GIUSEPPINA IACONO BALDANZA E LA SUA SCATOLA DI LATTA COLOR COBALTO TRA FANTASIA E FASCI SICILIANI

In quest’epoca di smemoratezza, specie in terra di Sicilia – non si sa o non si vogliono ricordare più episodi della nostra storia recente, gravidi di senso per le generazioni a venire – salutiamo chi ridona voce tramite la letteratura a persone e personaggi la cui eco rischia di spegnersi.

Giuseppina Iacono Baldanza, poetessa e scrittrice agrigentina, dall’esperienza lavorativa e culturale variegata (traduttrice, interprete, docente, anche in Baviera e Renania), ha già pubblicato, tra l’altro, La casa con i balconi (2011). La sua ultima fatica letteraria è Sotto il monte dei cocci ma noi de La Civetta di Minerva l’abbiamo intervistata su La scatola di latta color cobalto, romanzo che affronta coraggiosamente un episodio storico-politico poco frequentato dalla letteratura, i Fasci siciliani, fondamentali per le conquiste dei diritti e delle terre da parte dei contadini e per comprendere che la nuova Italia recentemente unita non accompagnò ma spesso represse il difficile cammino delle lotte di rivendicazione. Le ultime due opere dell’autrice sono uscite per i tipi di Carlo Saladino Editore.

La scatola del titolo e l’albero della vita, con i suoi intrecci nodosi, sono metafore che si rincorrono per tutto il libro, a simboleggiare la potenza della memoria custodita e tramandata, del legame tra generazioni, della Storia che si intreccia con le microstorie dei personaggi, alcuni realmente esistiti, altri frutto della penna dell’autrice.

Tra presente e passato, sullo sfondo di eventi cruciali per l’isola tutta e non solo, sfilano le figure di Clara e Bruna – i nomi, anch’essi simbolici, sono presagio di destini e contrappunto ad essi –, di Felicia, di don Damiano, di Libero e tanti altri…

Torna alla vita la Sicilia di fine Ottocento, che ancora stentava a liberarsi dalle catene feudali, che si avviava ai disastri delle guerre mondiali e coloniali, che si dibatteva tra caporalato, retaggi medievali e mafia, unita al regno d’Italia che spesso si occupò dei siciliani per reprimerne gli aneliti di libertà e giustizia più che per guidarli nello sviluppo economico e sociale.

Com’è nata l’idea di questo libro?

Quando si comincia a scrivere un libro neanche tu sai dove arriverai. Man mano che il libro va crescendo quella prima pagina che hai scritto non trova più collocazione, si ritrova scompaginata; vai avanti e senti l’esigenza di dire alcune cose.

Volevo parlare dei Fasci siciliani, fatto storico straordinario in cui noi troviamo tutto l’orgoglio siciliano. È stata una grande occasione mancata, specie per la Sicilia: se pensiamo che queste lotte contadine si propagarono in tutta Italia ed Europa e tutto nasce da noi, come il primo sindacato, per opera di Bernardino Verro (primo sindaco socialista di Corleone – quella stessa Corleone che sarebbe diventata così famosa e famigerata – che venne assassinato dalla mafia per la sua attività volta ad un’equa ridistribuzione del latifondo), c’è molto da rimpiangere che queste storie siano poco conosciute, specie dalle nuove generazioni.

Tutto è nato in Sicilia ma spesso gli stessi siciliani non ne hanno consapevolezza, pronti come sono ad abbandonare le proprie radici e tradizioni, a scordare la propria storia, ad occultare più o meno scientemente la propria memoria in nome di un progresso spesso illusorio, di un futuro che è negazione e non evoluzione del passato. È sconvolgente pensare come il modo siciliano di vivere e si vedere sia stato stravolto da ciò che era estraneo alla Sicilia – pensiamo al modo di vita americano – e a come i primi nemici della Sicilia siano stati i siciliani stessi, come quel Francesco Crispi che (tornando ai Fasci siciliani) ha represso tutto, che ha mandato i soldati in Sicilia per stroncare le lotte dei lavoratori per la terra.

Come ti sei preparata per scrivere questo romanzo?

Ho letto e ho studiato sia sui libri che su Internet e mi sono emozionata approfondendo episodi come quelli della strage di Caltavuturo, che mi ha fatta piangere: ho immaginato i corpi a terra, le madri e le mogli chiuse in casa che non potevano seppellire i propri cari.

Questo romanzo mi ha impegnata e fatta soffrire molto. Ho riletto “Il Gattopardo” e rivisto la figura di Ciccio Tumèo l’organista, il ruolo dei Borboni nella storia della Sicilia… e ho compreso che la storia ce la fanno capire spesso i vinti. Pensiamo al mistero della morte di Ippolito Nievo e a tante ingiustizie che non hanno ricevuto risarcimento, spesso dimenticate. Le miniere di zolfo sono anch’esse un tema controverso: quanti abusi, quanta violenza e sfruttamento, quanta complicità nel nome del denaro… pensiamo anche al grande imbroglio della guerra di Libia.

Mi dispiace che questo libro sia rimasto un poco in sordina proprio per la rabbia che lo ha generato.

Dovrebbe essere letto nelle scuole questo libro, per suscitare negli studenti la rabbia l’orgoglio verso quello che in Sicilia è stato fatto da politici, sindacalisti, operai, braccianti…

Ci sono storie di famiglia che hai rielaborato per scriverlo?

No, sono storie senza attinenza con la mia famiglia, ma vengono fuori dalla fantasia e dall’esigenza di raccontare i Fasci. Io metto in ridicolo la borghesia: Don Damiano vorrebbe essere altro ma non esce fuori dagli schemi della vecchia aristocrazia né della borghesia (pensiamo alla figura di Libero, che non è appunto di sposare la ragazza che ama perché umile: il padre è un operaio anarchico, la madre è analfabeta); le protagoniste femminili, donna Carmela che vive in primo piano il dolore, Luisa di riflesso.

La figura della nonna e della nipote permettono dei salti temporali che confondono la realtà contemporanea (vista da lontano, non letta da vicino) con il passato.

Il finale è volutamente aperto.

Oltre a complimentarci con l’autrice, per noi è una gioia sapere che Agrigento è stata proclamata Capitale della Cultura 2025 (la cerimonia si è svolta il 31 marzo scorso nella Sala Spadolini del Ministero della Cultura): oltre all’inestimabile patrimonio culturale e paesaggistico, Agrigento e la sua provincia possono vantare un parterre di autori locali – e oltre: essere uno scrittore di provincia non equivale ad essere provinciale – di tutto rispetto, come Lia Lo Bue, Stella Vella – che si contraddistinguono anche come operatrici culturali con l’indizione e l’organizzazione di eventi e premi letterari –, Gaetano Lia, il professor Enzo Alessi e Tonina Rampello, che meriterebbero un discorso a parte per la loro maestria recitativa e l’opera infaticabile di divulgazione culturale (menzioniamo il loro lavoro teatrale e cinematografico con nomi come quelli di Andrea Camilleri o dei fratelli Taviani, per tacere del resto), Giuseppe Mallia, Raimondo Moncada, Angela Mancuso…

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