Venerdì, 12 settembre, nella sede di Misterbianco, Terna ha avuto modo di ‘chiarire’ al sindaco di Palazzolo Salvatore Gallo, accompagnato da 5 consiglieri di maggioranza e minoranza, Giuseppe Papa del partito democratico locale e un funzionario dell’ufficio tecnico, alcuni aspetti controversi del progetto della nuova cabina elettrica da realizzare nel sito archeologico di Santolio.
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Terna ha confermato che la nuova centrale nasce da una richiesta di Enel di allacciarsi ai cavi dell’alta tensione e che sarebbe stato il Comune di Palazzolo a richiedere “un aumento di energia per venire incontro alle esigenze del territorio”, circostanza negata con forza dalla delegazione. Che non esiste alcun collegamento tra questa centrale e i futuri impianti eolici offshore di Pozzallo e Scicli: si tratterebbe di due strutture separate e indipendenti e “per tali impianti si costruirà un’altra centrale” (!). Di aver ricevuto tutte le autorizzazioni e in particolare, ai primi di settembre, quello ‘favorevole’ della Soprintendenza.
Andiamo per gradi e dedichiamo questo nostro ulteriore approfondimento al ruolo della Soprintendenza di Siracusa, dirimente in questa delicatissima vicenda che richiede una seria assunzione di responsabilità da parte di tutti gli attori in scena ma che vede la Soprintendenza come l’unica istituzione che in questo momento può evitare un immane irrimediabile disastro.
IL PREAVVISO DI PARERE CONTRARIO
Il 17 aprile 2024 la Soprintendenza di Siracusa, correttamente preavvisando del suo parere contrario al progetto presentato, chiede a Terna un approfondimento sulla localizzazione delle opere rilevando che sono ‘tangenti’ ad un’area, perimetrata, di interesse archeologico ma dichiarandosi comunque disponibile a “valutare una soluzione progettuale in grado di garantire un’adeguata fascia di rispetto tra i beni archeologici e le opera da realizzare”.
Si desume che a questa data la Soprintendenza, a prescindere dai dati in suo possesso (evidentemente comunque incompleti), dovesse avere anche già letto la prima relazione di Terna, del marzo 2023, sulla verifica preventiva dell’interesse archeologico – sempre obbligatoria per opere che possano interferire con il nostro patrimonio più antico -, in cui si segnala un “potenziale archeologico alto o con rischio archeologico relativo alto” delle aree interessate, ricadenti nel comprensorio dei siti iscritti nella “World Heritage List UNESCO” (il sito “Siracusa e le Necropoli di Pantalica” e il sito “Le città tardo-barocche del Val di Noto“), “rispetto (al)la distanza tra i beni individuati all’interno dell’area di buffer dell’intervento in progetto”.
Un rischio archeologico così alto da far scrivere alla stessa Terna che, nel corso della (sola) ricognizione di superficie, sono stati individuati “alcuni siti ad oggi inediti… altri ipogei funerari, sempre di età tardoantica e bizantina” e rinvenuti, nei terreni pianeggianti posti ai piedi della collinetta (UR 4), “un’area di frammentazione fittile di alta densità con frammenti ceramici attribuibili all’età romana imperiale e tardoantica” nonché carraie e altro proprio dove si intende realizzare la centrale.
Una segnalazione che, almeno a nostro giudizio, non può che rendere insufficiente ed inadeguata una valutazione che si attenga esclusivamente all’area già perimetrata e non a quella confinante altrettanto preziosa dal momento che, come scrive la Soprintendenza, ci troviamo in un territorio in cui sono presenti testimonianze archeologiche diffuse che consentono di “inquadrare le dinamiche insediative di quest’area lungo un significativo arco cronologico, databile tra la tarda preistoria e l’età medievale, cioè tra la fine del III millennio a.C. e il XIII sec. d.C.”, per di più “in un contesto paesaggistico di grande pregio”.
Come è possibile anche solo immaginare che spostare o ridimensionare le costruzioni possa non solo evitare danni a emergenze archeologiche evidentemente ancora non censite e indagate ma anche non compromettere da un punto di vista paesaggistico un sito ancora leggibile nella sua originaria identità, miracolosamente scampato – finora – a qualsiasi alterazione (eccezion fatta per i tralicci, già presenti, che lo attraversano)?
Eppure, piuttosto che assolvere all’impegno sostanzialmente preso nel 2006 definendo l’area “suscettibile di vincolo archeologico” e avviare nuovi studi, la Soprintendenza sceglie un’altra strada, impensabile e incomprensibile.
IL COMPROMESSO CON TERNA
Terna il 3 maggio chiede ed ottiene dalla Soprintendenza di “sospendere le valutazioni nelle more di un incontro di chiarimento per approfondire le richieste e definire le misure necessarie al superamento del diniego”, incontro tenutosi il successivo 6 giugno cui ne segue un altro ‘tecnico’ online il 29 agosto.
