Bronzi di Riace. Controreplica del dr. Madeddu all’archeologo Fabio Caruso
Gentile dr. Caruso, ribadisco che di lei ho una grande stima e mi fa piacere sapere che mi abbia perdonato quel “legga bene”, riguardo al quale (come è accaduto a lei con la simpatica battuta dei “mobili Ikea”), non ho saputo resistere. Le sue argomentazioni, tuttavia, continuano a non convincere me e – le assicuro – anche tanti altri studiosi, coi quali (non solo archeologi, ma anche filologi, storici dell’arte, geologi, intendo) intrattengo un costante confronto, che mi arricchisce sempre più, visto che amo profondamente l’archeologia e la vostra meravigliosa professione. Condivido il suo saggio intendimento di non scrivere altro su questo argomento, dopo naturalmente aver esercitato il mio legittimo diritto di replica con la presente nota, al fine di evitare che questo confronto, dotto e per certi versi anche piacevole, possa scivolare in una stucchevole polemica, laddove invece deve rimanere il confronto garbato e cordiale, quale sostanzialmente è stato finora. Mi perdoni, però, se le faccio notare che lei non ha aggiunto nulla di nuovo rispetto agli argomenti che aveva già sostenuto nel suo primo intervento e non ha risposto ad alcuna delle questioni cruciali che ho sollevato nel mio. Se, come lei insegna, per ricordare le sue stesse sapienti parole (mi perdoni la citazione!) “le fonti vanno lette per intero, evitando di omettere quanto non ci fa comodo”, la esorto a vagliare meglio e nel loro contesto sia le fonti (primarie e/o secondarie) così come ogni possibile ipotesi, adottando la necessaria prudenza critica, tenendo sempre a mente che le ipotesi si perfezionano nel tempo, restando pur sempre provvisorie.
L’ipotesi siracusana non è mia ma di suoi illustri colleghi archeologi di fama internazionale.
Lei ad esempio ignora l’affermazione, tutt’altro che dubitativa, di Holloway, secondo cui “La scoperta degli Eroi di Riace non fu la scoperta di un carico antico, bensì del nascondiglio di un’operazione clandestina” (R.R. Holloway, “Gli Eroi di Riace sono siciliani?”, in “Sicilia Archeologica” 66-68, 1988, p. 25)
E allo stesso modo omette di sottolineare che l’archeologo R.R. Holloway, pur pensando alle coppie di ecisti di altre poleis siciliane non esclude l’ipotesi siracusana quando scrive che “se l’esportazione degli Eroi di Riace fosse dovuta ai Romani, una sola città sarebbe stata capace di fornire loro statuaria del quinto secolo: Siracusa” (cit., p. 27).
E continua a non dire nulla sulla circostanza secondo cui l’altra archeologa americana A.M. McCann pubblicò un dotto studio sulla ipotesi siracusana dei Bronzi di Riace identificandoli in Gelone e Ierone (“The Riaces Bronzes: Gelon and Hieron I of Syracuse”, Acta of the 13th International Bronze Congress (Cambridge, May 28 – June 1, 1996, pp. 97-105).
E, dunque, gentile dottore, non è poi proprio così campata in aria questa ipotesi siciliana e siracusana dei Bronzi di Riace se anche altri illustri archeologi di fama internazionale (e dunque suoi stessi colleghi) l’hanno sostenuta.
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Polieno e Diodoro non hanno bisogno di interpreti, cosa vogliono dire l’hanno scritto.
Lei inoltre continua a non citare il passo in cui Polieno scrive “exedu ten estheta”, che significa “si spogliò delle vesti” (I, 27), sgombrando il campo da ogni dubbio circa il significato che volle dare al termine “gymnos”, cioè “nudo”. Così come continua a non dare una risposta al passo in cui Diodoro Siculo scrive che Gelone si presentò “akìton”, che significa “senza chitone” (XI, 26), chiarendo una volta per tutte cosa avesse voluto intendere Eliano, quando scrisse che “per questo motivo anche la sua statua … venne raffigurata nuda” (VI, 11). Ma come si può ancora sostenere che “gymnos” significhi “vestito col chitone”? Ma come si può ancora insistere su improbabili interpretazioni del termine “gymnos” davanti a una evidenza così solare! So perfettamente che nel nostro amato Rocci, dopo il significato principale di “nudo”, ve ne sono riportati anche altri secondari. Ma nel caso specifico, mi creda, non c’è bisogno che lei si scomodi a interpretare il pensiero di Polieno e Diodoro, perchè cosa hanno voluto intendere per “gymnos ce lo hanno spiegato direttamente loro stessi, proprio Polieno e Diodoro: “senza chitone” e “spogliato delle vesti”!
