MEMORIE E SUONI DI ORTIGIA, GIOVANNI RANDAZZO SI RACCONTA/2

Giovanni Randazzo e Ortigia – 2a Parte

 Venne il momento di iscrivermi alla Scuola Elementare, le comunali di Via Mazzini, poi alle medie al Costanzo in Via Nome del Gesù, edificio oramai da mille anni abbandonati, ma dove ancora, passandoci davanti, sembrano riecheggiare vibranti le voci dei bambini sgridati dagli insegnanti e bidelli, e le corse trattenute per le scale all’ uscita. A scuola, mi si affacciò la possibilità, la curiosità, prima ancora che del sapere, della conoscenza con gli altri ragazzini, finalmente tutti mescolati. Con i miei primi compagnucci, andavo a giocare alla Marina o al Molo, a pallone in campetti improvvisati ove collocavamo pietre per delimitare le porte, oppure all’ Italia-Francia, questo straordinario gioco che si faceva solo tra i pali della luce della Marina, divisi in due squadre contrapposte, all’ epoca conosciutissimo ed oggi scomparso, che aveva i suoi assi imbattibili, ricordo per esempio un tale Hernandez che poi diventò un campione di atletica, e che poteva contare anche su appassionati tifosi e commentatori.

Vicino casa mia, in Via Torres, c’ era il Cinema Lux, il cinema dei parrini, specializzato in film di muscolosi eroi della antichità greca o biblica , personaggi storici o mitologici o totalmente inventati, vedevo film come “Sansone e Dalila” “Giasone e gli Argonauti” “, “le fatiche di Ercole” “Il trionfo di Maciste”; alla fine arrivò il grande Spartaco di Ken Russel, che dando finalmente dignità artistica al genere, paradossalmente ne segnò il declino. Sembra incredibile, se paragonata alla realtà attuale, ma la Siracusa povera di quel tempo era piena di cinema, nella sola Ortigia, ve ne erano otto, piu il Teatro Comunale, più il Diana, già Teatro Epicarmo, più il Teatro dei Pupi, piu’ quattro o cinque arene.

Vicino al Lux vi era il Contardo Ferrini, circolo giovanile attiguo all’ Arcivescovato, dove ci preparevamo per la prima comunione, ma vi era anche un tavolo per il ping-pong, e soprattutto un campetto dove si giocava a pallavolo o alternativamente a pallone. Ricordo una tale Schiavo, che era un dribblomane tanto ossessivo quanto prodigioso, prendeva la palla e nessuno riusciva a riprenderla. I nostri miti erano Sivori, Montuori, i sudamericani, ma anche gli europei che dominavano il campionato, l’ inglese Charles, il gigante buono, gli svedesi Liedholm ed Hamrim. Io stravedevo per Chico Cacciavillani, un uruguaiano che giocava nel glorioso Siracusa Calcio, che era stato in serie B. fino ai primi anni 50’, e mai più vi ritornò.

A scuola, ma anche alla Marina ed al Contardo Ferrini, nacquero le prime amicizie. I miei compagni abitavano tutti a distanza di poche decine di metri, stavano in Via Carceri Vecchie, in Via del Collegio, Via Vittorio Veneto, Via Cavour, Via Picherale, solo qualcuno veniva da Corso Gelone, cosa che ci sembrava un po’ stramba. Le famiglie, in genere, si conoscevano già, la città era ancora piccola, ma in quegli anni di frenesia industriale la ingrandiva rapidamente.

Ancora si vivevano gli ultimi echi della festa di Carnevale, che a Siracusa fino agli anni cinquanta era stata radicata nella tradizione e molto attesa, , e teneva testa ai carnevali più mirabili come quello di Acireale; vi era la maschera tipica del Dottore, che girava con un cilindro in testa ed un enorme termometro sottobraccio, misurando la febbre a tutti, soprattutto agli amministratori ed ai potenti, irridendoli inesorabilmente. A Piazza delle Poste si bruciava poi il pupazzo di Carnevale, ed i grandi, compreso mio padre, saltavano su un cerchio di fuoco

I ragazzini avevano altri divertimenti, a volte anche un po’ selvaggi. Ricordo che in un carnevale con il mio gruppetto di amici, con i nostri manganelli di gomma, intrattenemmo per le strade dell’ isola una serie di contese vittoriose, all’ esito dei quali gli sconfitti venivano ad ingrassare le nostre fila. Quando ci sentimmo abbastanza forti, fieri e tracotanti decidemmo di andare ad affrontare nel loro territorio i famigerati ragazzi della Giudecca.

