MEMORIE E SUONI DI ORTIGIA, GIOVANNI RANDAZZO SI RACCONTA/3 – Fine

Giovanni Randazzo e Ortigia – 3a (Ultima Parte)

Comunque personalmente, nei primi anni, anche dopo il trasferimento mio e della mia famiglia in un edificio nuovo di Viale Tunisi nel 1965, continuai a scendere a Siracusa, come allora era ‘ntisa Ortigia, là vi era la scuola, là resisteva taluno dei miei amici. Per lo più andavo a piedi ed alla fine di Via Arsenale prendevo la barchetta che per venti lire mi portava dall’ Imbarcadero alla Riva delle Poste. In Ortigia persisteva costante e misterioso il profumo del mare da cui avevamo appreso l’ anelito all’ ignoto. In Ortigia restava la gran parte dei cinema, Il Verga. l’ Odeon, l’ Olimpia, poi Ambra, il Centrale, poi Ariston, poi Salamandra, il Diana, già Teatro Epicarmo, il Saletta, e d’ estate l’ Arena in vari posti variabili, in Piazza delle Poste o altrove.

Improponibile il confronto con la situazione attuale

Nel 1966 venne anche aperto, nei dammusi del Palazzo Beneventano, in Via delle Carceri Vecchie, il Trabocchetto, ad opera dell’ Avv. Giannetti e di altri giovani intraprendenti. Divenne subito il locale alla moda, una specie di night club ante litteram, ma anche un posto ambito e caldo dove si ritrovavano sia le compagnie teatrali, quali quelle di Aldo Formosa, Renzino Monteforte o Cesare Politi; là si incontravano gli esponenti della buona borghesia, nelle serata chic, sia i giovani , cui erano in particolare dedicate le domeniche pomeriggio; là si esibivano i tanti complessi che nascevano in quel periodo come l’ Elite, i New Drops, ed i mitici Mammasantissima, che cantavano in siciliano.

Erano anche gli anni in cui un fremito nuovo attraversava la mia generazione, piena di inquietudine ma anche di entusiasmo e di idealità. Mi ricordo che in casa di un mio amico in Via delle Carceri Vecchie, che aveva la sorella maggiore che portava le ultime novità dall’ università, ascoltavamo in silenzio ed al buio i primi 33 giri di Fabrizio De Andrè, all’ epoca sconosciuto, rapiti dal timbro della voce e dalla poesia ineguagliata e novità dei brani. Siamo nel fatitidico 68, sembra l’ inizio di una era diversa. un nuovo fremito di giustizia attraversa la gioventù; all’ impegno politico di molti corrisponde, in tutti, l’ anelito ad un nuovo equilibrio ed a nuove più libere modalità nei rapporti con gli insegnanti e con i genitori e nelle relazioni tra ragazzi e ragazze.

(foto tratta dal web – M. Zivillica)

Ogni speranza sembrava possibile verso un progredire senza fine, nella città (Siracusa aveva all’ epoca il reddito medio più alto del Meridione), come nelle nostre vite giovani in cui si affollavano ideali nuovi. Ma Ortigia nel frattempo sembrava crollare e si sbrecciava sempre di più, e sempre più diventava, la sera, cupa e pericolosa. La citta già babba divenne preda, sono gli anni 80, di guerre tra bande di delinquenti rivali, la notte era intristita da bombe su qualche negozio qualche commerciante che non aveva voluto cedere alla estorsione.

C’era in quei frangenti chi immaginava, per la rinascita, scenari improbabili, quasi una nuova Manhattan, con sventramento della Graziella ed abbattimento delle vecchie abitazioni del quartiere arabo, divenuto nei secoli il quartiere dei pescatori, e con realizzazione al loro posto di fabbricati moderni a più piani ed alberghi a tutto spiano. Venne costituito sul finire degli anni 60’ anche un Comitato pro Ortigia, con tanti nomi prestigiosi, esponenti delle libere professioni e dell’ imprenditoria locale.

Queste idee per fortuna non furono vincenti e sul piano edilizio Ortigia si è mantenuta abbastanza integra, dato che gli edifici condominiali sorti sono stati soltanto quattro, e tuttora fanno cattiva mostra di sé, ma avrebbero potuto certo essere molto di più. Ma dopo l’ esodo dei ceti più abbienti, o comunque di coloro che se lo potevano permettere, si ebbe un primo trasferimento massiccio anche delle famiglie che abitavano nei quartieri più popolari, alla Giudecca ed alla Graziella, molte della quali andarono a vivere nella case popolari di nuova costruzione alla Mazzarrona o a Santa Panagia.

