In diecimila a Caltanissetta contro l’autonomia differenziata

Il nuovo governo di destra-centro ha portato in auge il tema dell’autonomia differenziata, vale a dire il progetto di decentramento di diverse competenze, oggi attribuite alla potestà dello Stato, che ha dato pessima prova di sé con la recente pandemia quando le disfunzioni a livello regionale sono emerse nella loro drammatica gravità.

Molti governatori regionali hanno detto no a questa riforma in special modo per le norme arbitrarie con cui sono stati fissati i Lep, cioè i livelli essenziali delle prestazioni e dei servizi che devono essere garantiti in modo uniforme sull’intero territorio nazionale a tutti i cittadini al fine di garantirne i diritti civili e sociali.

Alla base della proposta Calderoli c’è il terzo comma dell’articolo 116 della Costituzione, modificato nel 2001, che prevedeva che alcune materie, affidate in via esclusiva allo Stato centrale, potessero essere demandate alla competenza di ogni singola regione a statuto ordinario. Le materie attribuibili alle regioni furono indicate ai commi 2 e 3 dell’articolo 117 della Costituzione. Si trattava di oltre 20 materie alcune molto importanti come quelle sull’istruzione; la tutela di ambiente, ecosistema e beni culturali; la salute; l’alimentazione; la finanza pubblica e il sistema tributario; le casse di risparmio, rurali, aziende di credito; enti di credito fondiario e agrario. Inoltre, dal 2001 tramite la cosiddetta “Spesa storica” lo Stato iniziava a regalare al Nord miliardi in più distraendoli dal Sud. Ciò ha portato al finanziamento di ogni genere di assistenzialismo. Questa iniqua distribuzione ha privato il Sud di risorse destinando quote ben inferiori al 34%, della sua popolazione residente (un cittadino meridionale riceveva meno in spese sociali rispetto a un altro del nord). Il risultato: al Nord 735, 4 miliardi, il 71,7% della spesa pubblica totale, al Sud solo 290,9 miliardi. Uno scarto rispetto alla quota dovuta del 6%, pari, appunto, a 61,5 miliardi ogni anno. Questo ha portato a meno mense scolastiche e scuole a tempo pieno, meno servizi pubblici e assistenza sociale, asili zero o quasi, poca edilizia scolastica. Al Nord: doppioni di autostrade inutili, investimenti in imprese oramai decotte, etc., etc. Ad esempio la Lombardia ha incassato ben 3,5 miliardi di euro contro i 600 milioni della Campania e così via per tutte le regioni del nord. “Mezzogiorno: traditi e mazziati”. Questo è stato il titolo del rapporto Eurispes 2020 dove si osserva che “Paradossalmente il primo a farne le spese sarebbe proprio il Nord, subendone le conseguenze peggiori”. Si cita uno studio della Banca d’Italia che dimostra come tali trasferimenti tornano accresciuti al Nord, grazie all’esportazione dei prodotti verso il Sud. Ulteriori risorse al Nord giungono sotto forma di servizi sanitari, perché molte persone dal Sud vanno a curarsi negli ospedali del Nord e per il costo della formazione dei giovani meridionali laureati che emigrano al Nord.

