Maturità digitale: semplice adempimento che ancora non produce qualità e progresso

La notizia secondo cui Siracusa avrebbe raggiunto la fascia più elevata di “maturità digitale” tra i Comuni capoluogo italiani merita attenzione non tanto per il risultato numerico riportato nel comunicato, quanto per una questione molto più rilevante, ovvero comprendere cosa venga realmente misurato quando si parla di maturità digitale

Partiamo da un presupposto: la classificazione presentata da FPA e Deda Next viene descritta come una certificazione del livello di evoluzione digitale dell’Ente, tuttavia, un’analisi più approfondita degli indicatori utilizzati induce inevitabilmente a una riflessione diversa perché ciò che viene misurato non è la maturità digitale di un’Amministrazione, bensì il livello di adozione di una serie di strumenti, piattaforme e infrastrutture previsti dalla strategia nazionale di trasformazione digitale finanziata negli ultimi anni attraverso il PNRR.

Attenzione, la differenza non è terminologica, è sostanziale. 

La maturità è una qualità che presuppone capacità autonoma di governo, consapevolezza organizzativa, visione strategica, produzione di valore pubblico, capacità di leggere i bisogni della Comunità e di utilizzare la tecnologia per soddisfarli. Invece, l’adozione di una piattaforma nazionale, l’attivazione di un servizio digitale o la pubblicazione di un e-service rappresentano puri adempimenti che – per quanto importanti – attestano solo principalmente la conformità dell’ente a un percorso definito da altri soggetti istituzionali, quindi è chiaro che confondere questi due livelli significa attribuire alla tecnologia un valore dimostrativo che essa, da sola, non possiede.

La questione appare poi ancora più evidente osservando i risultati complessivi dell’indagine. Lo stesso comunicato evidenzia come 103 Comuni capoluogo su 110 si collochino nella fascia più elevata per i servizi digitali e come 72 Amministrazioni rientrino ormai nella fascia più alta della maturità complessiva. Un dato che dovrebbe forse indurre a una riflessione ulteriore. Mi spiego: se quasi la totalità degli enti risulta improvvisamente “matura”, è legittimo domandarsi se ci si trovi realmente di fronte a una misura della maturità oppure a una misurazione del livello di completamento di un programma nazionale di trasformazione digitale. La maturità, per definizione, dovrebbe essere un elemento distintivo, forse, se diventa una condizione quasi generalizzata, il rischio è che l’indicatore stia misurando altro?

Ecco che qui emerge il limite più profondo della narrazione che accompagna molte delle iniziative di digitalizzazione della Pubblica Amministrazione italiana. Negli ultimi anni si è progressivamente affermata una concezione secondo cui la trasformazione digitale coinciderebbe con l’adozione di infrastrutture tecnologiche, l’integrazione con piattaforme nazionali e il rispetto delle milestone (il traguardo, la tappa da raggiungere in un progetto) previste dai programmi di finanziamento. In realtà questi elementi rappresentano soltanto il punto di partenza. Nessuna Amministrazione diventa digitalmente matura solo perché utilizza SPID, pagoPA, App IO, SEND o la PDND, così come nessuna organizzazione diventa innovativa semplicemente perché acquista nuovi strumenti tecnologici. La tecnologia abilita il cambiamento, ma non lo produce automaticamente.

Il comunicato poi dedica ampio spazio al tema dell’interoperabilità e alla crescita dell’indice Digital Data Gov, trattandosi certamente di uno degli aspetti più interessanti dell’intera strategia nazionale, tuttavia anche qui il rischio è quello di confondere il mezzo con il fine. L’interoperabilità non è un valore in sé, il suo valore deriva dagli effetti che produce.

Il principio europeo del “once only” (una volta soltanto), che costituisce uno dei pilastri della governance digitale contemporanea, stabilisce che il cittadino non dovrebbe essere costretto a fornire più volte informazioni che la Pubblica Amministrazione già possiede. La vera domanda, pertanto, non riguarda il numero di e-service pubblicati sulla PDND (Piattaforma Digitale Nazionale Dati) o il numero di integrazioni realizzate, ma quante richieste documentali siano state eliminate, quanti procedimenti siano stati effettivamente semplificati e quanto tempo sia stato restituito a cittadini e imprese. Ma – purtroppo – su questi aspetti il comunicato tace completamente.

dott.ssa Federica Giaquinta

Analogo discorso vale per i servizi digitali. 

La disponibilità online di una procedura amministrativa non costituisce di per sé un indice di qualità. Un procedimento può essere digitalizzato e continuare a essere inutilmente complesso, può essere disponibile ventiquattr’ore su ventiquattro e continuare a risultare incomprensibile, può essere conforme ai modelli nazionali e continuare a trasferire sui cittadini oneri burocratici che la tecnologia avrebbe dovuto eliminare e questo perché la vera semplificazione non consiste nel trasformare un modulo cartaceo in un modulo digitale, ma nel ripensare il procedimento stesso. Non dobbiamo mica digitalizzare l’analogico!

Esiste poi una questione ancora più rilevante che riguarda il rapporto tra digitalizzazione e diritti: una Pubblica Amministrazione può davvero essere definita matura se una parte dei cittadini incontra ancora ostacoli nell’utilizzo dei servizi digitali? Può esserlo se l’alfabetizzazione digitale continua a rappresentare uno dei principali fattori di esclusione dall’esercizio dei diritti? Può esserlo se l’accessibilità viene trattata come un requisito tecnico e non come una precondizione democratica? Sono domande che raramente trovano spazio nelle classifiche, ma che dovrebbero costituire il cuore stesso di qualsiasi valutazione sulla qualità della trasformazione digitale.

Per questa ragione il risultato descritto nel comunicato può certamente essere interpretato come una dimostrazione della capacità dell’Ente di collocarsi all’interno dell’ecosistema nazionale della trasformazione digitale, ciò che appare meno convincente è il salto logico che porta a definire tale risultato come prova di maturità digitale. La maturità in definitiva non si misura dal numero di piattaforme adottate, né dalla quantità di dati scambiati, né dal completamento di una roadmap finanziata, bensì dalla capacità di generare fiducia, inclusione, accessibilità, semplificazione e valore pubblico.

Fino a quando questi elementi continueranno a occupare un ruolo secondario rispetto agli indicatori tecnologici, il rischio sarà quello di scambiare la conformità per innovazione, l’adempimento per trasformazione e la digitalizzazione per progresso e, come visto, sono tre concetti profondamente diversi.

 

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