Zona industriale. Lo sciopero e la manifestazione dei sindacati contro il ‘progetto’ Eni

Per giorno 12 novembre è stato indetto da Cgil e Uil uno sciopero di otto ore con manifestazione (partenza dalla portineria ovest dell’Eni e arrivo al Municipio di Priolo). La decisione è stata presa all’indomani della scelta di Versalis (Eni) di voler chiudere entro il 2026 l’ultimo suo impianto presente in zona che produce etilene (conseguenza diretta sarà la chiusura del polietilene di Ragusa così come serie ricadute negative sull’indotto del nostro territorio)

La multinazionale ha affermato che il settore versa in una crisi strutturale, irreversibile a livello europeo, con perdite economiche che hanno raggiunto i 3 miliardi di euro negli ultimi 5 anni. L’Eni ha avanzato la proposta di sostituire l’impianto di etilene con la costruzione di una bioraffineria per la produzione di biojet (combustibile per l’aviazione) e di un impianto per il riciclo chimico della plastica. Afferma che, al termine del processo di trasformazione, ci sarà un impatto positivo dal punto di vista occupazionale e di aver varato un piano, implementato entro il 2029, che punta a investire nello sviluppo delle nuove piattaforme della chimica da rinnovabili, circolare e per prodotti specializzati, i cui mercati sono in crescita e nei quali Versalis ha acquisito una posizione di leadership.

Tutte queste rassicurazioni non sono affatto credibili per la maggioranza dei lavoratori e del sindacato, perché troppe sono state le promesse, poi dimenticate, a cui l’azienda ha fatto ricorso nel tempo per calmare gli animi.

L’etilene è molto richiesto dal mercato in quanto componente chiave nell’industria chimica per realizzare numerosi oggetti di uso quotidiano. Proprio per questo alcuni centri di ricerca hanno trovato un metodo più sostenibile e conveniente alla sua produzione, nuovi catalizzatori a rendimento superiore al 30% che aprono la strada a un processo produttivo meno impattante sull’ambiente ed economicamente vantaggioso. Ma l’Eni, piuttosto che investire, da anni chiude impianti chimici e possiamo quindi dire, senza ombra di smentita, che si è giunti oramai a uno degli ultimi capitoli di quell’era industriale che sembrava non aver mai fine, quando iniziò nel lontano 1949.

È dagli anni ‘70 che l’Eni, prima Montedison, decise di non investire più in nuove produzioni nel sito chiudendo poco alla volta le numerose produzioni. La decisione presa ai vertici fu di abbandonare poco alla volta il sito. Alla multinazionale non ispirava più il nuovo clima, non più docile, in zona, perché la popolazione non aveva accettato la costruzione dell’impianto d’anilina. Da allora la Montedison iniziò a usare la cassa integrazione.

Attualmente ci troviamo in una situazione ambientale altamente compromessa con il depuratore consortile sotto sequestro e le imprese che tirano avanti coi propri depuratori, senza che i cittadini sappiano cosa venga scaricato a mare anche perché l’Arpa non è più in grado di effettuare gli opportuni controlli data la diminuzione del personale.

L’impressione è che si vada avanti per inerzia verso la chiusura totale delle imprese rimaste (anche la Sasoil e la Sonatrach marciano al minimo) e che il ciclo petrolchimico in Italia e a Siracusa sia ormai al capolinea per vari motivi, fra cui l’adempimento europeo alla transizione green.

Già oggi, entrando da una delle portinerie rimasta ancora aperta, all’interno dell’Eni c’è il deserto. Rimarrà solo un sito d’archeologia industriale o s’evolverà in altro?

Purtroppo lo sciopero del 12 novembre non è semplicemente tardivo, ma non avrà nessun effetto. Il sindacato ha le armi spuntate, perché a questo sciopero potranno partecipare solo poche persone, la maggioranza sarà precettata per mantenere l’impianto al “minimo tecnico” (significa tenerlo in marcia con la minima produzione) come previsto da accordi sindacali firmati anni fa.

A quell’epoca un anziano lavoratore affermò che quell’accordo sanciva la fine della stagione di vere lotte, perché poco o nessun danno comportava all’impresa uno sciopero di alcune ore in tale maniera. Inoltre, la situazione è ulteriormente peggiorata con le nuove disposizioni legislative del governo di destra che consentono le manifestazioni entro certi limiti e ricordiamo l’intervento della prefettura alle cancellerie dell’allora Lukoil contro i principi costituzionali.

Inoltre il sindacato si presenta diviso all’appuntamento (la Cisl non parteciperà) e sono tanti i lavoratori che da anni non danno tanto credito alle confederazioni mentre l’Eni proporrà soluzioni che forse basteranno ai lavoratori.

C’è chi sarà posto in pensionamento cristallizzato (sicurezza per una prossima pensione) con buoni incentivi (l’età media dei dipendenti è alta) e i pochi che non potranno usufruirne saranno collocati in altre luoghi, già scelti dall’impresa in base al loro curriculum. In questo modo quei lavoratori trarranno benefici con trasferte e incentivi, mentre la multinazionale sfrutterà le loro acquisite competenze. Meno sicuro sarà il futuro per i lavoratori dell’indotto. Ma a ciò seguiranno vertenze e ammortizzatori sociali.

Eclatante e intollerabile la totale mancanza di una politica industriale del governo nazionale per la transizione verde che vede anche il governo regionale non assumersi le sue responsabilità sul depuratore consortile di cui è proprietario e socio di maggioranza della Ias spa.

Ma dinanzi a questo sfascio industriale può esserci un progetto?

Certamente, ma occorre l’impegno complessivo dei principali attori (Confindustria, sindacati, partiti, amministrazioni locali). Solo una forte mossa strategica e d’ampio respiro nell’incontrarsi e decidere potrà traghettare il sito verso un nuovo futuro, sempre se questi attori tendono al bene di questo sito d’interesse nazionale, perché tutti sono responsabili dell’attuale situazione.

Bisogna partire allora dalle bonifiche, come si è fatto altrove (Ruhr, Bilbao, Bagnoli, ecc.) – ricerche del CNR hanno confermato e quantificato economicamente la minore spesa sanitaria nei siti bonificati – e quindi andare verso la transizione verde. Quanto si sta facendo a Porto Marghera può essere d’esempio: qui la politica ha preteso e ottenuto rispetto per i suoi cittadini e la loro salute e ad occuparsi delle bonifiche è proprio l’“Eni Rewinds” (specifico ramo aziendale). Essa è già presente nel sito con il grande impianto Taf che tratta e depura le acque di falda del sito con somme di gran lunga inferiori rispetto a un ponte sullo stretto di cui pochi avvertono l’urgenza.

Il bacino della Ruhr, molto più grande rispetto al sito di Priolo, è un esempio virtuoso di scelte di questo tipo, e non ha registrato perdite occupazionali. Lì con un investimento da 2,5 miliardi di euro (qui ne occorrerebbero molto di meno) è avvenuta la transizione. Oggi in quei luoghi ci sono musei, piccole imprese, centri commerciali, ecc. Ma solo attraverso l’unione delle forze politiche, sindacali imprenditoriali per una decisa pressione sul Governo sarà possibile lasciarsi finalmente alle spalle quel retaggio politico industriale che ci condanna a continuare ad essere una sorta di colonia solo da sfruttare. Sarà una contesa lunga e difficile, ma è ciò che rimane rispetto al deserto generale.

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