Detenuti con disturbi mentali ‘accertati’ nelle CTA. “Così diventano gironi infernali” è la denuncia del personale

RSA, Case di riposo, Comunità alloggio, Case famiglia. Tante le strutture di accoglienza per anziani e fragili operanti in Italia, spesso al centro delle cronache per i maltrattamenti sui pazienti ad opera del personale interno. E ogni volta la nostra risposta emozionale è di sdegno e rabbia verso chi approfitta insensatamente della debolezza di persone inermi, che avrebbero piuttosto bisogno di un’assistenza continua e rispettosa dei loro bisogni.

Ma quello che raccontiamo ora non crediamo abbia mai avuto spazio nella comunicazione mediatica, almeno qui da noi. È una realtà taciuta per troppo tempo e, come sempre accade per ciò di cui non si parla, che si finge non esista e che invece cresce progressivamente proprio perché non affrontata ab origine, ha raggiunto il punto di criticità. Semplicemente quello che si definisce come rischio che “ci scappi il morto”.

In questa storia, che riguarda le CTA (comunità terapeutica assistita), i pazienti affetti da disturbi mentali, i componenti dell’equipe multidisciplinare (psicologi, pedagogisti, assistenti sociali, tecnici della riabilitazione psichiatrica) e ancora infermieri e ausiliari sono, tutti insieme, in un ”girone infernale”.

Ma la motivazione non è nella difficoltà di un lavoro che mira, con pazienza e professionalità, a ‘riabilitare’ malati che volontariamente, o su input delle famiglie, hanno deciso di chiedere aiuto per affrontare il proprio malessere psichico, a tentare di riportarli in famiglia (dopo un percorso dalla durata massima di 72 mesi) e in quella società dei ‘sani’ dove vengono ancora considerati un fardello gravosissimo.

Dopo la legge Basaglia (1978), i ‘manicomi’ sono stati chiusi precipitosamente nel 1994 (grazie alla ‘minaccia’ da parte del governo centrale di chiudere il rubinetto dei finanziamenti ad hoc) e i pazienti psichiatrici, presi in carico dal Dipartimento e dal Centro di Salute Mentale, se consenzienti, vengono affidati per la ‘riabilitazione’ o ai Centri Diurni (strutture semiresidenziali) o alle Comunità Terapeutiche Assistite (non più di 20 persone) residenziali, quindi con un’assistenza di 24 ore.

Ed è ovvio che il personale che vi opera, al di là delle qualità di sensibilità e umanità richieste a tutti coloro che assistono persone in stato di bisogno, debba essere provvisto non solo di grande professionalità specifica ma anche armarsi di una pazienza infinita per gestire i momenti di crisi di psicotici privi del dono della ragione. Infatti dalle testimonianze raccolte tutti parlano di un rapporto stretto, affettuoso, empatico che viene a crearsi con il paziente con cui si instaura un dialogo lungo, complesso, fatto di piccoli traguardi che si raggiungono giorno dopo giorno.

E se improvvisamente interviene una variabile tale da sconvolgere la vita di tutti, da creare negli ospiti, che con estrema difficoltà hanno raggiunto un equilibrio, seppure semmai ancora instabile e precario, un forte disturbo emotivo e da rappresentare un reale pericolo fisico non soltanto per i pazienti ma per lo stesso personale?

Diventiamo ostaggi della violenza e della prevaricazione. Diventa impossibile per noi dedicarci ai nostri assistiti perché totalmente assorbiti dalla necessità di contenere questi altri ospiti ‘straordinari’ che non sono lì volontariamente ma perché costretti. Persone che non dovrebbero essere messe insieme a chi sta cercando, e ha le potenzialità di superare il proprio gap psichico, perché in alcuni casi del tutto prive di principi etici oltre che affetti da gravi disturbi mentali, e non sempre è vero che questi ultimi ci siano. Alcuni anche nei CTA cercano di continuare le attività per le quali sono stati condannati. Il rischio è che, prima o poi, qualcuno si faccia davvero male. Non siamo più in grado di operare serenamente. E recarsi sui luoghi di lavoro genera ansia e paura, sentimenti che non ci lasciano neanche quando rientriamo nelle nostre abitazioni finito il turno”.

Sono queste le valutazioni, unanimi, di alcuni degli operatori incontrati che lavorano nelle 6 CTA (5 private e una pubblica) del siracusano e che hanno rappresentato il forte disagio, per dirla con un eufemismo, generalmente diffuso tra tutti i colleghi, ormai decisi a raccontare esperienze difficili proprio per prevenire danni maggiori nel caso tutto restasse occultato. Una scelta coraggiosa per le gravi ricadute che questa pubblica denuncia potrebbe avere su di loro a diversi livelli, sebbene già siano stati presentati alcuni esposti in Procura dopo alcuni preoccupanti episodi.

Ma chi sono questi ospiti ‘speciali’? Si tratta di detenuti con disturbi mentali, o più esattamente quelli per i quali è stata eseguita perizia psichiatrica e diagnosticata una malattia mentale. Prima del 2015 ad ‘ospitarli’ c’erano gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, ma la denuncia dell’allora senatore Ignazio Marino sui casi di «disumano abbandono» in cui essi venivano lasciati generò una commissione d’inchiesta e, per quanto emerse, la chiusura di queste strutture.

Al loro posto sono state istituite le Rems, le residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza, strutture più piccole, sulla carta per circa una ventina di persone, più moderne, organizzate così da offrire anche ai detenuti percorsi di cura e riabilitazione efficaci laddove possibili.

Ma ovviamente quelle realizzate – 31 sul territorio nazionale, 3 in Sicilia (a Caltagirone e due a Naso) – non coprono la richiesta e da qui lunghe file di attesa.

Come si è risolto allora il problema? Pare che da quattro cinque anni nel distretto giudiziario di Siracusa si sia ‘semplificato’: in assenza di posti nelle rems, questi detenuti, a volte davvero pericolosissimi, vengono dirottati nelle CTA innestando un domino di effetti negativi e davvero rischiosi come detto.

Come sia possibile che condannati, costretti alla reclusione, possano essere ‘ospitati’ in strutture aperte come i CTA resta un mistero. La normativa vigente apre uno spiraglio nella possibilità di un’ospitalità ‘momentanea’ in assenza di disponibilità presso le strutture predisposte (anche reparti ad hoc all’interno delle carceri) ma, come è facile immaginare, lo spiraglio diventa breccia e al più questi detenuti, di cui è accertata la pericolosità sociale, spesso totalmente incapaci di intendere e di volere, ruotano da bimestre a bimestre nelle diverse CTA sul territorio, portando ovunque pericolo e scompensi organizzativi.

Non trascurabile inoltre, a quanto pare, l’aspetto economico che induce, piuttosto che affrontare all’origine il problema intervenendo su organizzazione e sul numero delle rems, a scegliere questa soluzione di comodo: se il costo giornaliero di un detenuto si aggira intorno agli 800 euro, quello in un CTA è tra i 220 – 230 euro.

Una problematica molto complessa, dunque, sulla quale gli operatori chiederanno a breve un tavolo prefettizio per affrontare insieme a tutti gli organi competenti le tante criticità.

Noi ne abbiamo parlato anche con il dottor Gaetano Sgarlata in un’intervista di prossima pubblicazione.

 

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