Lo stato del Teatro comunale: emblema di pressappochismo culturale della città

Il Teatro comunale di Siracusa sembra essere condannato ad un destino infelice: di più, ad una prospettiva dal futuro incerto. Lo storico edificio ha assistito a diverse “inaugurazioni” che rinviano a carsici momenti lungo i quali si sono succeduti più Sindaci: da Titti Bufardeci, che avviò i lavori grazie a consistenti finanziamenti regionali, poi con Roberto Visentin, per finire con la sindacatura Garozzo, che si insediava nel 2013 – con alle spalle circa 12-14 milioni di euro, già spesi per il restauro –, annunciando in pompa magna il rilancio del Teatro. Sembrava così che il “vecchio” Teatro della città potesse rinascere a nuova vita.

Lo scorso 17 dicembre, su un organo di stampa web, l’ingegnere Natale Borgione, già dirigente del Comune di Siracusa, ha rilasciato un’intervista in cui ha dichiarato che: «… durante la sindacatura Garozzo, riaperto il teatro, furono effettuati dei sopralluoghi necessari per il certificato di agibilità. Ci si accorse che l’impianto di nebulizzazione, chiamato impianto splinker, aveva delle grosse pecche in quanto i materiali utilizzati non erano idonei e presentavano fenomeni di corrosione che, abbinati al sistema di pompaggio anch’esso vetusto, comprometteva l’efficienza dello stesso». E poi, ancora, sempre Borgione, proseguendo nell’intervista: «Peraltro, qualche tempo dopo, già sotto la sindacatura Italia, è emerso un problema importante: un guasto al sistema voce per mancanza di manutenzione. Una criticità non da poco che mi portò a firmare una nuova dichiarazione di inagibilità del teatro comunale». Punto e accapo!

Insomma, lungo questo decennio, il Teatroè sotto gli occhi di tutti – ha vissuto una vita magra, con un esordio viziato da polemiche inutili. Infatti, da poco insediatosi Garozzo, sul finire del 2018 dopo alcuni giorni di permanenza degli stilisti Dolce&Gabbana che tra Siracusa e Noto promuovevano il loro Marchio con indossatori ed indossatrici, il Teatro veniva loro concesso per una festa privata, dietro il dono all’Amministrazione di tre lampadari di Murano per l’arredo e un contributo di 20 mila euro, per la serata: una cifra congrua, pari a circa 50 mila euro. Un’occasione proficua, in cui il mix “pubblico-privato” si traduceva in un introito per il Comune e un arredo per il Teatro. Questo “Evento” – pur privato, ma tradottosi per il Comune con una piccola dotazione finanziaria e una miglioria estetica per la struttura –, anziché essere un auspicio di effettivo e stabile rilancio del Teatro dopo lunghi decenni di chiusura, in realtà avrebbe ben presto messo tutta la città di fronte ad una dura e ricorrente realtà: i milioni di euro concessi dalla Regione per il progetto di restauro e di adeguamento complessivo non avevano risolto il nodo di alcune importanti misure di “sicurezza” e funzionalità, così come previste dalle normative nazionali. Punto e a capo!

Infatti, in questo decennio, il Teatro non ha visto un uso pieno, tale da ridare prestigio alla storia passata e svolgere ogni potenzialità culturale. Di volta in volta, la Commissione di vigilanza ha concesso di svolgere iniziative culturali dietro il rispetto di limiti e indicazioni precise – numero di posti; giorni di utilizzazione; ecc. Qualche isolata iniziativa, promossa dai Licei, qualche conferenza, brevi cicli di spettacoli, il riconoscimento al regista Peter Stein; il concerto di Mario Incudine, e poco altro. Da circa 10 anni – pur col Teatro (semi)riaperto – siamo di fronte ad una “precarietà” che costituisce lo stigma della nostra città: l’emblema di improvvisazione, di “cose fatte a metà”, di “eterne incompiute” che danno un’immagine approssimativa di una città che, da una parte – e in questi 3-4 anni in modo ancora più accentuato – è stata sotto i riflettori di stampa internazionale e servizi TV, italiane ed estere –, ha visto crescere la propria fascinazione per il proprio “portante passato” storico-culturale, collocandosi nei primi posti relativi alla “media” delle città italiane più frequentate e richieste dal turismo italiano ed estero. Dall’altra, Siracusa continua a presentare una condizione di precarietà, improvvisazione e di corto respiro in termini di “qualità sistemica” dei servizi urbani e del miglioramento generale di un’azione strategica da parte delle due Amministrazioni comunali che sin qui hanno retto la città.

Pur in questo quadro di incertezze e occasionalità, a gennaio 2021 giungeva notizia che nel frattempo l’Amministrazione Comunale aveva dato vita ad un Bando pubblico per la gestione del Teatro. E a vincere tale assegnazione era stata – se non andiamo errati – l’unica società che aveva partecipato alla gara: un gruppo teatrale di Catania (Giorgia e Ignazio Torrisi), sì che nel settembre del 2021 veniva dato l’annuncio dell’avvenuto passaggio formale della struttura teatrale al vincitore del bando. E tuttavia, vista la permanenza dello stato di chiusura del Teatro comunale sino ad oggi, ci si chiede: a distanza di più di un anno, a che punto siamo? Forse l’Impresa teatrale vincitrice non ha potuto avviare alcuna stagione ufficiale, per gli impedimenti relativi alle norme di sicurezza? È possibile che il mondo culturale della città sia lasciato in uno stato di approssimazione, di fronte al “non detto” o al “non fatto”? Qual è il destino del Teatro storico della città? Vi è il rischio che questa legislatura si chiuda col Teatro utilizzabile in modo episodico e povero?

Chiusa la stagione primaverile-estiva, animata dalle Rappresentazioni classiche dell’Inda, dall’«Ortigia Film festival» e da tante iniziative culturali – frutto di “ideazione autonoma” e di competenze che non afferiscono al ruolo di stimolo e promozione dell’Assessorato alla Cultura –, la vicenda del Teatro comunale sembra costituire il rovescio della medaglia del giudizio critico verso la “politica culturale” dell’Istituzione di governo della città, mentre ci si avvicina alla fase finale della legislatura. Dopo aver costruito con molta enfasi e un sovraccarico di “narrazione retorica” la fase post-Bando “Siracusa Capitale Italiana della Cultura 2024”, già questa stagione invernale sembra approssimarsi al suo declinante grigiore (e così temiamo per i primi mesi del 2023), mentre ciò che a noi sembra stagliarsi (tra “l’acqua e la luce”) sembra essere solo un quadro di solitudine ideativa dell’Assessorato alla cultura – molto modesta, unidirezionale, avulsa da una reale volontà di ricercare uno stabile legame col corpo culturale della città. A dirla tutta, nonostante l’enfasi degli “Stati generali della cultura”, la legislatura sembra chiudersi con la solita solfa: “occasionalismo”, improvvisazione culturale, retorica e assenza di un chiaro disegno strategico, dal momento che non si è saputa affermare una “logica di sistema strutturato”, capace di coinvolgere davvero con apertura e riconoscimento il “corpo ideativo e culturale della città”, il suo tessuto di associazionismo, di librerie, di operatori, di docenti, di intellettuali. Tema, questo, che potrà e dovrà ripartire solo con la prossima legislatura.

 

 

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