La “Famiglia del Bosco”: Il fallimento del rispetto per l’infanzia tra ideologia e spettacolo

L’immagine di una “famiglia nel bosco” esercita un fascino ancestrale: evoca il ritorno a un’autenticità perduta e il desiderio di sottrarre i bambini alle nevrosi della modernità. Tuttavia, analizzando questa vicenda attraverso la lente della psicologia dello sviluppo emerge una realtà meno idilliaca: il benessere dei minori è stato sacrificato sull’altare della strumentalizzazione mediatica e politica, trasformando un delicato caso umano in un’occasione perduta di civiltà.

L’eredità ambigua: tra libertà ideologica e sintonizzazione reale

Le radici culturali di certi esperimenti sociali affondano nel dibattito degli anni ’70. La psichiatria radicale di David Cooper, in La morte della famiglia, descriveva il nucleo familiare come un apparato repressivo e alienante. Sebbene quel clima abbia generato riforme necessarie (si pensi alla Legge Basaglia), l’idea che la libertà del bambino coincida con lo smantellamento dei legami primari si è rivelata scientificamente fragile. Le ricerche di John Bowlby, e della vasta scuola clinica che ne è derivata, hanno infatti dimostrato che l’identità stessa del bambino non è un’entità solitaria, ma si costituisce e si modella interamente all’interno della relazione. Le moderne scoperte nel campo dell’epigenetica e della neurobiologia del trauma confermano questa tesi, evidenziando come le esperienze relazionali precoci influenzino non solo lo sviluppo dei circuiti neuronali, ma la stessa espressione genica e la risposta fisiologica allo stress. Lo sviluppo armonioso non dipende dunque da un’astratta libertà nel bosco, ma dalla presenza di una “base sicura”: caregiver capaci di sintonizzazione affettiva. Poiché il Sé del bambino si edifica attraverso lo sguardo e la risposta dell’adulto, il compito di chi se ne prende cura assume un’importanza vitale; recidere tale legame è un atto traumatico che va considerato solo in situazioni estreme, quando la funzione relazionale è irrimediabilmente compromessa. Tuttavia, il giudizio sulla qualità di questo legame non può basarsi sul luogo in cui una famiglia vive, ma sulla reale capacità genitoriale analizzata a 360 gradi.

La responsabilità del giudizio: tra professionalità e limiti umani

Avendo lavorato per anni accanto ai magistrati, appare evidente che, come in tutte le professioni, esiste chi opera con attenzione e rigore e chi, invece, agisce con superficialità e alla ricerca di derive narcisistiche. Conoscere i limiti del sistema e delle persone che lo compongono è fondamentale per mantenere uno sguardo critico. Tuttavia è giusto ricordarci che decidere del destino di un minore comporta notti insonni; è un compito di una gravità estrema, dove ogni parola scritta può cambiare per sempre la traiettoria di una vita.

In questo delicato equilibrio, la scelta personale di non aver mai voluto accettare consulenze di parte è nata dal desiderio di non dover sostenere gli interessi degli adulti a scapito dei bambini, cercando di preservare un’autonomia assoluta nel valutare il benessere del minore. La realtà professionale mostra scenari spesso drammatici: strumentalizzazioni, spesso presenti, per esempio, nelle separazioni conflittuali, dove si arriva persino a sollecitare i bambini a riferire abusi mai avvenuti per finalità distruttive del partner. Questa consapevolezza impone una vigilanza attenta, ricordando però che la statistica e la clinica concordano su un dato amaro: la maggior parte dei maltrattamenti e degli abusi relazionali avvengono proprio tra le mura domestiche. Dobbiamo superare la retorica secondo cui la famiglia sia un luogo sacro e impenetrabile, respingendo con forza la cultura che considera i bambini come “proprietà” dei genitori: un insulto alla loro identità di esseri umani autonomi, unici e irripetibili. Quando la base non è più sicura, l’intervento dello Stato non è un’ingerenza, ma un dovere di protezione verso chi non ha voce.

La fallibilità del sistema e il rumore mediatico

Ammettere la complessità del lavoro giudiziario significa riconoscerne la fallibilità. I magistrati e i tecnici possono sbagliare approccio, linguaggio o tempi. Ed è un’eventualità che potrebbe essersi verificata anche nel caso in esame.Tuttavia, la critica a questi errori non può arrivare da analisi giornalistiche superficiali e prive di dati sufficienti, nè da polarizzazioni ideologiche che, a volte, sono proiezioni di storie e vissuti personali.

Anzi, è lecito ipotizzare che, senza il clamore mediatico — segno della strumentalizzazione di questi bambini per amplificare il rumore ideologico — anche i genitori avrebbero agito diversamente. Forse sarebbero stati più disponibili a farsi aiutare, meno arroccati in una difesa identitaria alimentata dai “like” e dalle tifoserie social. La pressione dei media non aiuta i giudici a essere sereni, né i bambini a sentirsi protetti. Un reale atteggiamento di rispetto avrebbe dovuto imporre il silenzio, lasciando che l’équipe multiprofessionale lavorasse al riparo dal voyeurismo collettivo, presupponendo che l’unico faro a guidare l’agire di tali professionisti resti, fino a prova contraria, la ricerca del superiore interesse dei minori. Ed è bene ricordare che i Tribunali dei minori è una organizzazione multiprofessionale e che la maggior parte delle decisione sono prese in equipè e non in modalità monocratica.

La deriva politica: quando mancano i “neuroni” della tutela

Il punto più basso di questa vicenda è stato raggiunto dalla politica. Trasformare tre bambini in un caso da esibire per scopi ideologici è inaccettabile. Esponenti di partito, esperti “da salotto” e persino alcuni avvocati hanno alimentato un clima di scontro che nulla ha a che fare con la pedagogia. Usare un caso giudiziario per attaccare la magistratura o per orientare il referendum sulla giustizia dimostra una drammatica carenza di empatia e di rigore intellettuale: si sacrifica la serenità dei minori per obiettivi di partito, dimostrando quanto in basso sia caduto il livello di certi uomini politici, poco abituati a utilizzare “tutti i neuroni”.

Il diritto al silenzio

Di fronte alla sofferenza infantile, il silenzio è l’unico atteggiamento dignitoso. È necessario che l’équipe del tribunale — psicologi, assistenti sociali, neuropsichiatri — possa agire lontano dai riflettori. Solo un’analisi tecnica, consapevole della propria fallibilità ma guidata dal rigore scientifico e dalla serenità dell’ambiente, può tentare di ricostruire quella base sicura di cui ogni bambino ha diritto. Il clamore mediatico ha ulteriormente creato traumi sui bambini e certamente la decisione di allontanamento dalla madre va letta all’interno del contesto, sapendo che essa, già di per sè, è una ferita nella vita dei bambini.

In conclusione, la “famiglia del bosco” rischia di essere ricordata come il simbolo di un’infanzia negata due volte: prima dalla possibile disfunzione relazionale, poi dal rumore assordante di una società che ha preferito lo slogan alla sintonizzazione affettiva.

Rispettare i bambini significa proteggerli dalla necessità di “performare” e dai giochi di potere degli adulti. La “famiglia del bosco” è un’occasione perduta: un momento in cui il rumore della politica e dei media ha coperto il bisogno di ascolto dei più piccoli e ha inquinato la possibilità di un intervento d’aiuto efficace. La vera tutela non risiede nelle tifoserie, ma nella capacità di una società di garantire ai giudici e alle famiglie il silenzio necessario per ritrovare, insieme, la strada del benessere del bambino.

Francesco Sciuto

Neuropsichiatra infantile

 

 

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