Un incendio può essere un imprevisto. Due incendi in tre anni, nella stessa azienda, con le stesse modalità e nella stessa zona, non lo sono più. Sono la misura esatta di quanto poco contino la prevenzione, la trasparenza e la salute pubblica, quando a bruciare non è solo plastica, ma un intero modello di convivenza industriale.
Il rogo divampato il 5 luglio alla Ecomac di Augusta (impianto autorizzato per la gestione, selezione, compattazione e stoccaggio di rifiuti speciali, principalmente plastica e vetro), non è solo una replica drammatica di quello del 2022. È la conferma che nessuno ha imparato nulla, o peggio: che forse qualcuno ha scelto di non imparare nulla.
Nel 2022 la Civetta di Minerva scrisse due articoli sull’incendio avvenuto il 22 Agosto nello stesso impianto. Nei limiti di un pezzo giornalistico si individuava nel primo articolo, come area particolarmente sensibile, quella della comunicazione al pubblico, per la quale si auspicava un’unica efficace cabina di regia.
Col secondo articolo si esaminavano i report emessi dall’Arpa sino al 6 Settembre; a quella data erano stati pubblicati solo i dati delle centraline automatiche e quelli dei prelievi con canister che trovarono stirene a naftalene; le analisi su diossine e furani giunsero successivamente (Scheda 1).
Sempre alla data del 6 settembre 2002, rilevavamo una procedura di controlli analitici, post incidente, che ci sembrava corretta ma auspicavamo che l’autorità, oltre a sviluppare opportune considerazioni sull’impatto degli inquinanti dovuti all’incendio sulla salubrità dell’aria, desse anche una risposta sull’impatto sui suoli e sull’acqua (analisi e dati che ad oggi non riusciamo a trovare sul sito di Arpa Sicilia).
Sugli interventi di spegnimento rilevammo come l’impianto avrebbe dovuto consentire l’estinzione dell’incendio in un breve intervallo di tempo ma con riserva idrica di un’ora, secondo l’autorizzazione allora vigente, per dare il tempo necessario ai Vigili del Fuoco di intervenire con i loro mezzi qualora l’azienda non fosse stata in grado di domare il fuoco in tempi brevi (Scheda 2). Gli stessi VVFF, in presenza di limitazioni sulla disponibilità di acqua, si sarebbero limitati a controllare il fuoco sino a suo esaurimento.
Il fuoco allora durò poco più di dodici ore, dal pomeriggio del 22 Settembre alla mattina del 23.
L’incendio del 5 luglio scorso è durato ‘ufficialmente’ quasi due giorni e mezzo; è stato dichiarato estinto nella notte tra il 7 e l’8 dopo oltre 55 avvicendamenti tra squadre di soccorso. Una durata già inaccettabile, e sappiamo che il fumo ha continuato a levarsi anche dopo!
Stavolta, sia per la durata eccessiva dell’incendio e forse forti dell’esperienza maturata nel precedente analogo caso, alcuni sindaci della zona, non tutti, hanno prontamente firmato ordinanze di rifugio al chiuso, invitando la popolazione a restare in casa con porte e finestre chiuse. Il 9 luglio (quattro giorni dopo!) le autorità hanno diffuso un avviso cautelativo per tutta l’area interessata chiedendo utilizzo esclusivo di acqua minerale per alimentazione e igiene orale e divieto di consumo di frutta e verdura non confezionata coltivata localmente.
Di fronte al ripetersi dello stesso evento in tre anni, non abbiamo più voglia di provare a capire le cause e guardare col microscopio i dati sui microinquinanti. È lavoro che lasciamo volentieri a chi di competenza e a organizzazioni quali Legambiente che ha già diramato un comunicato stampa in cui chiede indagini approfondite sulle matrici ambientali, e agile accesso ai risultati.
E, poiché non vogliamo più vedere i Vigili del Fuoco e gli uomini della protezione civile o della polizia che si sacrificano notte e giorno rischiando la vita per compensare le omissioni di altri, poniamo solo tre domande.
(1) Con quale autorizzazione e con quali verifiche è ripartito l’impianto Ecomac dopo l’incendio del 2022?
(2) Quali prescrizioni furono fatte dalle autorità, se furono fatte, per prevenire il ripetersi dell’evento?
(3) Quali controlli fa l’azienda sui suoi impianti e con quale frequenza?
