Molto sentita è stata le festa primaverile del Majo fino a 80 anni fa. Una ricorrenza fatta di poesia, danza, teatro, corteggiamento. Una tradizione popolare che oggi rivive nella memoria di quanti hanno attraversato la civiltà contadina con le sue feste legate alla natura, retaggio dei culti agresti delle antiche civiltà con i loro riti propiziatori in ogni stagione, che hanno lasciato in Sicilia impronte indelebili nel cammino dell’uomo in questa straordinaria terra.
Nel mese di Maggio la fioritura è traboccante. Nei prati occhieggiano miriadi di fiori multicolori e multiforme, dai giardini che delimitano le strada di alcune contrade si affacciano abbondanti rampicanti di profumate roselline, glicini, bouganville, mentre ai bordi di strade e stradine extraurbane le margherite gialle creano uno spettacolo magnifico, uno stupore per gli occhi e il cuore dove si mescolano con i rossi papaveri.
Nel siracusano si celebrava il majo intrecciando corone e collane di margherite gialle in omaggio a Maja la dea della Primavera e con i suoi petali e quelli delle rose si adornavano gli ingressi delle case, gli spazi davanti alle porte. Era anche in uso eleggere “la regina o sposa di maggio” o appendere un ramo verde “il majo” dinanzi alla casa della fanciulla a cui si voleva rendere omaggio. Oppure dei fanciulli detti “maggiolini” piantavano al centro della piazza del paese “il majo” da cui deriva il “pianta-majo”. Ciò poteva avvenire anche ad opera di una coppia rappresentanti, il re e la regina di maggio, la fertilità e la fecondità della stagione espressa nel majo. Attorno ai reali si intrecciavano danze, si recitavano poesie, venivano rappresentati brevi spettacoli teatrali, detti “maggi o canta-maggi”.
Maggio è davvero l’espressione della forza creativa della natura dopo la stagione invernale, del rigoglio della vita con i suoi fiori, il profumo di zagara, di erba aromatiche, delle rose in tinte diverse, che esemplificano lo stesso maggio. E tanti sono i detti su maggio e la rosa rivolti alla donna: “Pariti ‘na rosa ri maggiu“, “Siti bedda comu maggiu“.”Cu viri a vui, viri u suli ri maggiu“. D’altra parte la rosa nei secoli è stata motivo di ispirazione per poeti e ricordiamo il siracusano Teocrito con i suoi versi dedicati a questo fiore negli “Idilli”, per pittori, arredatori, ricamatrici, modiste.
Dall’arte dei giardini a quella dei profumi, dei cosmetici, alle ultime tendenze di moda, le rose sono state declinate in mille sfumature di colori e di usi. Dai gioielli in oro e brillanti a quelli in argento, dai bottoni all’accessorio di seta, di raso, di organza, di strass o di altro materiale da appuntare sul risvolto della giacca, sul collo di un abito, su cappellini, borse, scarpe. Dallo stampato per tappezzerie, per tessuti in pizzo, di tulle, cotone , pelle, ai merletti; dalle cornici in argento, legno, ceramica, stoffa alla carta da lettere e partecipazione di nozze, alle bomboniere, all’oggettistica, è sempre la rosa a primeggiare. Soltanto la rosa raffigura la perfezione, il potere celeste e la passione, la bellezza e la giovinezza. Presso i Greci e i Romani le rose venivano coltivate nei giardini funerari e si portavano alla festa delle “Rosalie” per spargerne i petali sulle tombe. L’imperatore romano portava sul capo una corona di rose e con petali di rose era accolto al suo passaggio. E una rosa d’oro è un emblema del pontefice. Essa secondo il simbolo cabalistico cresce nell’albero della vita piantato nell’Eden. A forma di una immensa rosa bianca apparvero a Dante le anime dei beati come leggiamo nel canto XXXI,1-2 del Paradiso nella “Divina Commedia”. A maggio il cantore di tanta bellezza, fertilità, è l’asino essendo nel suo periodo di accoppiamento. E in relazione al suo raglio per molti non melodioso, per schernire in modo garbato un poeta o un cantante era solito dire che canterebbe bene a maggio.
A maggio era tradizione anche festeggiare l’Ascensione in cielo del Salvatore, che avviene 40 giorni dopo la Pasqua. Al tramonto si accendevano dei fuochi, detti “vampanigghi” nei crocicchi delle strade e i giovani gareggiavano nel salto del falò, nella corsa con i sacchi, che coincideva col gioco “re pignati“, della rottura delle pentole di creta, legate ad un filo di ferro sospeso tra una parete e l’altra delle case che delimitavano la strada. Alcune erano vuote, altre contenevano regali anche in denaro, una era a sorpresa o piena d’acqua o di segatura reperibile per i tanti falegnami che operavano nella città o di cenere perchè la maggioranza del popolo cucinava col carbone o con le economiche palline dopo la seconda guerra mondiale, ottenute da un processo industriale di compattazione di polveri e scarti di carbone, oppure con la carbonella o con i gusci delle mandorle, essendo allora il siracusano ricco di mandorleti, specialmente per la “tannura“. Tipico fornello portatile siciliano prezioso in campagna ma anche in città nelle case con terrazzato. Il termine deriva dall’arabo tannur ed è di metallo. Per lo scrittore Andrea Camilleri, a cui fa riferimento nelle sue opere, non è soltanto un attrezzo da cucina ma un elemento culturale che evoca tradizioni antiche, odori e sapori della Sicilia rurale. Oggi ci sono i barbecue. La ricorrenza dell’Ascensione era molto sentita nel siracusano perchè era il giorno in cui si benedivano le acque, fonte di vita per l’uomo e l’agricoltura, e il mare da cui l’economica all’interno e all’esterno della città per il sale, la pesca, l’incontro con altre città del Mediterraneo.

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