Sempre secondo Eurispes, a fronte di una cifra di circa 45 miliardi di trasferimenti che ogni anno si è spostata da Nord a Sud, ve ne sono stati altri 70,5 pervenuti al Nord, compiendo un percorso inverso. A ciò si aggiunga che i prestiti, la raccolta e gli sportelli bancari presenti al Sud sono al 90% di proprietà di banche settentrionali, che raccolgono al Sud e impiegano al Nord. Se davvero le decisioni politiche portassero all’annullamento dei trasferimenti da Nord a Sud l’economia settentrionale entrerebbe in una recessione senza precedenti, causando un danno irreversibile all’intero modello di sviluppo italiano. In un’intervista alla Gazzetta del Mezzogiorno Adriano Giannola, presidente della Svimez, afferma: «L’autonomia è una iattura per tutti, per il Sud ma anche per le aree interne del Nord. C’è un’illusione diffusa. Cioè l’idea di garantirsi le risorse che arriverebbero dal prendere delle competenze sotto l’ala della titolarità regionale. In pratica, nazionalizzando una regione, rendendola indipendente, pioverebbero quattrini. Ma è appunto un’illusione. Si crede che tutto si riduca alla differenza tra quanto si prende dal territorio e quanto, nel territorio, ritorna. Il cosiddetto “residuo fiscale” che si vorrebbe trattenere in loco. Il problema è che in questo calcolo manca una voce. Gli interessi sul debito che sono la parte principale della spesa pubblica. Quindi da quello che i cittadini pagano va sottratta non solo la spesa dello Stato sul territorio, ma anche gli interessi sul debito. Così i 40 miliardi della Lombardia diventano 18, in Veneto ed Emilia addirittura 4. E poi c’è un altro problema. Limitare i trasferimenti nel Mezzogiorno lo impoverisce. E il Sud è proprio il mercato primario delle aziende del Nord. Tagliando le risorse, tagliano i soldi che servono ad acquistare i loro prodotti. Un autogol».

A fronte di questo disegno sovvertitore il 15 aprile a Caltanissetta si è svolta una manifestazione organizzata da Cgil e Uil per avversare l’intenzione del ministro Calderoli di far approvare a tutti i costi e in tempi brevi la riforma senza tener in alcun conto l’opinione delle regioni interessate.

La presenza di circa 10.000 persone, in una regione come la Sicilia poco propensa alla partecipazione, è stato un evento straordinario.

“A fronte di questa manifesta espressione di dissenso faranno seguito altri momenti – afferma con enfasi Enzo Vaccaro, responsabile del dipartimento organizzativo della Cgil di Siracusa -. L’eventuale applicazione di questa legge relegherebbe la Sicilia e l’intero Sud ai margini del Paese e dell’Europa perché ne precluderebbe ogni possibilità di sviluppo. Bisogna invece pretendere leggi e misure per lo sviluppo e l’occupazione, stessi servizi, stesse opportunità di chi vive nelle regioni più ricche.

È l’intera Cgil da nord a sud che ha aperto questa rivendicazione?

Assolutamente, è una battaglia di civiltà.

Nella celebrazione del 25 Aprile di questo 2023, con un governo per certi aspetti contro la Festa della Liberazione, l’attenzione a questo tema assume un’importanza superiore?

Certamente, perché siamo di fronte a un disegno politico che aumenta le diseguaglianze. È la prima volta che questo giorno viene celebrato in presenza di un governo di destra con una maggioranza in parlamento che gli permetterà di attuare un programma di destra potendo potenzialmente mettere in discussione anche la nostra Costituzione che sull’autonomia differenziata ha altre idee e parla d’altro.

La Cgil pensa che questo sia l’inizio di una battaglia per arrivare a ulteriori strumenti come la proposta di iniziative di legge e manifestazioni al nord per far cambiare idea a questo governo che punta un domani anche a procedere per la modifica a Stato presidenziale?

È sicuramente l’inizio di una battaglia che deve vedere la partecipazione di tutti senza esitazioni senza sottovalutazioni e con il massimo impegno tra i lavoratori. Ulteriori iniziative sono ancora da valutare.

Sente che esiste fra i lavoratori la consapevolezza dell’importanza di questo momento storico?

Ho la sensazione che ancora non ci sia tale consapevolezza. Per questo motivo continueranno le assemblee nei posti di lavoro per rappresentare le motivazioni della nostra avversione nei confronti di una proposta che ripeto ci potrebbe fare solo del male e se passasse, potrebbe rinvigorire l’attività di questo governo che vuole snaturare la nostra Costituzione nata dalla lotta partigiana della Resistenza.

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