A fronte dell’intervento proposto, definito dallo stesso massimo Ente di tutela del nostro patrimonio archeologico paesaggistico nonché monumentale, come “di grande portata e complessità” ricadente “su una più ampia area del territorio caratterizzata dalla presenza di un ricco patrimonio culturale con aree di interesse archeologico tutelate con vincolo archeologico diretto ex at.10 del D.lgs. 42/04 o ai sensi dell’art.142 comma 1 lettera m stesso decreto come rilevato nella verifica preventiva dell’interesse archeologico”, la Soprintendenza ‘suggerisce (sic!), ai fini di una opportuna rivalutazione del progetto, la riduzione dell’ingombro della stazione elettrica e la delocalizzazione dei sostegni”.
Da parte dell’ultimo baluardo di difesa e salvaguardia del bene comune da qualsiasi distruttiva multiforme speculazione non si avverte quindi alcuna preoccupazione per l’enorme e devastante impatto ambientale che qualsiasi costruzione sarebbe destinata ad avere su un sito che, per le sue caratteristiche geomorfologiche oltre che storico archeologiche, può sicuramente essere considerato ‘unico’, tale da richiedere urgentemente, insieme alla massima protezione, anche il riconoscimento Unesco. La vasta e preziosa necropoli, inesplorata, si trasforma tout court in un ostacolo da bypassare, niente di più.
Terna si trova la strada spianata nell’ “integrare nella variante di progetto proposta le relative indicazioni” – queste le parole della Soprintendenza – e riduce quasi di metà la centrale banalmente adottando una diversa tecnologia – l’isolamento in gas (GIS – Gas Insulated Substation) piuttosto che l’isolamento in aria (AIS – Air Insulated Substation) – più costosa, ma in tutto migliorativa, che avrebbe potuto/dovuto comunque scegliere sin da subito senza guardare a vantaggi economici tra l’altro di breve termine.
Che fa la Soprintendenza? Esprime ‘apprezzamento’ per tale proposta sebbene poi si affretti a rassicurare i proprietari dei terreni interessati, ‘molestati’ da avvisi di esproprio fondati non si sa su cosa, che ancora non c’è un parere definitivo (checché ne dica Terna).
E non può stupire che Terna abbia aperto l’incontro con il sindaco di Palazzolo Salvo Gallo ‘sbandierando’ il parere ‘favorevole’ della Soprintendenza come atto che chiuderebbe a suo vantaggio la partita perché obiettivamente la formulazione usata dalla Soprintendenza appare del tutto fuorviante e ambigua: un parere da cassare.
“Data l’urgenza strategica nonché la complessa natura dell’intervento proposto, al fine di adottare le misure cautelative più idonee, questo Ufficio approva e condivide la variante progettuale proposta e ritenendo indispensabile sottoporre l’area di progetto a procedura di verifica dell’interesse archeologico … chiede la trasmissione di un piano indagini archeologiche, da progettarsi sulle suddette aree tenendo conto dell’esame combinato delle evidenze desunte dalla letteratura scientifica sull’area e di ogni altro elemento utile a individuare le zone più a rischio, contemperando le necessità di tutela e i tempi dell’iter autorizzatorio dell’impianto, comprese eventuali ulteriori modifiche nella progettazione”.
Il parere ‘favorevole’ tecnicamente ancora non c’è in quanto subordinato all’effettuazione e valutazione dei risultati degli scavi. Ma non c’è dubbio che la ‘riserva’ a chiedere ‘eventualmente’ una variante presta il fianco e indebolisce la posizione dell’Ente. In altre simili situazioni, con ben altra attenzione e lungimiranza, nei casi particolarmente complessi (e molti se ne sono affrontati nella nostra provincia), la Soprintendenza si è sempre riservata non di chiedere un’ulteriore variante bensì di non autorizzare l’opera evidenziando così alla controparte di non poter fare nessun legittimo affidamento sulla possibilità di realizzare il progetto.
A emendare il marchiano errore non c’è che una strada: la revoca del parere in autotutela e il preavviso di vincolo archeologico su un’area che l’Ente ha l’obbligo di preservare se vuole mantener fede alla propria funzione istituzionale. E se non vuole assumersi la responsabilità di aver coadiuvato nella distruzione di un patrimonio preziosissimo a causa di un’istruttoria incompleta, superficiale e approssimativa che sembra del tutto ignorare anche le molteplici criticità presenti rispetto al piano paesaggistico vigente. Aspetti cui non si accenna neanche minimamente (nonostante siano già presenti tutte le indicazioni utili) laddove valutazione archeologica e valutazione paesaggistica dovrebbero essere intimamente connesse.

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