Bisogna andare sui luoghi, accompagnati da qualche esperto, per comprendere di cosa si stia parlando, di quale patrimonio storico, culturale, si stia rischiando di perdere per sempre a Palazzolo dove (non) si discute del progetto Terna per una stazione elettrica da 380 kV a 150 kV.
Bisogna salire un po’ in alto, semmai dove abita chi ha scelto il silenzio e la natura (quasi) incontaminata (giganteschi tralicci tagliano la vallata) voltando le spalle a caos, inquinamento, rumore, e che ora aspetta con angoscia che quei luoghi, di cui si è un giorno innamorato, vengano ‘stuprati’.
Bisogna che i consiglieri comunali si riuniscano qui, che si inerpichino tra rovi e arbusti, con i piedi che incespicano nei tranelli della vegetazione, per vedere di presenza almeno alcune delle decine e decine di tombe che ingioiellano tutt’intorno le alture rocciose, le antiche cisterne e i diversi ambienti scavati nella roccia, resti degli abitati coevi agli ipogei, i solchi paralleli scavati nella roccia delle strade carraie e avere così piena la consapevolezza della responsabilità ‘storica’ che stanno per assumere. In cambio di cosa? Qualsiasi misura ‘compensativa’ non starebbe al pari rispetto allo scempio che si vuole avallare, nessun interesse ‘privato’ sarebbe perdonato.
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L’ampio pianoro, giallo per il grano da poco tagliato, più scuro là dove è stata raccolta la sulla da cui ricavare il miele (terre coltivate, curate, amate, altro che ‘disabitate’!), è circondato da modeste alture ‘inseminate’ di tombe di varia grandezza. Racconta la storia degli antichi insediamenti e, per la sua conformazione, per la sua ‘leggibilità’, rappresenta probabilmente un unicum in Sicilia per il quale subito, ora, ieri, bisogna chiedere il riconoscimento Unesco. Qui passa, e rischia di essere distrutta, l’antica regia trazzera che collega Akrai a Siracusa scivolando sull’altopiano, senza attraversare vallate, che ancora consente di individuare ai suoi margini i punti di ristoro tappe dei viaggiatori, i primi autogrill della storia.
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Solo chi sa, chi ha studiato, riesce a vedere altro rispetto alla splendida diffusa necropoli bizantina (colpevolmente privata di adeguate misure di tutela) per chiedersi come mai i nostri progenitori abbiano deciso di insediarsi proprio lì e non altrove, a cercare le tracce della loro economia agro-pastorale, di come si approvvigionassero di quanto indispensabile per vivere. L’acqua la prima esigenza. Lo abbiamo studiato tutti sui libri delle elementari quando abbiamo scoperto l’affascinante formarsi delle prime civiltà: vicino al mare, ai fiumi, ai laghi, alle sorgenti, ci raccontavano i maestri/le maestre alla prima lezione.
Una conca – su un graben, su una dolina (è incredibile come l’ignoranza possa essere devastante se non fermata, arginata)! – che si allaga durante gli acquazzoni (un fastidio per la Terna che vuole aggirare il problema con strutture ancora di maggiore impatto sul territorio, ne parleremo), un vero “sistema idrico” che si riattiva durante le piogge più insistenti e mostra le vie dell’acqua: “uno spettacolo” le piccole cascate che scendono dai bassi rilievi tutt’intorno e confluiscono su quell’area pianeggiante che chissà ancora cosa nasconde del passato sotto i metri di terra che si è andata accumulando nel tempo (i carotaggi, quali e quanti sono stati i carotaggi fatti dalla Terna? Fino a quale profondità?).
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“L’acqua modella le ‘città’, gli insediamenti abitativi – spiega l’ing. Antonino Di Guardo – . Qui a Fondi Vecchi ci viene concesso di vedere – come non credo sia possibile fare altrove in Sicilia – secondo quali criteri nell’antichità gli abitanti organizzassero gli spazi per sfruttare al meglio la risorsa indispensabile alla vita. Perché, in genere, nei territori carsici gli insediamenti siano presenti non nella parte più bassa, come sarebbe se fosse qui ad esserci l’acqua, bensì sui bordi di valli più o meno profonde perché l’acqua che si raccoglie è quella dei cieli, la pioggia e la brina, raccolta nelle fenditure e intercettata da inghiottitoi e doline tipiche di queste zone; così, combinando i diversi principi di produzione dell’acqua, si rende vivibile un’area altrimenti sterile e arida. Le ‘depressioni’, completamente secche per la gran parte dell’anno, ma che ricevono copiose quantità d’acqua nella stagione delle piogge, sono state attrezzate e utilizzate nel corso del tempo con una rete di cisterne per conservare l’acqua prima che sparisca, nei meandri carsici o prosciugata dal sole. E il bordo del vallone dove si realizza il salto dell’acqua è un luogo simbolico, che marca la soglia tra il piano e il baratro, il di qua e l’al di là, la vita e l’oltretomba. Ecco perché troviamo le tombe in basso e sopra di esse le abitazioni. Un’altra Pantalica, non conosciuta se non dagli studiosi, ignorata dai più, che presenta una conformazione naturale qui di una straordinaria leggibilità. Un sito che credo sia assolutamente da salvaguardare, studiare e continuare a scoprire. Anch’esso come i sassi di Matera merita di essere inserito nel patrimonio Unesco”.
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E invece? Qual è la realtà? La Soprintendenza di Siracusa non solo non è andata oltre il vincolo di area di interesse archeologico, tutela insufficiente come i fatti di oggi stanno a dimostrare, ma sembra pronta a concedere il proprio assenso alla luce di un ridimensionamento del progetto Terna che possiamo ipotizzare sia provvisorio perché altre opere saranno ritenute necessarie. Terna non si fermerà se non viene fermata subito. Assentire oggi alla centrale elettrica sarebbe come aprire una ferita che poi si infetterà per far ammalare l’intero organismo. Gli enormi tralicci che segnano lo skyline di un territorio per altro ancora naturale, vergine, sono un’eredità di un passato che non si può più modificare. Ma per il presente la comunità palazzolese è chiamata a un moto di orgoglio, alla difesa della propria (negletta) ricchezza, alla prospettiva della valorizzazione di questo sito quale attrattiva turistica e patrimonio culturale per le generazioni presenti e future che non possono essere private della conoscenza delle proprie origini.
Potrebbe essere lo stesso primo cittadino Salvatore Gallo, che in altre occasioni ha manifestato sensibilità per i beni culturali, a chiedere alla Terna la delocalizzazione dell’infrastruttura. Sicuramente esiste un altro luogo già urbanizzato, già snaturato, dove realizzare l’opera. Non si può accettare la devastazione di un sito archeologico di grandissimo pregio solo per la fatale attrazione che quell’area pianeggiante esercita su Terna volta, dobbiamo pensare, solo a ridurre il costo delle opere con espropri vantaggiosi.
L’avviso di procedura di vincolo per salvare un sito che costituisce un unicum tra paesaggio ed emergenze archeologiche spetta invece alla Soprintendenza di Siracusa, semmai su input del soprintendente Antonino Lutri.
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