MEMORIE E SUONI DI ORTIGIA, GIOVANNI RANDAZZO SI RACCONTA

Giovanni Randazzo e Ortigia – 1a Parte

(Pubblichiamo la prima parte dell’intervento, articolatosi in due incontri dopo il successo del primo evento, che l’avv. Giovanni Randazzo ha tenuto presso la Casa del Libro Mascali all’inizio del 2023, su richiesta di Marilia Di Giovanni e del Gruppo S.E.M.I., sui suoni e le memorie di Ortigia. Nel testo si intrecciano i ricordi personali di Giovanni Randazzo insieme a una breve storia della città, dagli anni ’60 in poi, vissuta con la prospettiva di “un ortigiano vecchio stampo”)

Raccontare i suoni dell’Ortigia passata che ho conosciuto e vissuto, è un tema che corrisponde alle mie corde, spesso catturate dalla nostalgia del tempo che fu. Ma il mio approccio è velato da un po’ di pudore, se non di timore, perché Ortigia è talmente incastonata nell’anima dei siracusani, che ognuno della mia generazione ne conserva una memoria ed una intimità speciale che, in qualche modo, come la vita, appartiene a tutti e solo a lui. Consapevole di ciò, è con umiltà, ma anche con piacere, che mi appresto alla mia personale narrazione, partendo da me stesso, dalle emozioni che questi luoghi incantati con i loro personaggi, mi hanno ispirato, ed ancora mi ispirano.

La mia vicenda è anche un po’ singolare in quanto, nato e cresciuto in Ortigia, me ne sono più volte allontanato, trasferendomi al Nord, in Viale Tunisi dico, salvo ogni volta, dopo qualche anno, tornare nell’isola, nel posto che considero quello assegnatomi dal destino. Ho potuto così periodicamente misurare i molti cambiamenti che nel corso della mia vita si sono verificati nella vecchia isola rispetto a quand’ero piccolo, e certo sono stati tanti.

Sono dunque nato a Piazza San Giuseppe nel 1953, appartengo a tutti gli effetti allo Scoglio, qua sono nati i miei genitori e prima ancora i miei nonni. A Piazza San Giuseppe vi era la tipografia di famiglia, sotto casa nostra, condotta da mio padre… Proprio casa e putia, come usava una volta…

(FOTO TRATTA DALLA PAGINA “ERA SIRACUSA/CARLO ARRIBAS”)

Quando mio padre era fuori Siracusa per qualche motivo, la regola voleva che scendessimo a turno in sua sostituzione mio fratello maggiore o io. Quando toccava a me, tentavo di cacciare il senso di inadeguatezza per una posizione formale di titolare, inadatta alla mia età e alle relazioni di lunga conoscenza ed affetto che mi legavano ai cinque sei operai che lavoravano in tipografia, che mi avevano conosciuto da bambino e visto crescere. Non sapevo in effetti cosa fare, a parte stare seduto sulla scrivania del titolare e chiamare qualcuno di loro grandi quando entrava qualche avventore; così trascorrevo la giornata avvolto dall’acre ed ammaliante odore di inchiostro e dal suono costante e ripetuto delle macchine tipografiche, alcune risalenti ad inizio Novecento, con il loro diverso brano da cui mi lasciavo ipnotizzare, aspettando ansioso l’orario di chiusura.

Col senno di poi, in realtà avrei potuto seguire le orme di mio nonno e di mio padre, metterci un po’ di amore e curiosità in queste surreali sostituzioni, diventare tipografo esperto anch’io, chissà nel tempo avremmo con i miei fratelli potuto impiantare una bella casa editrice, là nel cuore di Ortigia. Prima della guerra vi aveva tentato mio nonno per qualche tempo confezionando un foglio periodico con la sigla “Edizioni Paesane”, dove raccogliere narrazioni e poesie degli aspiranti scrittori locali, e in cui una volta aveva scritto anche il giovane Vittorini, all’epoca ancora a Siracusa.