Questi sembravano meno impostati di noi, ma al posto di aggeggi di gomma, avevano in mano pezzi di legno che ancora me li ricordo. Soprattutto avevano una spavalderia ed una abitudine allo scontro che noi studentelli ci sognavamo; com’ è e come nun è, il tutto si risolse ben presto in una ignominiosa fuga. Ricordo solo un amico, Federico, più tosto degli altri, che non ci stava a fuggire continuando ad ingaggiare improbabili duelli circondato dagli avversari. Alla fine riuscimmo a liberarlo solo grazie alle ciarbottane, di cui pure eravamo dotati, e cioè grazie ad una tecnologia superiore; lo scontro decisivo fu a vicolo Sant’Anna, dietro il Teatro Comunale, quando i ragazzi smisero di inseguirci e se ne tornarono appagati e vincenti alla Giudecca.

Ma era un accanimento che durava poco, solo per Carnevale, ci incontravamo per strada nei giorni successivi come se nulla fosse, solo noi un po’ più vergognosi. Era un mondo in cui i babbi erano babbi, e gli sperti, alla fine un poco babbi anche loro. Sciascia negli anni cinquanta diceva: Ma il mio più grande amore resta Siracusa: stupenda nelle cose, civilissima nella gente”.

Ci chiamavano infatti la provincia babba, ma portavamo nel sangue il sacro fiore della tolleranza e del dialogo, distillatoci per eredità, dopo tante glorie e cadute nei millenni della nostra antica storia. Nel 1953, ad iniziativa di un giovane ed intraprendente professore di latino e greco del locale Liceo Gargallo, all’ epoca nell’ omonima via nel cuore di Ortigia, Renato Randazzo, un gruppo di studenti liceali, da lui guidati, ando’ a recitare nell’ anfiteatro romano di Sabratha, nella Libia da poco indipendente sotto la monarchia di re Ibris. L’ iniziativa ebbe successo, intesa com’ era a lanciare ponti di cultura da una costa all’ altra del Mediterraneo, dall’ Europa all’ Africa e viceversa, come è nella nostra più autentica missione, della Sicilia e di Siracusa in particolare.

Arrivò poi anche per me il momento di iscrivermi al Liceo Gargallo ove nelle classi superiori erano già iscritti anche mio fratello e mia sorella. Nella targa della prima rampa di scale, salendo a sinistra, vi erano i versi del XXVI Canto dell’ Inferno: “Considerate la vostra semenza; Fatti non foste a viver come bruti, ma a seguir virtute e canascenza”. Versi che si radicavano in maniera indelebile nel cuore e nella fantasia di noi studenti, loro e la targa pure. Ancora ci penso quando mi sento più debole ed in preda ai miei demoni, che ognuno ne ha qualcuno..

Dopo la scuola si andava a Corso Matteotti, ad inanellare vasche, su e giù da un lato all’ altro della strada ed a scambiarsi sorrisi e sottintesi con le ragazze, finalmente senza il grembiule portato in aula, magari fermandosi da Viola, noto per il migliore gianduia della Regione Sicilia, oppure dalla Zippulara in Via Scinà, dove facevano le meglio zippole e pizze fritte siciliane.

I maschi andavano alle prime feste in giacca e cravatta, avevamo appena tredici o quattordici anni, impacciati ed eccitati insieme, aspettando i lenti ed il primo bacio, in genere concesso solo dopo la fatidica dichiarazione, tanto burocratica quanto emozionante. Nascevano amori totalizzanti e felici, qualcuno resiste ancora, ma naturalmente, feconde o pericolose, erano anche le delusioni.

A Corso Matteotti sostavano stabilmente, massimamente presso le catene a margine di Palazzo Greco, dove vi è l’INDA, i mitici “picciotti de’ catini, figli dei luoghi, spregiudicati ed alteri, con l’ aria canzonatoria e trasgressiva, in blue-jeans, specie di teddy boys nostrani, avanguardia della rivoluzione dei costumi che sarebbe poi intervenuta nel ’68.

Molti di loro erano anche tra i “fimminari da’ fonte Aretusa”, quelli che corteggiavano soltanto le turiste, per lo più tedesche o svedesi, disdegnando le ragazze locali, troppo difficili ed impegnative per stringere una relazione sessuale, breve e senza pretese di sorte. Molti dei fimminari suddetti si sono poi comunque maritati con le straniere in questione, conosciute alla Fontana, o al Camping all’Isola, all’epoca collegata d’estate con la Marina da un servizio stabile di tre vaporetti, che andavano al Lido Azzurro, al Lido Sacramento e alla Playa.

