“La Costituzione – diceva il famoso politologo Giovanni Sartori – è la casa di tutti. Se si deve abbattere o modificare una parete, bisogna deciderlo insieme”. Invece il Governo Meloni ha approvato la legge di riforma costituzionale della giustizia col voto favorevole della sua sola maggioranza su un testo blindato, immodificabile. Né la Camera e né il Senato hanno infatti potuto emendare un solo comma della proposta di legge varata da Palazzo Chigi. Sette articoli della Costituzione modificati, ma nessuna indicazione per migliorare il funzionamento della giustizia. La giurista Giulia Bongiorno, deputata della Lega per Salvini, intervenendo in Parlamento ha detto: “Se c’è qualcuno che crede che la riforma debba incidere sui tempi e sull’efficienza della giustizia, quello è un ignorante”. Ed infatti non incide. La legge, che sarà sottoposta al referendum del 22 e 23 marzo prossimo, non solo rompe l’unità dell’attuale sistema giudiziario, ma non dice una sola parola su come accelerare i processi penali e civili e pertanto i cittadini non avranno alcun beneficio da questa riforma. Modificare così profondamente a colpi di maggioranza la Costituzione per renderla coerente con gli obiettivi della riforma, significa violare il patto sociale su cui si fonda la convivenza democratica. E’ vero come dicono i sostenitori del SI’ che le modifiche sono state apportate nel rispetto della procedura “aggravata” prevista dall’articolo 138 della Costituzione (e ci mancava altro) ma con un atto di arroganza che ha escluso dalla formazione della legge di riforma le forze politiche che rappresentano la metà del Paese.
NO AL TENTATIVO DI STRAVOLGERE LA COSTITUZIONE
La revisione costituzionale approvata dalle forze che sostengono il Governo Meloni stravolge, con la separazione delle carriere e con lo sdoppiamento del Consiglio superiore della magistratura, l’idea di giustizia scolpita nella Costituzione. Non solo, ma con l’ introduzione del sorteggio per entrare a far parte del CSM dei pubblici ministeri e del CSM dei giudici viene violato anche il principio democratico secondo cui i corpi elettorali eleggono (eleggono!) i propri rappresentanti. C’è qualcosa di politicamente immorale nel considerare il sorteggio per i CSM un’arma per azzerare le correnti da parte di chi con le correnti, non di pensiero ma di potere, ha molta dimestichezza e ci convive felicemente da una vita, non esitando a cambiarle per convenienza. Del resto non è lo stesso governo che ha presentato una proposta di legge elettorale in base alla quale al Parlamento si entra non per volontà degli elettori ma per nomina dei segretari di partito e dei capicorrente?
Né può passare sotto silenzio che esponenti di primo piano dell’attuale governo hanno candidamente affermato che “la separazione delle carriere non basta”, che bisogna svincolare “la polizia giudiziaria dalla sottoposizione ai pubblici ministeri”. Se queste dichiarazioni non alludono esplicitamente al cotrollo politico dei pubblici ministeri, forse lo preparono.
Chi se la sente di escludere in caso di vittoria del SI’ l’ adozione di leggi sul modello dei sistemi in cui vige la separazione delle carriere e il procuratore generale viene scelto dalla politica? Se si ipotizza che questa sia la volontà recondita del governo, tutto quadra.
L’Italia democratica deve opporsi con il NO al tentativo di stravolgere la Costituzione e di intaccare l’autonomia e l’indipendenza della magistratura.

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