Incendio di Via Elorina. Una lettura ragionata dei dati di emissione

L’incendio scoppiato in via Elorina alle h.13 del 16 febbraio è tornato, dopo una settimana, agli onori della cronaca siracusana a valle della pubblicazione da parte dell’Arpa dei dati relativi alla concentrazione di diossine rilevate sul campione prelevato dal 17 al 18 Febbraio con campionatore ad alto flusso posizionato in via Porto Grande.

Ad oggi Arpa ha pubblicato due documenti, il primo sfruttando i dati delle stazioni automatiche ed i dati provenienti da analisi su campioni istantanei prelevati con canister, il secondo sul primo campione prelevato col campionatore ad alto flusso su cui è stata trovata la diossina.

I due rapporti sono dettagliati e tecnicamente approfonditi, certamente adatti allo scopo documentale per cui vengono redatti, ma forse peccano in due punti se letti da chi si pone domande in cerca di risposte di facile comprensione: sono complessi e totalmente asettici dal punto di vista della comunicazione, perché non si esprimono sulla gravità dell’evento, non essendo d’altra parte questo il compito di Arpa. Proveremo allora a leggere da cittadini attenti, e non da tossicologi quali non siamo, i due rapporti nel tentativo di trarne un’informazione un poco più comprensibile.

Per gli incendi in area aperta va detto subito che la lettura dei diagrammi delle centraline di monitoraggio poco o nulla ci dice il più delle volte della pericolosità della stessa. Queste centraline leggono infatti il biossido di zolfo, gli ossidi di azoto, le polveri (PM10 più spesse e PM2,5 più sottili), il benzene, gli idrocarburi volatili non metanici; sono gli inquinanti tipicamente emessi dai camini industriali, dai riscaldamenti e dagli scarichi delle autovetture e per tal ragione queste centraline vengono scelte per il monitoraggio di aree come il siracusano. Anche un incendio in area aperta comporta l’emissione di queste sostanze, ma le concentrazioni rilevabili, per quanto alte, se il fenomeno non dura a lungo e non è ripetitivo non sono in genere tali da comportare effetti negativi sulla salute né acuti né a lungo termine; il solo fatto che la concentrazione in una stazione aumenti è però indicativo del fatto che i fumi sono arrivati in quella zona e che quindi lì potrebbero esserci altri inquinanti pericolosi per i quali potrebbe essere utile fare dei campionamenti puntuali.

Nel nostro caso, pur avendo individuato alcuni valori alti in zona Pantheon e Teracati, considerata l’urgenza dell’intervento, Arpa ha giustamente preferito effettuare subito i campionamenti in prossimità della zona incendiata; il luogo veniva infatti indicato come area con presenza di rifiuti abbandonati e sconosciuti e quindi l’obiettivo diventava capire se fossero presenti in aria inquinanti pericolosi senza ricercare nell’immediato ricadute in zone più lontane.

Dalla lettura dei dati delle centraline si evince che in zona Pantheon, per gli idrocarburi volatili, si sono trovati diversi picchi medi orari alti, di cui il massimo pari a 1131 µg/m3, verso valori che solitamente oscillano tra i 50 ed i 100 con qualche picco sopra i 200 µg/m3. Non esistono normative, né comunitarie né nazionali, che definiscano un limite per gli idrocarburi non metanici per cui prudenzialmente Arpa si è confrontata col valore di 200 µg/m3 derivante da una vecchia legge abrogata nel 2010. Il fatto che non siano definiti limiti normativi, che l’esposizione sia stata relativamente di breve durata, e che gli idrocarburi non metanici sono anche prodotti dalla decomposizione termica della vegetazione, delle resine delle piante, e di altri materiali organici presenti nell’ecosistema che sta bruciando, ci spinge a non considerare questa esposizione come particolarmente critica o quantomeno frutto della combustione di rifiuti pericolosi, ma solo come indicatrice dell’incendio in atto.

