Il professore Alfonso Lazzara da anni si dedica al sociale, oggi è il leader di una comunità di oltre centocinquanta fra donne e uomini, in maggioranza ex pensionati, che coinvolge in attività culturali, dalla musica al corso gratuito per strumenti (per ora solo chitarra) ed ancora a momenti di poesia, prossimamente letture ed altro.
Professore, lei è noto per la sua umanità e instancabile energia. Appena conosce qualcuno desidera coinvolgerlo nelle molteplici iniziative del gruppo inserendolo nella chat “Vicuntulanostrastoria”. Come mai questo impeto?
Questa mia volontà nasce dal desiderio di riuscire per quanto mi è possibile a far sparire la solitudine che esiste nella grande maggioranza degli anziani a Siracusa. Le persone della nostra età non servono solo a badare ai nipoti o contribuire, chi può, al bilancio economico dei figli. Noi tutti esprimiamo una potenzialità fra conoscenze ed esperienze che i giovani di oggi neanche immaginano. Sono troppo lontani dalle situazioni che abbiamo vissuto anche di miseria. Fra noi c’è chi negli anni ’50 ha sofferto la fame. Possono capire questo?
Lei possiede una profonda conoscenza del mondo della pesca.
Sì, sono nato a Porto Empedocle e lì la mia famiglia veniva chiamata “i marinisi” perché mio nonno era armatore navale possedendo una piccola flotta con vari motopescherecci d’altura, di costa, oltre a barche più piccole, mio padre era motorista, oggi verrebbe chiamato ufficiale di macchina. Così, già a dieci anni, nei periodi estivi non essendoci scuola, andavo a volte su quelle imbarcazioni.
Quali sono oggi le condizioni della nostra marineria?
La nostra marineria osserva con grande rigore il fermo biologico per la pesca a strascico, disposto dal Ministero per il mese di agosto per tutelare la riproduzione del gambero rosso e viola. È un provvedimento giusto e necessario per pensare al futuro. Tuttavia, genera un malcontento comprensibile perché, mentre i nostri pescherecci sono fermi, vediamo quelli tunisini, libici ed egiziani, pescare senza alcun controllo nelle stesse aree.
Questa disparità ha innescato una crisi profonda. La situazione danneggia le nostre marinerie che vanno da Siracusa a Porto palo, Capo Passero, Licata, Porto Empedocle, Sciacca, Mazzara e Lampedusa.
Prendiamo Porto Empedocle: negli anni ’80 era un porto vibrante, con una flotta di circa duecentocinquanta pescherecci e un centinaio di barche più piccole. Oggi quel mondo è in larga parte svanito. Molti armatori, non sentendosi tutelati dalle istituzioni, hanno progressivamente abbandonato il mestiere e disarmato le loro barche. È una tragedia economica e sociale che colpisce tutto l’indotto.
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Oltre alla pesca a strascico, c’è un’altra tradizione che sta scomparendo?
Certamente, pensi alla pesca delle alici, un rito antico che ho avuto la fortuna di vivere da ragazzo, al largo di Porto Empedocle, insieme ai miei zii. Era uno spettacolo che univa l’uomo alla natura in un equilibrio perfetto.
La campagna di pesca iniziava in primavera e finiva ai primi di agosto. Le barche, armate a “cianciolo” (rete di pesca chiamata lampara) uscivano di notte seguendo le fasi lunari, che erano fondamentali. Il cuore dell’azione erano le lampare, barche con potenti luci che attiravano i banchi di pesce in superficie. Ricordo l’oscurità del mare interrotta solo da quei fasci di luce, un’immagine quasi mistica.
L’avvistamento era un momento di tensione pura. Il lampista gridava: “Cala, cala u cianciuolu!”. A quel comando, la rete a circuizione veniva calata in acqua e si stringeva attorno alle lampare come un grande sacco. Una volta, la rete si salpava a braccia; oggi una gru fa il lavoro pesante, ma l’emozione di vedere il pesce argenteo scintillare al chiaro di luna era indimenticabile.
E una volta portate a terra, come si procedeva?
Qui iniziava il lavoro delle donne, le mogli dei marinari, con un’arte tramandata da generazioni. Le alici, in parte venivano vendute fresche. Una minima parte subiva una trasformazione che era pura alchimia. Queste donne, con una maestria incredibile, le evisceravano e decapitavano a mano, in pochi secondi.
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Poi iniziava la salagione. Le alici venivano messe sotto sale per ventiquattrore per farle scaricare. Dopodiché, si sistemavano in speciali tini di legno, alternando uno strato di pesce e uno di sale, disponendole con il metodo “testa e coda”. Sui tini si posava un coperchio di legno e, sopra, grandi pietre facevano pressione. Le alici maturavano così fino alla fine di ottobre.
Cosa si faceva di tutti quei tini?
Quel prodotto non era solo cibo; ma moneta di scambio. D’inverno, quando il maltempo impediva la pesca, con le alici sotto sale si metteva in atto l’antica pratica del baratto. Quel pesce conservato sostentava le famiglie quando il mare era troppo burrascoso per essere affrontato. Oggi questa catena di saperi, di tradizioni e di economia sostenibile rischia di spezzarsi per sempre, non solo per le leggi di mercato, ma per un senso di abbandono che allontana le nuove generazioni dal loro patrimonio più prezioso.

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