Vinnigna e mietitura: feste di un mondo scomparso

Fino alla metà del XXI secolo, in Sicilia, il lavoro era rappresentato principalmente dall’agricoltura, dalla pesca, dall’artigianato. Di conseguenza i canoni dell’esistenza erano dettati dalle stagioni e dalle variazioni atmosferiche, che determinavano il tempo delle semine e dei raccolti, della pesca a riva e al largo sul mare. Un evento gioioso di buon auspicio era vedere nel cielo l’arcobaleno in dialetto “arcu di Nuè”, dal nome del patriarca Noè, con il quale dopo il diluvio per la malvagità umana, Dio stabilì un nuovo patto con gli uomini e come segno pose nel cielo l’arco con i suoi brillanti colori. Ricordo dei sermoni uditi dai nostri antenati nelle chiesette di campagna o nelle parrocchie in città. Metafora del Messia, che con la Sua espiazione sarebbe divenuto il ponte del dialogo e dell’incontro fra l’uomo e la divinità (Genesi 9:12-17). Anche nelle religioni dei popoli antichi troviamo un arcobaleno associato al serpente, ponte tra il mondo e la dimora degli dèi. Esso appare raffigurato sul pettorale del greco Agamennone, simile a tre serpenti. Esemplificazione di Iri, messaggera alata degli dèi specialmente di Zeus ed Era, così come la descrisse Eschilo (425-455 a.C.) nel dramma omonimo. I contadini, guardando l’arcobaleno, pronosticavano dalla prevalenza di un colore sugli altri la relativa buona annata del prodotto agricolo. Se era il giallo, allora sarebbero state abbondanti le messi. Se fosse stato il rosso, sarebbe stata positiva per il mosto. Se fosse stato verde, sarebbe andata bene per la raccolta delle olive, dalle quali l’olio, alimento basilare come il grano nell’alimentazione delle civiltà del Mediterraneo, il grande mare delle vicissitudini umane del passato e di oggi. L’uno per condire e illuminare fino a quando non si fece luce nei palazzi e nei casolari con l’uso del petrolio e finalmente con la luce elettrica. L’altro per trarne farine e crusca, mentre il vino che rallegra tavole e festa, per farne aceto e mostarda, venderlo a commercianti e osterie. Questi tre elementi naturali affidati alla cura dell’uomo erano considerati dalle civiltà contadine il prodotto equilibrato dell’attività agricola, che provvedeva al sostentamento, specie il grano. E la mietitura era motivo di grande festa nell’aia, della quale abbiamo già una descrizione nel libro “Ruth” nell’antico Testamento. Lo stesso avveniva per la “vinnigna”, una festa del vino fin troppo esuberante; la troviamo nella tragedia “Baccanti”, seguaci del dio Dioniso o Bacco, di Euripide (480-406 a. C.). Tragedie che ogni anno vengono rappresentate nel grandioso, storico teatro di Siracusa, scolpito nella viva roccia del colle Temenite. Così come lo furono nella Grecia antica, secondo i cicli di spettacoli classici organizzati dall’Inda (Istituto Nazionale del Dramma antico). E quest’anno sono state portate sulla scena “Alcesti” di Euripide, “Antigone” di Sofocle, “I Persiani” di Eschilo nella costante attualità dei temi dei drammi di codesti insuperabili poeti.

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