono obbligatori per legge. Non esiste un vincolo che ne imponga l’attivazione in ogni istituto. Sono, al contrario, un’opzione di sussidiarietà orizzontale (art. 118 Cost.) che richiede una volontà politica e pedagogica precisa. Proprio perché la loro sottoscrizione è volontaria, il rischio è che diventino un mero esercizio di stile, una “lista della spesa” di protocolli d’intesa. Per essere efficaci, devono diventare il perno di una rete che metta in connessione reale pediatri, servizi sociosanitari, enti del terzo settore, oratori, associazionismo sportivo e famiglie. L’obiettivo non è la semplice sommatoria di progetti, ma la creazione di un ecosistema dove la scuola diventa organismo vitale e non “luogo di addestramento”, in cui il minore non è un utente passivo, ma un protagonista del proprio territorio.

Dobbiamo tornare ad essere “base sicura” e traduttori emotivi. Serve un adulto che resti adulto, capace di abbassare le difese per stare vicino, dimostrando che il dolore dei ragazzi è visto, preso sul serio e contenuto. Dobbiamo ridare fiducia a questi ragazzi: il loro futuro non è un’ombra, ma una promessa, come quella che Matteo ci ha lasciato, che spetta a noi, insieme a loro, continuare a far fiorire.

Vengo spesso rimproverato dai docenti per essere troppo critico nei loro confronti, se non aggressivo. A dire il vero, ho piena consapevolezza del lavoro difficile e complesso che fanno. La maggior parte di loro lavora con passione e vocazione e molti studenti ricordano per anni il loro ruolo di educatori. Come in tutte le professioni, altri farebbero bene a cambiare mestiere. Ciò non toglie che viviamo in un sistema educativo profondamente in crisi e la scuola non è esente da tale difficoltà.

È necessario scoprire nuovi modelli e nuovi ‘paradigmi’. Gli adulti non sono più in grado di leggere un mondo che è lontano da noi. Non si tratta di essere più o meno rigidi o flessibili, ma di ricercare nuovi ‘parametri’ comunicativi per giungere a una sintonizzazione della comunicazione. Questo ha bisogno di processi che richiedono tempo e disponibilità al cambiamento personale.

Non stiamo assistendo alla crisi di una generazione, ma alla crisi di un ecosistema che abbiamo contribuito a costruire e in cui i nostri ragazzi — i “canarini nella miniera” — stanno consumando le proprie ali.

I dati sono solo il punto di partenza: ci avvertono che il sistema è saturo, che il linguaggio tra generazioni è diventato un codice criptato, che l’urgenza di una risposta non può più essere delegata solo alla scuola o ai servizi sociosanitari. Il richiamo, pur tardivo, dell’Ufficio Scolastico Regionale sui “Patti Educativi di Comunità” non è una mera scadenza burocratica, ma una soglia che siamo chiamati ad attraversare. La memoria di Matteo Di Franca ci consegna una verità scomoda quanto luminosa: i nostri giovani non sono in attesa di essere “salvati”, ma di essere “visti”. La loro sofferenza non è un destino, ma un segnale di allerta che grida la necessità di un’autenticità che noi adulti abbiamo smarrito per primi.

Non servono ricette precostituite, ma una nuova “ecologia della relazione” dove il tempo della crescita sia rispettato e non compresso nelle maglie della performance.

Se vogliamo davvero che l’Eclissi del Benessere finisca, dobbiamo smettere di cercare soluzioni individuali per problemi che sono, nella loro essenza, collettivi. Oggi rispondiamo a bisogni costruiti e non a quelli irrinunciabili, creando una distorsione pericolosa dello sviluppo umano, che perde le capacità di empatia e di prossimità. La sfida è tutta qui: ricostruire insieme un mondo degno del loro futuro. È questa la scommessa dei Patti di Comunità: non un progetto su carta, ma l’atto di coraggio di una società che, finalmente, decide di camminare, e non solo guardare, accanto ai propri figli.

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