“Vivere nobilmente o nobilmente morire: questo deve un eroe”.
Parte lenta, divenendo poi incalzante; si svela poco a poco per poi sprofondare nel buio.
Una tragedia arcaica e fedele. Sì, si può ancora fare.
Tragedia di sangue esibito e ribollente.
Tragedia arcaica, dell’ambiguo, della luce che sprofonda nel buio per poi lasciare, infine, nuovamente, spazio alla luce.
La luce arcaica di una morte in nome del kleos, del rispetto dovuto ai defunti, degli dèi, dèi ambigui e sornioni, potenti usurpatori.
L’oscura capacità di un uomo fragile.
Un maestoso coro protagonista, abile abitatore di uno spazio scenico sfruttato nella sua totalità.
Un’esperienza immersiva penalizzata forse dal buio eccessivo ma cosa c’è, in fondo, di più buio dell’onore perduto, di una cecità maledetta e, in questo modo, esibita?
Tragedia del movimento, protagonista insieme a una spada dominatrice di destini.
Accompagnamento musicale dal vivo, sigillo di una regia “baritonale”, drammatica e possente.
Una recitazione importante che si fa sorprendente in Atena, androgina messaggera delle ambigue manifestazioni divine. Plauso anche all’incisiva seppur silenziosa, anzi proprio perché silenziosa, personificazione della morte.
Una piccola creatura, troppo piccola per un pubblico distratto (di anno in anno sempre più indisciplinato).
Questo è Aiace: tragedia di spessore, follia, orrore e riflessione sull’incerto destino dell’uomo.


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