In ogni caso nel 1982 me ne tornai in affitto in Ortigia, per me restava il posto mio, bello o brutto, era quello mio. Per le sbrecciate vie dell’ isola , imperterrito continuava in quel tempo ad aggirarsi Ferdinando Leone, già barbiere provetto, divenuto per le circostanze avverse della vita, posteggiatore abusivo di giorno, ma poeta fiero la sera.

Trionfante risuonava ed echeggiava, in piazze e birrerie, il suo brano costante, il suo inno d’ amore per la città, scandito con il suo timbro roco e possente: Titolo: “ Ottiggia, mia bella Ottiggia” “ Ottiggia, terra di sole, terra di mare/tu sei la vita, tu sei l’ amore/Turisti che vengono da lontano/ di Roma, di Parigi e di Milano”. E’ un canto profetico, nell’ aria si respirava una sensibilità nuova, una voglia di ritrovata identità. La città, frastornata dalle promesse non realizzate, tornava di nuovo a cercare conforto nella cittadella dove era nata, nell’ orizzonte dell’ eterno ritorno all’ antico nido.

E sul piano del mantenimento del Centro Storico, prevalse la fiera opposizione di pochi uomini di cultura, tra cui il Prof. Giuseppe Agnello ed il figlio Prof. Santi Luigi Agnello, Gioacchino Gargallo, Michelangelo Castello, Ettore Di Giovanni, il Gruppo archeologico costituito da alcuni giovani appassionati capitanati da Efisio Picone, ed in cui già all’ epoca si distingueva tra gli altri l’ Avv. Corrado Venerdì Giuliano.

Sulla spinta di tale movimento, in linea con gli approdi più moderni in materia di recupero, che aveva visto soprattutto a Bologna una efficace attuazione con la salvaguardia del centro storico, la classe politica dell’ epoca seppe fornire una risposta adeguata, collaborando al di là degli schieramenti di partito; venne elaborata la legge su Ortigia, approvata dalla Regione nel 1976 su iniziativa degli onorevoli Corallo e Sallicano con relatore l’ On. Nicita, in buona parte modulata sugli approfondimenti scientifici del Prof. Santi Luigi Agnello. volti alla tutela del complessivo tessuto urbanistico dell’ isola e dell’ eccezionale palinsesto di civiltà che si erano succedute nei secoli, lasciando ciascuna le proprie tracce.

Passarono tuttavia una decina di anni prima che in Ortigia si vedessero le prime concrete realizzazioni con la ristrutturazione degli appartamenti e delle facciate, finanziati a condizioni convenienti. Per tutti gli anni 70 l’ isola continuò a rimanere desolata ed inquietante. In quegli anni anche la gioventù aveva abbandonato i vecchi luoghi di ritrovo in Ortigia, Fu il momento del Niko Bar, poi del Bar Adda, poi del Muretto, mentre deputato alle vasche restava il Corso Gelone, niente a che vedere tuttavia con la Marina ed il profumo del mare, e neppure con il Corso Matteotti, meno che meno con le tortuose viuzze della Sperduta o della Graziella, dove in passato eravamo soliti andare a perderci negli innumerevoli camminamenti insieme ai miei amici, per fermarci magari da Pilluccio o in qualche altra ‘ncantina, oppure prendere una margherita da Cavalieri, glorioso centrattacco del mitico Siracusa di Serie B.

Per la verità la Marina non l’ abbandonammo mai. Ricordo che in quegli anni spesso si organizzavano anche partite in notturna. Spesso il pallone finiva in mare e si levavano corali improperi verso l’ autore della infelice giocata. Con tiri di pietre ben appostati e fidando su una corrente favorevole, il più delle volte riuscivamo a recuperare il pallone. Qualche volta, ma invero di rado, spuntava un vigile urbano a sequestrare il pallone. Altre volte, ricordo, spuntavano, tre amici, un po’ attempati, uno con fisarmonica, e si mettevano a suonare seduti sui sedili di ferro, contemplando il mare. Era proprio una Ortigia diversa, abbandonata sì, ma ricca di fascino e di cuore.