Circa la cronologia qualche suo collega non la pensa proprio come lei.
Citando le diverse posizioni assunte dai vari studiosi, ho evidenziato come non ci sia una posizione condivisa riguardo alla cronologia, come spesso succede quando l’ “opinione” (sempre soggettiva) prevale sul “metro” (che invece è oggettivo). Anche noi medici una volta facevamo diagnosi basandoci su valutazioni soggettive, poi però abbiamo imparato ad usare le tac, le risonanze, gli esami di laboratorio e siamo riusciti a fare diagnosi più appropriate. Probabilmente è per questa forma mentis differente che lei guarda di più alla opinione accademica dominante e io al rigore scientifico di tutto ciò che è misurabile (come ad esempio il radiocarbonio). In fondo l’archeologia sta all’archeometria come la semeiotica sta alla diagnostica strumentale. Sono necessarie entrambe. Ma guai a basarsi solo sull’intuito del luminare. Volendo, però, affrontare la valutazione stilistica, non è affatto vero che tutti concordino con lo spostare al 430 a.C. la realizzazione del Bronzo B. Non a caso le ho citato l’opinione di Corso, archeologo che stimo tantissimo, il quale scrive: “Verso il 460-450 a.C. Policleto oppose a Mirone il suo proprio manifesto estetico, col suo volume Kanon e con la statua del Doriforo. … Collocherei le due statue in bronzo dal mare di Riace nel momento immediatamente precedente alla maturazione del chiasmo policleteo. Infatti le due statue hanno già una gamba di scarico del peso corporeo e un’altra flessa, ma i due piedi sono ancorati al suolo con l’intera pianta del piede. Siamo dunque in un momento di pre-chiasmo” (A. Corso, “La scuola bronzistica ad Argo ai tempi dei Bronzi di Riace”, in “I Bronzi di Riace: studi e ricerche”, Atti Convegno 25-28 ottobre 2018, pp. 143-150). Considerato che la maturazione del chiasmo policleteo viene collocata dal professor Corso nel decennio 460-450 a.C., il momento storico del prechiasmo è quello precedente a questo decennio e, dunque, prima, e comunque non oltre, il 460 a.C., e non solo per il Bronzo A, ma per entrambi. Come vede, siamo proprio a ridosso dell’età dei Dinomenidi (che termina nel 465 a.C.). E non mi si venga a dire che, soprattutto nel campo della grande statuaria bronzea greca, oggi possa esserci qualcuno al mondo in grado di distinguere, con questi strumenti così soggettivi, le differenze tra cinque anni in più o in meno. Datazioni stilistiche relative ad un periodo in cui, togliendo l’Auriga di Delfi e il Cronide di Capo Artemisio, i confronti possono essere fatti solo con copie romane in marmo di originali bronzei perduti, vanno sempre prese con grande cautela.
Non è un caso che il professor Rebaudo, altro archeologo che gode della mia grande stima, scrive: “Sperare che la nostra conoscenza dei Bronzi possa progredire unicamente grazie alle risorse della ricerca storico-artistica è un’illusione. In oltre quarant’anni di tentativi l’analisi stilistica si è dimostrata impotente. Il progresso può venire solo da un ampliamento dei dati analitici” (L. Rebaudo, “I Bronzi di Riace: archeologia e archeometria”, op. cit., 2021, p. 37). Come vede, la smentiscono i suoi stessi autorevoli colleghi.
La vexata (e inutile) quaestio del tempio di Hera e dei risultati dell’analisi geochimica
Riguardo poi alla vexata (e aggiungerei anche inutile) quaestio del tempio di Hera (a parte il fatto che l’iniziale associazione dei culti di Zeus ed Hera non fu poi così insolita, come, ad esempio, avvenne nella stessa Olimpia, e dunque non ci sarebbe da sorprendersi se un altare di Hera, con temenos, fosse sorto presso l’Olympeion), continuo a chiedermi che importanza possa avere sapere dove si fosse trovato il tempio di Hera rispetto al fatto che le terre dell’Anapo, alla fine, sono risultate pressocchè identiche a quelle delle saldature dei Bronzi di Riace. Le chiedo: se il santuario di Hera non fosse sorto nei pressi dell’Olympeion i risultati delle analisi geochimiche delle terre presso l’Anapo sarebbero cambiati? Non credo serva aggiungere altre parole.
