PERCHE’ VOTARE NO AL REFERENDUM SULLA SEPARAZIONE DELLE CARRIERE DEI MAGISTRATI

Cercherò di spiegare con parole semplici perché le ragioni del NO al referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati prevalgono su quelle del SÌ.
Per prima cosa bisogna dire che non si tratta di una riforma della giustizia come il Governo Meloni e il centrodestra vorrebbero far credere. La riforma della giustizia ha come fine quello di accorciare i tempi,  a volte troppo lunghi, per decidere una causa penale e civile, richiede un incremento di magistrati, di personale amministrativo nei tribunali e una informatizzazione spinta delle procedure. Sul miglioramento del funzionamento della giustizia, la legge sulla separazione delle carriere dei magistrati – approvata definitivamente  il 30 ottobre  – non dice una sola parola, anzi manipola la realtà.
Quelli che sono favorevoli alla separazione dei pubblici ministeri dai magistrati giudicanti sostengono che essa garantisce un processo più bilanciato in cui  vi sono tre parti: l’accusa, rappresentata da un pm, la difesa, rappresentata da un avvocato, e un magistrato terzo che valuterà le ragioni dell’uno e dell’altro e giudicherà con sentenza. Questo modo di rappresentare i (presunti) vantaggi derivanti dalla separazione delle carriere è ingannevole perché non tiene conto dello snaturamento della funzione del Pubblico ministero e la sua trasformazione in un superpoliziotto inevitabilmente portato ad apprezzare  gli elementi a sostegno della tesi accusatoria da lui sostenuta e a trascurare quelli a favore dell’imputato, che finirà per avere meno garanzie.
Questo snaturamento contrasta  con la formazione (e la cultura ) giuridica garantistica che anche i pubblici ministeri  ricevono e che li guida, magari non sempre inappuntabilmente, nella ricerca della verità processuale. La cronaca ci racconta di numerosi casi, alcuni eccellenti come quelli del ministro Salvini e del sottosegretario Del Mastro, in cui è proprio il Pubblico ministero a chiedere l’archiviazione o  l’assoluzione.
Il Governo Meloni  non solo non tiene conto di questa dinamica processuale, ma utilizza strumentalmente vicende giudiziarie complesse, per esempio il caso Garlasco, come elemento a sostegno della separazione delle carriere. Non c’è alcun nesso tra queste vicende e la separazione delle carriere dei magistrati.
C’è inoltre il rischio che l’eventuale vittoria del SÌ al referendum sarebbe solo un primo passo verso l’assoggettamento, in varie forme, dei  Pm  al governo,  che intaccherebbe l’equilibrio dei poteri (legislativo, esecutivo, giudiziario), pilastro delle  democrazie liberali.  Non esiste Stato di diritto senza l’autonomia e l’indipendenza della magistratura dagli atri poteri.
Per il centrodestra gli eletti al Parlamento hanno il primato sugli altri poteri e lo pretendono, prova ne è che il  doveroso controllo di legalità dei magistrati, compresi quelli contabili,  è considerato “un’invadenza” e pertanto va demolito, come in effetti è avvenuto
Altri aspetti negativi della legge sulla separazione delle carriere sono la scelta per sorteggio dei magistrati  per far parte del Consiglio superiore della magistratura (Csm), che è l’organo di autogoverno dei magistrati,  e l’istituzione di un apposito Csm per i pubblici ministeri, che smembra l’unità dell’ordine giudiziario.
Il sorteggio, viene detto, è finalizzato a  spazzare via le correnti, ritenute dal centrodestra centri di potere, responsabili di tutte le malefatte della giustizia. Si tratta di una pacchiana  deformazione  della realtà.  Le correnti della magistratura nascono infatti (e sono sempre state) come aree culturali caratterizzate ciascuna da una comune sensibilità nell’interpretazione delle leggi. È vero che in  qualche caso hanno esagerato nel favorire, o bloccare,  le carriere di loro colleghi, nelle nomine dei vertici dei tribunali  o delle procure,  ma  non si può negare  che la loro elezione è sempre avvenuta nel rispetto  del principio di rappresentanza, cioè di un principio democratico. In ogni caso, il sistema nel suo complesso ha dimostrato di saper correggere gli eccessi.
Del resto, come ha detto il procuratore Gratteri, se in un condominio l’amministratore ruba il suo sostituto verrà scelto per sorteggio?
Selezionare i magistrati mediante sorteggio  è la dimostrazione dell’intento punitivo del governo.  Che poi sia certa politica a censurare il comportamento dei magistrati è davvero incredibile. Volendo polemizzare, si potrebbe obiettare per paradosso che,  dopo il caso Cuffaro e di alcuni assessori, la giunta regionale dovrebbe essere scelta per sorteggio. Stessa cosa per i direttori generali delle Aziende sanitarie. 
Da notare, inoltre, che i rappresentanti laici del CSM vengono eletti dal Parlamento, ma ad essere sorteggiati non sono tutti i professori universitari di diritto e gli avvocati, ma solo quelli che  hanno i requisiti stabiliti dalla politica.
Mi auguro che i cittadini riflettano sull’impatto che la vittoria del SÌ al referendum potrebbe avere sull’unità dell’ordine  giudiziario e sulla divisione e autonomia dei poteri,  principio cardine della nostra Costituzione. Personalmente sono convinto che il NO vincerà; tutti i sondaggi sono concordi nel dire che, dopo l’approvazione della legge sulla separazione delle carriere dei magistrati,  la distanza tra il SÌ e Il NO, che era di 25 punti percentuali, si sia ridotta a 7  punti. E ancora la campagna referendaria non è partita.

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