Furono infine i ragazzi di Lotta Continua, ancor prima che i commercianti, ad avvertire il nuovo corso, aprendo, in una Ortigia che sembrava abbandonata e derelitta, la Cooperattiva in Via Picherale, ove tra una birra e l’ altra, si organizzavano momenti di musica e rappresentazioni teatrali; subito dopo, ecco una serie di Pub, in Via delle Vergini, a Lungomare Alfeo, e poi via via dappertutto, al posto delle cantine di una volta, certo più veraci. Tornavano i giovani, che riscoprivano che Ortigia era molto più bella di Piazza Adda, e nel periodo estivo molto più vicina di Fontane Bianche.

Ma nel Dicembre del 1990 un nuovo calamitoso colpo lo da’ il terremoto di Santa Lucia. Sono i quartieri popolari della Giudecca e della Graziella i più colpiti, dove vi sono le case più fatiscenti, un nuovo esodo si crea, i vecchi residenti della città, i pescatori, gli operai, quelli che vivendo in condizioni più disagiate, spesso nei bassi e lontani dal refrigerio marino, avevano tante volte saputo trasformare vicoli e spiazzi in luoghi di dialogo, dove condividere momenti di amicizia e solidarietà, seduti fuori all’ aperto con i vicini. Sono loro che in gran numero trasmigrano adesso, ancora più di prima, in altri quartieri, se ne va l’ anima antica e potente della città, quella che più si immerge nelle processioni dell’ Immacolata e di San Sebastiano, finalmente nel rito sacro di Santa Lucia, che ogni siracusano si porta nel cuore, come una gemma preziosa ed intima. Ortigia perse una parte della propria essenza ed ancora non l’ ha recuperata

Per ragioni pratiche della mia vita, anche io me ne tornai nel frattempo nel 2000, all’ inizio del nuovo millennio ad abitare al Viale Tunisi, con l’ intento tuttavia di rientrare prima o poi nella mia isola, che tale la sentivo e sento. E tuttavia, dopo un lungo periodo di esilio, appena si è presentata l’ occasione di un affitto a condizioni vantaggiose e vicino ad una mia cara nipote, ancora una volta vi sono ritornato nel 2014. Sono venuto a stare al Lungomare Ortigia, e spero di restarvi il più possibile semprechè il proprietario, che sta fuori ed è anch’ egli un siracusano, non si faccia a propria volta prendere dalla nostalgia e non voglia legittimamente indietro la sua casa.

L’ Ortigia che ritrovai era molto diversa. Era arrivata, lungamente attesa ed auspicata, deflagrante, l’ esplosione del turismo, la mia Siracusa, con la sua storia e bellezza ineguagliabile, sembrava finalmente essere stata scoperta dai viaggiatori, come era stata già sul finire dell’ Ottocento, quando sorsero diversi alberghi di lusso.

Io non sono certo contro il turismo, che porta non solo ricchezza, e Dio sa quanto ne abbia bisogno la nostra asfittica città con i cento problemi che angustiano la zona industriale, ma anche che favorisce la circolazione di idee nuove e di scambi, ed è uno stimolo anche per l’ artigianato. Ed infatti, all’ inizio di quest’ ultimo corso, trovai i commercianti molto più professionali e sprovincializzati di quando non li ricordassi, quasi gelosi della propria merce ed attenti a farti capire sempre, che per loro compravi o non compravi non cambiava niente, che tanto campavano lo stesso, secondo un vezzo che, nasceva bello e fiero, ma spesso diventava segno di scortesia e di meschineria anzichè di nobiltà d’ animo. Ma mi sembravano tutti un po’ più gentili, e tutti inoltre se la cavavano anche con un po’ di inglese.

Ma quella armonia, rispettosa del linguaggio e degli echi dei luoghi, che mi era sembrata di scorgere ai primi tempi di questo nuovo corso, è presto svanita, per far posto a questa specie di Ortigia da bere, che impera negli ultimi anni. Già il nome Ortigia, come costantemente utilizzato, mi infastidisce un poco. Noi la chiamavamo sempre Siracusa, o Sarausa, o semplicemente Città. Vado in Città, si diceva quando ci si recava in Centro. Adesso sembra che tutto è in funzione dei turisti, di piacere agli altri, anche a costo di perdere il proprio più vero sentire e le proprie radici. Ma insomma mi sembra la storia dell’ apprendista stregone, troppo grazia Sant’ Antonio.