Per il benzene, il limite previsto dalla normativa nazionale è mediato su un anno intero ed è pari a 5 µg/m3, non definendo limiti orari; tuttavia Arpa, osservando che le concentrazioni orarie negli agglomerati urbani in genere non superano i 20 µg/m3, ha utilizzato tale concentrazione come riferimento per individuare eventi anomali. In zona Pantheon e Teracati, per il benzene, si sono trovati in totale tre picchi medi orari sopra 20 µg/m3, di cui il massimo pari a 60 µg/m3, verso valori che solitamente sono prossimi a qualche unità. La norma prevede solo un’esposizione annuale perché il benzene ha effetto nocivo sulla salute per esposizioni al lungo termine; i valori riscontrati per un periodo così breve non sono rilevanti con riferimento al rischio di lungo termine. Inoltre vale quanto già detto per gli idrocarburi non metanici, di cui il benzene è una classe e risulta prodotto anche dalla decomposizione termica della vegetazione. Quanto detto ci spinge a non considerare l’esposizione al benzene come particolarmente critica o quantomeno frutto della combustione di rifiuti pericolosi, ma anche questa solo come indicatrice dell’incendio in atto.

È notorio il fatto che durante qualsiasi combustione si sviluppino polveri sottili, che siano PM10 o PM2,5. Nel caso dell’evento in discussione le PM10 alla stazione Pantheon hanno visto due picchi sopra il valore di 50 µg/m3 (123 e 76 µg/m3) fissato dalla norma italiana, valore da non superare per più di 35 volte nell’anno.

Di maggior rilievo l’esposizione alle PM2,5 con quattro valori (rispettivamente 102, 30, 57, 19 µg/m3), tra Pantheon e Teracati, sopra il limite di 15 µg/m3 fissato dall’O.M.S. da non superare più di tre volte l’anno; la legge italiana non prevede però limiti di media giornaliera ma solo annuale.

Per comprendere meglio la rilevanza dell’evento in discussione con riferimento alle polveri possiamo fare un confronto con quanto è accaduto in questi giorni nel Milanese, nel Torinese e nella Pianura padana dove si sono raggiunti per diversi giorni valori prossimi ai 100 µg/m3 di PM10 e oltre 50 µg/m3 di PM2,5; tale fenomeno però lì si ripete tutti gli inverni per più giorni di seguito in particolare quando l’area non è soggetta a ventilazione.

Tutto quanto sopra conferma quindi la presenza dell’incendio ma non fornisce indicazione di combustione di prodotti o rifiuti pericolosi. Si deve arrivare a leggere i risultati dei campioni di aria prelevati con i canister per trovare i primi indizi della combustione di plastiche, avendo rilevato in tre campioni il metacrilato di metile che è andato però a svanire nei campioni prelevati il 18 Febbraio. Il valore massimo di metacrilato di metile trovato è stato pari a 0,0188 mg/m3; questa sostanza da letteratura ha un valore di 210 mg/m3 quale “Livello derivato senza effetto DNEL” (concentrazione massima di una sostanza nell’aria che è previsto non causi effetti nocivi misurabili sulla salute umana). Tutte le altre sostanze trovate nei cinque campioni prelevati con canister indicano una combustione di sostanze organiche, quindi anche legna.

La conferma della combustione di materiale plastico, probabilmente rifiuti, arriva col campione prelevato dal campionatore ad alto flusso tra il 17 ed il 18 Febbraio che all’analisi fornisce 3395 fg/m3 (femtogrammi per metro cubo) in termini di Tossicità Equivalente (TE) per Diossine e Furani; un femtogrammo è pari a 10-15 grammi (come riferimento si consideri che un milligrammo è pari a 10-3 grammi o 0,001 grammi).