Ma mio padre che aveva iniziato a lavorare in tipografia a quattordici anni, lasciando la scuola per aiutare suo padre, voleva che i suoi figli avessero invece altre opportunità e studiassero. Era un desiderio comune di artigiani e commercianti, di operai e contadini, di quel periodo, quello di ambire ad un futuro diverso per i propri figli, era il timbro di una società e di una città in piena espansione, che voleva uscire dalle secche della povertà e dell’ignoranza.

In Ortigia iniziai anche ad andare all’asilo dalle Suore di San Vincenzo di Via Minerva, cosiddette Cappiddazzi per via della foggia espansa del loro copricapo. Ricordo una giostra al centro di un cortile, delizia di noi bambini. Ricordo la madre badessa, detta “Mameri”, presumibilmente traduzione siciliana dal francese, che mi incuteva un po’ di timore, e invece Suor Giuseppina, rubiconda e sorridente, che mi metteva allegria e mi aveva preso a ben volere. Mi sovviene l’immagine del girotondo con gli altri bimbi e le filastrocche che apprendevo da loro.

Una in particolare, che avevo imparato di nascosto dalle suore, mi tornò a mente a distanza di tanti anni, cantata da mia zia Irene qualche settimana prima di morire; lei era ultranovantenne ma mentre la cantava le tornavano gli occhi maliziosi e il sorriso furbo della bambina ribelle che immagino era stata; “Dumani è Duminica/ci tagghiamo a testa a’ Minica/ Minica nun c’è/ ci tagghiamo a testa o re/ ‘u re è malatu/ ci tagghiamo a testa ‘o surdato/ ‘u surdatu ‘a ghiutu a guerra/ scoppa ‘u culu/ e cari interra”.

Un’altra, che si cantava se pioveva, faceva: “Chiovi, chiovi, chiovi, a jatta fa i provi/ u’ surci si marita/ ca’ coppola di’ sita/ a giacchetta di villutu/ nesci tu ca si vistutu”.

In quegli anni trascorrevo molte ore della giornata a guardare affascinato dal balcone di casa mia i ragazzini che giocavano a palla a Piazza San Giuseppe, ora inesorabilmente ingombrata da parcheggi e posti-tavoli per mangiare. Era un mondo con poche macchine, a misura d’uomo, ancor di più a misura di bambini e ragazzi.

I giocatori erano miei coetanei, o poco più grandi, ma io non avevo ancora il permesso di uscire da solo. Loro, in buona parte provenienti dalla popolosa vicina Giudecca, erano nell’uso parlato catalogati come “ragazzi di strada”, come il titolo di una famosa canzone dell’epoca, con accenti dispregiativi, ma ai miei occhi avevano la vita dentro, avevano in mano la fiaccola della libertà.

Davanti alla Chiesa di san Giuseppe, allora in piena funzione, stazionavano a volte due o tre cavalli, intenti a mangiare la biada nella musetta loro applicata dai padroni venditori ambulanti. Tra questi molti erano i banniatori che, con loro immaginifiche cantilene, promuovevano la vendita del loro prodotto, spesso anche diretti con i loro carretti colmi di mercanzie verso la Giudecca.

Ecco alcuni esempi: “Vinnemo pipi milinciani e pummarora”; “ Sali, acitu scupi, Varicchina,, lastruni e u rastreddu pi lavari a a casa”, “O luppinaru”; “Fiori”; “Chianciti, Picciriddi, , ca a mama’ v’ accatta a ciccibella”; “ A riohhhhh”; “Granita di limone”; “Ceusi niuri oh ca biella ca a è a ceusa, ahh li gran ceusi” “Cauru cauru , un suoddu ‘o mossu ‘u sanguinazzu Assaggilu c’ accabbò” “Cacuoccioli cauri| Cacuoccioli passatempo! Ri vintura l’ haiu i cacuoccioli” “ A viccopa”; “Ma nun viditi ch’ è biella sta pummarora” “ Tagghia ca e’ russu\! Uoo tagghiaa” “E tagghiamula vah, ca staiu abbuccanu da’ fami” “ Fati la carità o buona gente”

 (GIOVANNI RANDAZZO)

(fine 1a parte, continua. Foto di Ortigia tratte dalla pagina Era Siracusa)

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