Con i miei compagni sperimentavamo la nostra libertà e la nuova dimensione di quasi adulti, percorrendo e dialogando in innumerevoli peripli dell’ isola, sui valori che non andavano più, sui problemi in famiglia e su quel che non ci bastava, sulle ingiustizie sociali, soprattutto sulle ragazze di cui ci innamoravamo, quando ci ricambiavano, molto di più su quelle non ci avevano voluto e non ci volevano più. Sullo sfondo sempre il mare, splendido e multiforme, a Levante ed a Ponente, all’ alba ed al tramonto.

Discutevamo su Kennedy e Martin Luther King, poi su Jan Palak ed il 68 era già alle porte. Ma nel frattempo i tempi cambiavano vorticosamente, l’arrivo delle Industrie, prima la Rasiom di Moratti, poi la Sincat, aveva portato una nuova ricchezza e nuove mentalità, le campagne si spopolavano, sembrava nata una nuova età dell’ oro, le famiglie erano inondate da mirabolanti comodità e possibilità, la lavatrice, la televisione, il riscaldamento, l’ ascensore nelle nuove case, nei fabbricati costruiti in un battibaleno nei quartieri alti, al posto delle antiche ville date in permuta, per abitazioni destinate non solo ai lavoratori che si trasferivano a Siracusa per le industrie, ma anche ai tantissimi ortigiani che, non resistendo alle sirene della modernità, si spostavano verso le case della città nuova ed annesse effervescenze.

Grazie all’ iniziativa ed alle relazioni di Concetto Lo Bello, venne realizzata la Cittadella dello Sport, che all’ epoca si chiamava Piscina delle Rose nel 1964; tra tanti splendori cessarono però le favolose partite di pallanuoto alla Villetta Aretusa, con gli scontri titanici tra le due gloriose squadre cittadine, Ortigia ed Aretusa, e la gente assiepata al Lungomare Adorno per vederle meglio. Nello stesso anno nacque anche il Campo Scuola, il tutto sembrava proiettato verso magnifiche sorti e progressive.

Dal dopoguerra agli anni settanta Siracusa aveva raddoppiato i propri abitanti , fino a centoventimila abitanti. Ortigia, che di abitanti nel dopoguerra ne aveva da sola circa 35.000, a partire dai primi anni 60 inesorabilmente inizio’ a svuotarsi. E così la citta’ povera ma brulicante di vita della mia infanzia, improvvisamente svani’ e divenne rapidamente un’ altra cosa, ai miei occhi pur sempre affascinante.

I picciotti de’ catini per qualche tempo ancora si rifiutarono di attraversare i ponti, poi come il resto della città, mollarono anche loro quelle catene che per loro avevano rappresentato invece la libertà. I giovani presero ad andare al Nico Bar nell’ attuale Piazza della Repubblica, che però misteriosamente chiuse dopo qualche mese. Fu il momento del bar Adda, poi del Muretto, mentre deputato alle vasche restava il Corso Gelone, niente a che vedere tuttavia con la Marina ed il profumo del mare, e neppure con il Corso Matteotti, meno che meno con le tortuose viuzze della Sperduta o della Graziella, dove eravamo soliti perderci negli innumerevoli camminamenti, per fermarci magari da Pilluccio o in qualche altra ‘ncantina, oppure prendere una margherita da Cavalieri, il glorioso centrattacco del Siracusa in Serie B.

Ma, passati pochi anni, già iniziava la nostalgia ed il passato negletto tornava nell’ anima, come un rigurgito inatteso. Nel contempo la zona industriale, che doveva essere la panacea di tutti i mali, cominciava ad entrare in crisi. La città che, smemorata e svolazzante, voleva solo proiettarsi in un eterno futuro, scrollandosi le trascorse angustie, si accorgeva che vi era un prezzo alto da pagare, che nella vita purtroppo niente è a gratis. Iniziarono inesorabili i licenziamenti, l’ aria era sempre più contaminata ed irrespirabile, la vecchie culture agricole abbandonate, al posto del profumo del mare vi era costante, quando il vento tirava verso la città, un olezzo insopportabile.

(fine 2a parte, continua)

foto tratte dalla pagina fb Era Siracusa – Carlo Arribas

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