Per l’aria ambiente non esiste un limite normativo per le diossine e per tal ragione l’ Arpa, per valutare i risultati ottenuti nel campione analizzato, ha fatto riferimento a un documento dell’O.M.S. in cui non vengono proposti valori guida per diossine in aria, poiché l’esposizione dovuta alla inalazione costituisce solo una piccola parte rispetto alla esposizione totale (attribuibile sostanzialmente alla assunzione con l’alimentazione); vengono invece riportati alcuni valori indicativi della qualità dell’aria associabili a diverse condizioni come l’ambiente urbano in cui si stima una presenza media di 100 TE (fg/m3), o lo scarico di una fonte emissiva locale quando si superano i 300 TE (fg/m3).

Il valore in aria di 3395 TE fg/m3, che in tutta evidenza mostra la presenza di una fonte emissiva di diossina locale, deve essere un valore certamente da considerare con molta attenzione. Come confronto si cita il valore trovato nell’incendio della discarica di Bellolampo (Pa) del 24 Luglio 2023 pari a 939 TE fg/m3 ed il valore trovato nell’incendio di uno stabilimento per il trattamento dei rifiuti sito a Ciampino (RM) il 31 Luglio del 2023 pari a 37.000 TE fg/m3; giusto notare comunque che questi valori, oltre che dalle dimensioni dell’incendio dipendono anche dalla lontananza del punto di campionamento dalla fonte emissiva.

L’effetto acuto per esposizione ad un’atmosfera ricca di diossina può manifestarsi nell’immediato con presenza di cloracne due giorni dopo l’esposizione, come successe col disastro di Seveso dove però si disperse in atmosfera l’enorme quantità di circa quindici chili di diossina pura (fonte istituto superiore di sanità).

Gli effetti a lungo termine si verificano invece soprattutto per ingestione di cibi contaminati; le diossine vengono infatti trasportate col vento per depositarsi sul terreno ed hanno tempi lunghi di persistenza. Vengono assorbite dalle piante che a loro volta vengono mangiate dagli animali al pascolo le cui carni e il latte diventano alimenti con alta concentrazione di diossine perché queste si accumulano col tempo nel tessuto adiposo.

Pur senza voler dare conclusioni su quanto accaduto, non avendo competenze specifiche, qualche semplice osservazione con riferimento all’incidente, si può fare. La zona che ha visto l’incendio era un terreno apparentemente abbandonato, non coltivato e circondato da edifici, alcuni cadenti o fatiscenti; per quest’area, soprattutto quella edificata, la diossina sul terreno, se presente, tenderà ad essere dilavata col tempo dalla pioggia, così come tutta l’area che va ad Est verso il Pantheon. Ma già a circa 500 metri verso Ovest dalla zona interessata dall’incendio si vedono aree in presenza di coltivazioni, e qui la domanda sul “cosa fare” si pone. Almeno un’analisi della ricaduta su questi suoli e della concentrazione di inquinanti sul terreno dovrebbe essere il minimo necessario per consentire eventuali decisioni successive sull’utilizzo ammesso per quei terreni.

In via del tutto generale si deve purtroppo constatare che, recuperare la situazione a danno fatto, è sempre un problema, che sia per la salute dei cittadini o per il danno economico conseguito. La strada migliore non può che essere quella della prevenzione facendo sì che le aree a rischio incendio rimangano pulite e sgombre da rifiuti, che i campi non coltivati interni alle aree cittadine siano sgombri da macchia mediterranea incolta e magari dedicati a prati che, oltre a non fare fiamma, sono pure belli da vedere. Un incendio che scoppia è sempre pericoloso visto che, oltre al danno ambientale, può essere causa di lesioni gravissime agli individui laddove sfugga di mano. Non resta quindi che essere d’accordo con la mozione Greco-Boscarino già accolta dal consiglio comunale che punta alla prevenzione con controlli tecnologici stringenti, potenziamento di strumenti e strutture, nella speranza che l’amministrazione siracusana ne accolga i contenuti.

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