D’ estate predomina una musica assordante anche di notte, tavolini in mezzo alle strade e davanti ai monumenti storici ed alle chiese, cattivi odori di frittura, spesso sporcizia diffusa, si passano ore a cercare un parcheggio per tornare a casa propria. Ma ancora peggio, impera una nuova sguaiatezza nei rapporti umani, sembra andata l’ antica sobrietà, o la capacità di quell’ umorismo caustico, che mentre ti irrideva, nel contempo ti abbracciava, come nelle battute felici di Silvio Guido, che vendeva nel negozio in Via Maestranza insieme ai suoi fratelli, i migliori vini e prodotti alimentari della città, ed un famoso caffè che veniva torrefatto in proprio. Di fronte vi era e per fortuna vi rimane, grazie a Marilia Di Giovanni che ha saputo raccogliere e custodire la competenza e cortesia propria dei suoi nonni e dello zio, la Casa del Libro di Rosario Mascali. Quando si entrava si respirava un’ aria leggera e gentile. Si vendevano libri certo, ma insieme si diffondeva accoglienza, gentilezza e cultura

(Silvio Guido, foto tratta dalla pagina fb Era Siracusa/Carlo Arribas)

Oggi siamo tutti più permalosi e tesi e sono quasi scomparsi i negozi di prossimità, insieme a tanti personaggi che in passato hanno arricchito i luoghi e ne hanno silenziosamente saputo cantare la poesia. Ma questa città ha saputo risolvere da tremila, secondo alcuni diecimila, anni a questa parte i propri problemi nelle infinite trasformazioni che ne hanno caratterizzato le vicende, in ogni caso troppo bella per essere abbandonata. Nella sua storia ha vissuto ben altre disarmonie. Vi fu un’ epoca, ai tempi di Dionisio il Grande e poi dell’ omonimo figlio meno glorioso, che Ortigia venne destinata solo ai cortigiani e mercenari, e preclusa ai cittadini. Durò settanta anni e poi la Porta Urbica venne riaperta e Ortigia ancora una volta rinacque.

Io penso che, memori dell’ esempio delle persone scomparse che hanno abitato e onorato con le loro vite, a volte dimesse a volte feconde, a volte feconde perché dimesse, questi luoghi, sapremo trovare un nuovo equilibrio tra musicisti, ristoratori e residenti, tra cittadini e turisti e ciclomotori, tra Ortigia e gli altri quartieri, che si sentono abbandonati e quasi prendono in odio il vecchio Centro, che ritengono destinato ai privilegiati e così non è. Ancora opera il salone Liberty del mitico barbiere Sig. Corrado in Via Roma; ancora imperterrito si aggira per l’ isola Maurizio Zivillica, intento a fotografare la bellezza dei luoghi e dei volti.

    (Zivillica e il sig. Corrado, barbiere in Via Roma, foto di M. Zivillica)

Intanto arrivano tanti nuovi abitanti, dalla Francia, dalla Germania, dall’ Olanda, dall’ Inghilterra e da ogni dove, e scelgono Ortigia e Siracusa come luogo dove vivere, come scenario per i propri sogni, con le sue antiche pietre e monumenti, con il mare che ti avvolge con i suoi suoni, minaccioso e rassicurante insieme. Bene sono una nuova linfa, come nuova linfa apportano anche queste tante persone che vengono dall’ Africa a cercare da noi condizioni più dignitose, a preservare la propria vita.

E’ questa terra che dona a chi ci vive la propria impronta e cultura, con gli echi ed i costumi di chi ci ha vissuto in passato. Apparteniamo noi a questi luoghi, non il contrario, come insegnò il grande Corrado Piccione; Siracusani non si nasce, lo si diventa. Tanti e tanti grandi sono i siracusani che lo sono diventati, senza esservi nati, da Paolo Orsi a Giovanni Fusero, da Giuseppe Agnello a Christine Reimann, solo per citare alcuni dei nomi che mi vengono in mente. Esempi benigni nella storia cittadina ve ne sono veramente molti, ma solo in noi, e nella possibilità di perpetuare forza e grazia che ebbero tanti nostri predecessori, potremo saper trovare la via per rinnovare il sogno di armonia e bellezza che questi luoghi da innumerevoli secoli alimentano

Giovanni Randazzo (fine)

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