Sul problema della collocazione delle statue, molti suoi colleghi non la pensano come lei
Anche riguardo alla tematica delle terre delle saldature, poi, lei continua a non dare risposte ai nodi cruciali che, non solo io, ma i suoi stessi colleghi archeologi hanno sollevato prima e meglio di me. Primo tra tutti quello del perché queste terre si siano mostrate del tutto differenti rispetto alle terre di fusione dei nuclei interni. Una differenza non giustificabile con l’aggiunta di terre refrattarie come le argille ricche si silicati di alluminio, presenti in egual misura sia nelle terre di fusione interne che delle saldature. Una differenza, peraltro, talmente netta, nella composizione geochimica e mineralogica, da far pensare ad un bacino geologico totalmente diverso da Argo. Peraltro l’elevatissima presenza di stronzio presso le giunture del braccio e del collo (quattordici volte maggiore rispetto ai nuclei interni del bronzo A), e di un rarissimo tipo di fosfato di stronzio (il minerale [(Sr,Ca)5(PO4)3(OH,F)], rarissimo forse ad Argo, ma non certo a Siracusa, come hanno mostrato le analisi), hanno indotto persino Formigli a parlare di “fenomeno per il quale manca ancora una spiegazione” (E. Formigli, “Antiche officine del bronzo. Atti del seminario di studi, Murlo 26-31 luglio 1991”, Siena 1993, p. 92). E gli stessi Micheli e Vidale hanno parlato di “altissime percentuali di un raro fosfato di stronzio, circostanza ancora misteriosa” (M. Micheli, M. Vidale, “Anatomia dei Bronzi di Riace”, Le Scienze, n. 372, 1999). Dati spiegabili solo con l’utilizzo, per le saldature, di terre di un altro lontano bacino geologico, come a indicare che queste statue fossero state saldate in un luogo diverso da Argo. Del resto, poi, il fatto che le statue fossero state collocate in un luogo diverso da Argo (ammesso che questo fosse stato il vero luogo di produzione) ci viene inequivocabilmente confermato dalla natura delle terre del braccio restaurato del Bronzo B, che sono risultate essere del tutto differenti dalle terre dei nuclei interni e molto simili a quelle delle saldature (Jones R. et al., “The Riace bronzes: recent work on the clay cores”. 6th Symposium of the Hellenic Society for Archaeometry, 2016). Trattasi di una evidenza talmente forte che ha indotto il professor Rebaudo a scrivere: “Il fatto che le braccia siano state rifatte a distanza di tempo e in un luogo diverso da quello di esecuzione delle statue risulta incontrovertibile” (Rebaudo L., 2021, p.26). Né può tantomeno ritenersi che tale restauro fosse avvenuto sette secoli dopo a Roma come ha sostenuto erroneamente qualcuno, perché l’analisi coi radioisotopi ha dimostrato che i tenoni (i perni sotto i piedi, per i non addetti ai lavori) dei Bronzi di Riace risultano essere stati realizzati con piombo del Laurion, una miniera caduta in disuso già dalla fine del IV sec. a.C. e poi abbandonata (Conophagos C., “Le Laurium antique”, Atene, Hekdotikè Helladoso, 1980). E ciò a dimostrazione del fatto che il restauro del Bronzo B avvenne appena il secolo dopo e in un luogo diverso da quello di produzione. Un luogo, probabilmente, identico a quello in cui le due statue furono saldate e installate. Se lei, gentile dottore, ha una spiegazione diversa e credibile rispetto a quella a cui ci inducono gli studi degli stessi suoi colleghi archeologici sopra citati, la esponga, purchè non si limiti a sentenziarne apoditticamente l’impossibilità, senza spiegarne i motivi, e glissando con la battuta dei mobili Ikea, così come ha fatto finora. Per essere ancora più esplicito, anche i suoi stessi colleghi ammettono la circolazione di “agalmata” (statue per i non addetti ai lavori) trasportate in sezioni separate nei luoghi di destinazione (procedura, tra l’altro più sicura dai rischi di danneggiamento). Il professor Cadario, ad esempio, nel citare il noto brano della “Vita di Apollonio di Tiana” in cui Filostrato svela come in antico viaggiassero statue e scultori con tanto di officine al seguito (5, 20), parla espressamente di “officine itineranti” e scrive: “Gli agalmatopoi a cui si riferisce Filostrato dovevano infatti di