Il potere ha sempre esercitato il suo consenso attraverso varie iniziative più o meno violente. Ultimamente nella realtà della comunità europea si applica quella intimidatoria/terroristica (la nazione è sull’orlo del baratro economico per cui è giustificato l’intervento di un governo “lacrime/sangue” alla Monti; la guerra russo-ucraina porterebbe l’esercito russo all’invasione europea quindi un riarmo di 800 miliardi di euro rispetto a servizi essenziali e rivoluzione green). Il governo Meloni per la sua approvazione/fiducia sta usando pesantemente il metodo di imbavagliare la stampa contraria (Ranucci direttore di Report è stato convocato al Parlamento Europeo per capire di più sulla circolare Rai che prevede il controllo della trasmissione voluto da una parte della politica, e la commissione culturale chiede spiegazioni al governo, finora senza risposte). Ma c’è anche un altro metodo con cui questo governo agisce: quello di distorcere anche parzialmente o nascondere notizie. Anche su fatti totalmente privi di interesse come, per fare un esempio, la reale altezza della premier Meloni presente sul web: 163 cm, mentre l’altezza media delle donne italiane è di 164,6 cm). Questo esempio fa luce sulla potenza organizzativa e penetrante del suo entourage. Ma spostandoci su qualcosa di cui davvero discutere: il dibattito e l’informazione che devono costituzionalmente essere presenti sui media per la partecipazione referendaria dell’8 e 9 giugno prossimo.
![]()
La Corte Costituzionale ha ritenuto ammissibili i 4 quesiti referendari sul lavoro promossi dalla Cgil, con la piena adesione della Uil, per i quali sono state raccolti oltre 4 milioni di firme, e il referendum sulla cittadinanza, depositato in Cassazione con 637 mila firme.
Ne parliamo con la giuslavorista avv. Matilde Di Giovanni.
I referendum dell’8/9 giugno rischiano di essere boicottati dal prevalere, nel circuito dell’informazione, di notizie inutili e di distrazione. Ma sono davvero importanti per i cittadini?
Assolutamente sì, basta seguire tante cause giudiziarie davvero sconcertanti.
Il 1° quesito chiede l’abrogazione del Jobs Act (preclusione della reintegra nel posto di lavoro per i lavoratori assunti dopo il 5.3.2015 e licenziati ingiustamente).
Il Jobs Act ha smantellato il diritto del lavoro, ridotto a merce, a un lavoro servile senza diritti. Se il datore di lavoro sa che, irrogato un licenziamento illegittimo perché non giustificato, non potrà essere obbligato dal Giudice alla reintegra del lavoratore e a risarcire tutto il danno causatogli (corrispondere tutte le mensilità retributive dal momento della cessazione del rapporto a quello effettivo della reintegra disposta dal Giudice) non rispetterà nessuno dei diritti del lavoratore. Quest’ultimo non può protestare, né agire in giudizio per farli valere perché sa di rischiare certamente di perdere il posto di lavoro senza che chi la sua controparte venga in alcun modo realmente sanzionata. Prima del Jobs Act il datore di lavoro che avesse intimato il provvedimento di licenziamento senza giusta causa o giustificato motivo, come in qualunque altro caso di inadempimento di un contratto in diritto civile, veniva condannato a reintegrare il dipendente, a pagare le retribuzioni per il periodo in cui il lavoratore subordinato non aveva lavorato per il comportamento scorretto della parte datoriale e a risarcire il danno. Ossia vi era la previsione di una restitutio in integrum dell’ordinamento giuridico violato. Oggi, nonostante i numerosi interventi della Corte costituzionale, è molto più facile per il padrone liberarsi rapidamente del “problema” (di un lavoratore che non intenda essere schiavo e chiede il rispetto dei suoi diritti retributivi e normativi). Conseguentemente, vigente l’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, l’imprenditore era portato al rispetto di tutti i diritti (orario, ferie, malattia, ecc.) del lavoratore.
2° quesito: abolizione del limite massimo delle 6 mensilità di indennità risarcitoria per i dipendenti di aziende con meno di 15 dipendenti.
Una delle conseguenze delle norme che si chiede di abrogare è data dal proliferare di imprese con 15 dipendenti o meno, con fatturati ultramilionari ma in cui il licenziamento giudicato illegittimo è risarcito al massimo con sei mensilità di retribuzione. Con il referendum si riequilibrerà il risarcimento alle effettive condizioni delle parti nel caso concreto quali l’anzianità del lavoratore e la rilevanza patrimoniale dell’impresa.
3° quesito: riduzione del lavoro precario, eliminando la facoltà per i datori di lavoro di assumere con un contratto a termine, anziché con un contratto a tempo indeterminato, senza causale (per i primi dodici mesi).
Si chiede di eliminare la norma che consente la proroga del contratto a termine oltre i 12 mesi, senza stipulare il contratto a tempo indeterminato, con la firma del lavoratore su un’altra causale (che vale da pretesto) indicata dal datore di lavoro. Il colpo inferto alla stabilità del contratto di lavoro risiede nelle scelte legislative degli ultimi anni tutte dirette a svuotare le tutele della parte debole del rapporto di lavoro, che è naturalmente il lavoratore. È successo che non c’è stato per niente il rafforzamento delle imprese, né un loro risparmio sui costi, nemmeno uno sviluppo o una crescita dell’economia, anzi l’impoverimento del lavoro va a detrimento della domanda e più in generale dell’economia.
![]()
4° quesito sulla sicurezza sul posto di lavoro: abrogazione delle norme che escludono la responsabilità dell’impresa appaltante negli “infortuni” sul lavoro.
Sul numero dei morti sul lavoro non c’è bisogno di soffermarsi. In teoria deprecano ciò il Presidente della Repubblica Mattarella e anche la Meloni. In pratica succede che, persino quando un lavoratore di impresa in subappalto rimane vivo, dopo un incidente sul lavoro è indennizzato dall’INAIL parzialmente, ma poi deve intraprendere una lunga battaglia legale contro le società appaltante e appaltatrice per il risarcimento dei danni. Un classico esempio è quello in cui il datore di lavoro subappaltatore notizia il dipendente e tutti i testimoni (da lui indicati per deporre nella causa) che preferirebbe transigere con modesta somma, pur di non rischiare di non essere più invitato alla prossima gara di appalto dalla società appaltante. Le ragioni del profitto di colossi imprenditoriali, d’altra parte, sono così “ovviamente” più importanti della vita e dell’integrità personale di un solo uomo! La normativa di tutela, cercata da questa abrogazione, servirebbe proprio ad arginare la tendenza del “profitto” a travolgere il rispetto della persona umana rendendo l’appaltante sempre responsabile di garantire la sicurezza del lavoratore.
![]()
5° quesito: abrogazione della norma che prevede la durata della residenza in Italia per 10 anni per acquisire la cittadinanza italiana per ridurla a 5 anni.
Che differenza c’è tra un Papa bianco e un Papa nero? Non abbiamo tutti gli uomini una testa, due occhi, due gambe, due mani e non siamo tutti piuttosto portati da un istinto di sopravvivenza a migliorare la nostra condizione personale? Qualcuno può realmente negare che siamo tutti fratelli? E allora che senso ha negare a un bambino figlio di stranieri ma nato o cresciuto in Italia da più di cinque anni e che magari scrive con un’ortografia più corretta di un laureato medio italiano di divenire parte della nazione italiana?

Commenti recenti