Che cosa significa, nel 2026, “alfabetizzare digitalmente” un territorio?
Chi può farlo, con quali competenze e attraverso quali modelli amministrativi?
Iniziamo dal principio: considerare la digitalizzazione solo come un processo neutro, tecnico, inevitabile significa rimuoverne la sua essenza politica, eppure, come abbiamo visto nei precedenti due approfondimenti, tocca in realtà la cittadinanza digitale nel suo nucleo: i diritti, la partecipazione e la soglia dell’esclusione.
È proprio in questo spazio che si colloca il caso di Siracusa, dove l’attuazione della Misura PNRR 1.7.2 nasce nel tentativo di intervenire su uno dei punti più delicati di questo passaggio: il divario di esercizio. Nelle società digitalizzate non basta infatti che i servizi pubblici siano online affinchè siano accessibili, occorre chiaramente che il cittadino sia in grado di attraversarli, comprenderli, autenticarvisi, navigarne le interfacce e tradurli in azione.
Nel linguaggio della letteratura internazionale questo rientra nella digital inclusion: l’inclusione digitale non come semplice disponibilità di connessione o dispositivi, ma come possibilità concreta di non essere esclusi da diritti che passano attraverso il digitale. Un livello ulteriore riguarda la digital literacy, “alfabetizzazione digitale”, ovvero la capacità di orientarsi, scegliere, capire la funzione di un servizio e utilizzarlo consapevolmente e, infine, un terzo livello, sempre più decisivo, è la media literacy, “alfabetizzazione mediale”, cioè la capacità di navigare contenuti, procedure, interfacce e linguaggi ibridi. Si tratta di competenze che appaiono tecniche ma in realtà traducono visioni civiche poiché riguardano concretamente “il diritto di avere diritti” (Stefano Rodotà).
Ed è proprio a questo livello che la 1.7.2 dovrebbe agire in maniera apparentemente semplice, portando i cittadini a contatto con la digitalizzazione della Pubblica Amministrazione attraverso la facilitazione. Nei documenti questa funzione è descritta in modo neutro, nella pratica quotidiana si traduce in atti estremamente concreti: cambiare la residenza tramite ANPR (l’Anagrafe Nazionale della Popolazione Residente) per un genitore anziano, iscrivere un figlio all’asilo, scaricare un certificato Inps, ottenere o recuperare uno SPID, pagare una tassa o semplicemente capire dove cliccare. Ecco perché il digital divide (il divario digitale) oggi si manifesta meno come mancanza di tecnologia e più come mancanza di sapere cosa fare, sapere come farlo, sapere che è possibile farlo.
Per comprendere tuttavia come tale misura si traduce nei territori occorre ricostruirne l’architettura. Nel caso di Siracusa, il soggetto sub-attuatore è il GAL Natiblei, destinatario di un finanziamento pari a 582.000 euro per la costituzione della rete di facilitazione digitale sul territorio (Decreto Dirigenziale Struttura n. 679 del 13 giugno 2024). Il decreto regionale fissa non solo l’importo ma anche i target: 13 centri e 10.500 cittadini da raggiungere. Si tratta di un elemento rilevante, spesso trascurato, perché la misura è costruita secondo una logica milestone-based (‘pietre miliari’ cioè indicatori chiave che segnalano il raggiungimento di specifici obiettivi e le tappe significative di un progetto), dove i risultati attesi sono principalmente quantitativi: centri attivati e persone coinvolte. In altri termini, il sistema premia quante persone entrano in contatto con il digitale, non quanto ne escano autonome. Il Comune di Siracusa aderisce alla misura tramite Delibera di Giunta n. 189 del 23 dicembre 2024, mettendo a disposizione sedi e personale. Ciò configura un modello multi-attore: lo Stato finanzia la misura attraverso il Dipartimento per la Trasformazione Digitale, la Regione ne è attuatore, il GAL sub-attuatore e il Comune presidia. È una catena che, dal punto di vista amministrativo, appare ordinaria; ma dal punto di vista della cittadinanza digitale rappresenta una scelta di governance, perché stabilisce chi alfabetizza e con quali risorse. In questo modello le risorse economiche non transitano sui Comuni ma sui GAL, mentre ai Comuni resta la funzione più delicata: l’incontro con il cittadino. Ciò produce un effetto implicito ma decisivo: si chiede ai Comuni di generare alfabetizzazione senza budget dedicato, cioè di trasformare un compito di welfare digitale in una funzione ordinaria dell’ente.
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Altrove, invece, la medesima misura assume configurazioni diverse: nel GAL Taormina-Peloritani, ad esempio, i facilitatori sono stati selezionati tramite bando pubblico e mediante costituzione di long list, introducendo criteri di competenza, formazione ed esperienza nel campo della facilitazione digitale. Questa differenza non è marginale né puramente procedurale, perché implica un’idea diversa di digitalizzazione. Infatti, nel primo modello, quello adottato a Siracusa, la digitalizzazione è trattata come “servizio da presidiare”: si identificano sedi fisiche, orari, personale incaricato e un flusso di cittadini da assistere. In questo caso la PA replica, nel digitale, una logica da sportello: chi ha bisogno chiede, chi sa risponde. È un’estensione dell’amministrazione, non una trasformazione della cittadinanza.
Nel secondo modello, invece, la digitalizzazione viene intesa come capacità da costruire. Qui l’obiettivo non è semplicemente accompagnare il cittadino nell’esecuzione di un atto digitale (ottenere un certificato, attivare lo SPID, compilare un modulo), ma metterlo nella condizione di ripeterlo autonomamente. La differenza è sottile nella forma ma profonda nella sostanza: nel primo caso si produce un utente, nel secondo un soggetto capace e la capacità, in questo dominio, non è un attributo individuale ma un diritto abilitante perché chi è capace di attraversare l’ambiente digitale è capace di esercitare diritti e da questa prospettiva la differenza tra presidiare e alfabetizzare è indiscutibilmente politica.
Un ulteriore elemento da valutare è che gli atti di Siracusa, non prevedendo bandi, procedure comparative o requisiti specifici, si disallineano totalmente dalla figura del facilitatore così come definita nei framework europei. Nel senso che nel DigComp (Digital Competence Framework, ovvero il quadro europeo delle competenze digitali dei cittadini) il facilitatore non coincide con l’operatore di sportello ma con un agente di empowerment, termine che, in questo contesto, indica la capacità di ridurre asimmetrie informative e aumentare autonomia (del cittadino). L’idea quindi non è “fare al posto di” qualcuno, ma “metterlo nella condizione di fare da sé”. Tradotto nella realtà quotidiana significa una cosa semplice: la digitalizzazione non produce cittadinanza se non produce autonomia.
Ecco quindi il punto. Se l’alfabetizzazione riguarda la capacità di utilizzare gli strumenti, la cittadinanza riguarda la capacità di usarli per esercitare diritti. È una distinzione che non attiene alla tecnica, ma alla forma della partecipazione.
Nel primo caso si rende più efficiente un adempimento, nel secondo si rende possibile un atto civico ed è qui che si misura la differenza tra assistere e rendere autonomi: l’assistenza riproduce la dipendenza, l’autonomia riproduce la democrazia.
A questo livello pertanto la questione non riguarda più la tecnologia, ma il tipo di soggetto che produce. Se produce utenti, estende l’Amministrazione, mentre se produce capacità, estende la sfera dei diritti. È forse per questo che la domanda iniziale deve essere rovesciata: non “chi presidia?”, ma “chi alfabetizza?”

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