necessità spostarsi al momento di realizzare le loro opere, non solo perché le materie prime preziose erano fornite loro dai committenti in loco, ma anche perché le statue dovevano essere montate sul posto” (Cadario M., “Scultori girovaghi: spunti di riflessione sulla mobilità degli artefici nel mondo antico”, in C. Bearzot et al, “Migranti e lavoro qualificato nel mondo antico”, Milano 2019, pp. 93-128). E in un altro brano, Cadario scrive che solo le statue crisoelefantine “non dovevano essere facilmente trasportabili, nemmeno a pezzi”, lasciando intendere che negli altri casi il trasporto delle statue, intere o a sezioni separate, fosse prassi. Del resto, le pagine di Pausania, seppur senza specificare le modalità del trasporto, sono piene di esempi di statue viaggianti, come ha dimostrato lo stesso Rebaudo (2021, p. 29). Ed infine, a proposito di “scultori in viaggio con gli strumenti” per completare o assemblare le proprie statue nei luoghi di committenza, basti citare il relitto di Porto Novo Bessac del 1998 (Platt V., “Facing the Gods. Epiphany and Representation in Graeco-Roman Art, Literature and Religion”, Cambridge 2011, pp. 293-294). E allora perché sorprendersi? La verità è che se nessuno avesse scoperto il relitto di Marzamemi che trasportava un’intera chiesa bizantina prefabbricata, oggi saremmo ancora qui a sentire il Solone di turno (non riferito a lei ovviamente) sentenziare apoditticamente sull’impossibilità di tale modalità di trasporto, e magari qualcun altro avrebbe pure ironizzato sulla chiesa bizantina formato Ikea, per poi essere puntualmente ed impietosamente smentito dai progressi delle nuove conoscenze. Credo che possa bastare.
Pertanto, gentile dottore, piaccia o non piaccia, Ikea o non Ikea, come vede, ciò che ho scritto è supportato da numerosi studi dei suoi stessi colleghi. Studi dai quali emergono sufficienti elementi per ritenere possibile l’ipotesi dell’assemblaggio delle sezioni statuarie nei luoghi di destinazione. Si tratta, peraltro, dell’unica ipotesi in grado di spiegare la netta differenza tra le terre dei nuclei interni e quelle delle saldature. Terre, queste ultime, sorprendentemente simili a quelle prelevate presso l’Anapo. Ma di questo se ne occuperanno meglio di me e di lei i geologi delle Università di Catania e Ferrara che hanno sposato l’ipotesi.
(Fabio Caruso, archeologo)
Nessuna granitica certezza, ma solo elementi sufficienti per includere ormai anche Siracusa
Riguardo, infine, alle sue conclusioni, le granitiche certezze non provengono certo da chi scrive. Il sottoscritto (che peraltro non ha neanche un pedigree siracusano) ha concluso il proprio intervento affermando testualmente: “adesso, grazie a questo studio, non si può più escludere aprioristicamente Siracusa dalle ipotesi di provenienza dei Bronzi di Riace”. E’ una conclusione che non configura alcuna granitica certezza e che lascia la strada aperta anche alle altre ipotesi. E’ lei (molto più siracusano di me) che ha sentenziato e qualificato come “irricevibile” l’ipotesi siracusana, mostrando molto più che granitiche certezze. Io, con molta umiltà (come si addice agli uomini di scienza, ancorchè nell’ambito della ricerca medico-biologica), mi limito a dire che oggi ci sono ormai dati sufficienti per affermare che questa ipotesi, non può più essere esclusa per partito preso, come è accaduto finora, e può contribuire, al pari delle altre, a far luce sui misteri ancora irrisolti dei Bronzi di Riace. Le certezze assolute, nel mondo scientifico, non esistono.
E con questo mi taccio e mi auguro che altrettanto faccia lei, mantenendo il suo impegno. Rimandiamo tutto alle pubblicazioni scientifiche, magari regalandoci il piacere di conoscerci personalmente e di confrontarci costruttivamente senza bisogno di farlo per forza attraverso i social o la carta stampata, così come si conviene tra persone che si stimano, perché, al di là dell’apparente vivacità dialettica del nostro confronto, la stimo davvero e la ringrazio ancora per avermi dato questa opportunità di chiarire diversi aspetti. Cordiali saluti.

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