Una città ignava, irriconoscente, smemorata. Mentre sullo schermo del cinema Aurora, stracolmo, passavano le immagini della tragedia dimenticata dell’affondamento nel maggio del 1941 del piroscafo Conte Rosso con il suo carico di 2.729 uomini, dopo le testimonianze toccanti, nella loro umanità priva di retorica, di Corrado Codignoni e dei parenti, dei pochi superstiti e delle giovanissime vittime, sono passate sullo schermo alcune immagini dei corpi senza vita scattate dal fotografo Angelo Maltese ed è stata data voce al suo racconto di quelle ore trascorse tra i cadaveri, parole scritte solo nel novembre del 1972 quando, sentendo ormai in scadenza il tempo della sua vita (morirà 6 anni dopo), ha sentito il dovere di lasciare testimonianza di un’esperienza rimasta vivida nella sua coscienza dopo anni.
LA NOTTE CON I MORTI DEL CONTE ROSSO
Ore 17 del 25 maggio 1941. Nel porto di Siracusa recinto dall’armonioso semicerchio degli Iblei, il sole scendeva lentamente in quella festa di colori che da sempre si rinnova per la meraviglia di chi ha la gioia di assistervi. In quelle condizioni di grazia il pensiero della guerra rimaneva lontano come se non esistesse e come se dall’ultima incursione non fossero trascorse che poche ore.
Il lungomare, ove io tutti i giorni solevo recarmi in contemplazione, era bloccato da molta folla e da numerose guardie che ne bloccavano l’accesso.
Angelo Maltese
Fui curioso di conoscere e come risposta da un varco della gente che si ammassava sempre di più, mi fu indicata una fila di corpi stesi sull’asfalto, fu questa la prima conoscenza con i morti del Conte Rosso. La bellissima nave dal nome fatidico era stata colpita col suo carico di giovinezza la notte precedente da uno o più siluri al largo di Augusta in rotta per la Libia. I naufraghi che ci lasciarono la vita furono 242 di cui 151 destinati nel nostro cimitero e 91 in quello di Augusta affidati alla pietà del compianto Mons. Garana cappellano militare di quella piazza.
Quando io, per invito della Prefettura, raggiunsi la grande caverna delle catacombe di S. Lucia i morti vi erano sparsi disordinatamente da non lasciare possibilità di spostamenti da un punto all’altro per i rilievi fotografici di cui ero stato incaricato. 302 foto, una frontale l’altra di profilo per ciascun defunto.
Notte sul 25 ore 20 inizio del mio lavoro nella vasta caverna illuminata da una lampada da 25 candele. Alcune persone entrate con me con l’intento di assistermi erano sparite in tutto silenzio una alla volta. Fuori pioveva, io ero solo con i miei morti. Avevo indossato un impermeabile dalle tasche capienti, quella di sinistra piena di rulli per passarli via via impressionati in quella di destra. Mi trascinavo un filo elettrico che dava luce con interruttore ad una osram da 500 watts collocata in una parabola con impugnatura di legno. Appesa al collo la fedelissima Contax azionata dalla mano sinistra. Il lavoro non era agevole, ma procedeva sia pure a ritmo affannoso spinto dalla mia ansia.
Sebbene non restasse a me alcun tempo né per considerazioni né per altro, tuttavia mi arrestai davanti a un ventenne dal torso nudo, bello come un adone nella scultorea serenità della morte. Seppi in seguito, con l’ausilio della fotografia, trattarsi di un atleta, come seppi di un altro, il sarto di bordo, quarantenne, sbarbato con meticolosa accuratezza impeccabile per la fotografia. A tutti io davo un nome ribattezzandoli con un numero mediante un cartello collocato sotto il mento. Il lavoro nella spelonca era quasi al termine, rimaneva il cunicolo che conduceva al tempietto di S. Lucia, l’uno e l’altro ostruiti dai dormienti.
L’alba si avvicinava e, come in quella stessa ora di altre notti e malgrado la mia ubicazione nella caverna, intesi, ben distinto, l’allarme delle sirene.
Il buio mi avvolse di colpo, nero e, come materializzato, pressarmi in tutto il corpo. Mi sentii madido di sudore freddo; non potevo muovermi dal posto ove ero stato sorpreso; ciononostante mi chinai tastando con le mani i corpi immobili alla ricerca di un minimo sito per le mie ginocchia, e piansi in quella posizione di preghiera. Piansi per le madri e per i padri, per le spose, per i figli e per i fratelli, per tutti coloro che sotto il peso delle iniquità sacrificano il bene supremo della vita.
Dal cunicolo mi ritrovai sul pronao del tempietto ove fra tutti, due di essi affiancati con le spalle all’altare sembrava avessero concluso una partita a scopone, infatti le carte napoletane sfilate dalla tasca di uno dei due giacevano frammiste come per essere riprese, ma le partite erano ormai finite per sempre.
Questo ricordo che sovrasta tutte le vicende della mia vita, io lo porto limpido nei suoi dettagli da quella data, ripromettendomi di raccontarlo sempre al prossimo anno nel mese dei defunti.
Ora sono trascorsi da un anno all’altro oltre trent’anni, questo potrebbe essere l’ultimo per me per cui non posso più rimandare. Come da allora sempre, in questo giorno di fiori e di pensieri per gli assenti, io mi ritrovo con loro nella grande caverna del Conte Rosso.
Siracusa 2 novembre 1972
I 700 corpi dei naufraghi morti nell’aprile 2015 nel Canale di Sicilia distesi per l’identificazione nell’hangar della base della Marina militare di Augusta; i corpi sotto le macerie degli edifici distrutti e delle fosse comuni a Gaza, in Ucraina, nelle tante, troppe, terre in cui ancora i conflitti falciano uomini, donne, bambini, che non avranno forse mai un nome, un cartellino con il numero identificativo come i ventenni del Conte Rosso.
La testimonianza, scritta e fotografica, del siracusano Angelo Maltese è stata quasi il fil rouge della dolorosa narrazione di quei fatti e così, tra le emozioni forti di tutta la storia, una si è fatta strada tra le altre: lo sdegno, la rabbia verso questa città, verso la sua classe ‘reggente’ che dopo anni, dopo defatiganti richieste, non è stata in grado di individuare un luogo dove custodire e far conoscere quel patrimonio inestimabile che è l’archivio fotografico Maltese. Amministratori incapaci di cogliere la ricchezza inespressa di quei frammenti di storia vissuta, negata a questa generazione come a quelle future.
Una vergogna pensare (per mero esempio) di vendere la biblioteca storica di piazza San Pietro probabilmente per la solita affaristica speculazione immobiliare, per l’ennesimo albergo, e non trovare locali per i nostri ricordi, per il lavoro, altrove apprezzato, dei nostri concittadini: Angelo Maltese, Antonio Randazzo, Salvo Monica, Turi Volanti, Enzo Assenza e i tanti altri la cui memoria viene così oltraggiata da chi ha il compito di preservarla.

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