Perché è chiaro oramai che, nell’ipotesi si verifichi un innesco, un impianto del genere deve avere un sistema automatico che abbia alta probabilità di spegnere l’incendio in pochi minuti, massino 15 – 20. È evidente che il superamento di tali tempi, per quanto possa consentire l’intervento esterno dei VV.FF, non garantisce dopo lo spegnimento in tempi accettabili.
Spegnere tutto subito. È il motivo per cui i grandi impianti petrolchimici non hanno mai fatto notizia per incendi fuori controllo, eccezion fatta per il caso ICAM del 1985.
Paradossalmente, oggi parliamo di piattaforme di rifiuti ‘non Seveso’, ma con incendi che durano giorni, nubi tossiche e ordinanze comunali.
Le indagini della magistratura faranno il loro corso. Se si dovessero trovare inadempienze della ditta, si dovrà capire cosa la stessa dovrà fare per adeguare definitivamente il proprio impianto. Ma laddove non risultassero inadempienze, va totalmente ripensato il sistema, cambiandone logica di gestione, intervento, automatismi, capacità idriche autonomia e potenzialità d’impianto. Perché il territorio non può più accettare un terzo incendio di tal fatta ad un impianto che, in fondo, è solo una piattaforma per rifiuti, non un impianto Seveso. E se si dovessero inventare nuove regole e nuovi standard, che lo si faccia!
Scheda 1
Per le diossine ed i furani le analisi giunsero a trenta giorni dall’incendio. Le analisi dei tecnici rivelarono che i valori di questi microinquinanti superavano del 50 % il valore guida indicato dall’ O.M.S per gli ambienti industriali (459 fg/m3 effettivamente rilevato rispetto ai valori guida di 300 fg/m3).
Per completezza riportiamo il comunicato integrale Arpa firmato il 9/9/2022 e pubblicato il 22 sul sito di Arpa Sicilia
“Ad oggi sia a livello europeo che a livello nazionale non risultano emanate norme contenenti valori limite a cui fare riferimento per i tenori di microinquinanti nell’aria, nel caso di incendi o di eventi a carattere transitorio. Tuttavia, al fine di fornire elementi di conoscenza e valutazione dei dati acquisiti, si riportano i documenti tecnici cui è possibile fare riferimento per una lettura dei valori riscontrati dai laboratori ARPA. La proposta di Linee Guida SNPA per la gestione delle emergenze derivanti da incendi, luglio 2021, per PCDD e PCDF (diossine e furani) riporta il valore di 0,30 pg TEQ/m3 (300 fg/m3 TE) suggerito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (2005) come indicativo della presenza di una sorgente locale che necessita di essere individuata e controllata per le aree sottoposte a pressione ambientale. Di tale valore si può tenere conto per interpretare i dati acquisiti sui campioni di particolato atmosferico prelevati mediante pompa ad alto volume, nell’arco di 24 ore, il primo in data 22.08.2022, presso il terrazzo dell’Ufficio ragioneria del comune di Priolo G. e il secondo in data 23.08.2022 presso il cortile della Protezione Civile del comune di Melilli, nei quali la presenza di PCDD, PCDF (diossine, furani), in valore pari a 459 fg/m3 TE, è coerente con i fenomeni di combustione ancora attivi”
Scheda 2
Dalla Civetta di Minerva del 06/09/2022. “I sistemi di spegnimento per grossi impianti all’aperto non possono essere pensati per spegnere incendi della durata di molte ore; hanno grandi portate di acqua per intervenire in pochi minuti e per tale ragione si installano grandi pompe e serbatoi che durino un tempo adeguato ma non eccessivo. L’autorizzazione fissa una riserva che possa durare almeno un’ora; ciò è da considerare normale perché è quasi sempre impossibile dotarsi di grandi stoccaggi di acqua. Se non si riescono a spegnere le fiamme, la riserva servirà comunque per tenere l’incendio sotto controllo, nell’attesa dei vigili del fuoco con le loro autobotti. Anche loro però con ogni probabilità si troveranno col problema della disponibilità di acqua per cui il loro intervento, se non coronato da successo immediato, tenderà sempre ad evitare che l’incendio si allarghi. Il fuoco o lo si spegne subito nei primi minuti o lo si contiene fino ad esaurimento”.

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