Giovedì 17 novembre 2022 in Live streaming oltre 50 mila tra studenti, insegnanti e dirigenti scolastici, compresi i giovani del liceo O.M. Corbino di Siracusa, hanno seguito l’incontro organizzato da Unisona con Pietro Grasso, giudice a latere del maxiprocesso a Cosa nostra, procuratore capo di Palermo, procuratore nazionale antimafia, Presidente del Senato e Senatore. Una partecipazione sentita, come dimostrano le oltre 2.500 domande inviate da 482 scuole di 244 città di 20 regioni.
Il magistrato si è confrontato con gli studenti sui molteplici aspetti del fenomeno mafioso, forte della sua lunga esperienza di lotta alla criminalità organizzata maturata al fianco dei giudici Falcone e Borsellino.
Unisona ci aveva già abituato a confronti importanti, ma quest’anno il protagonista indiscusso è stato Grasso: avvincente, coinvolgente, l’ex magistrato ha spiegato ai giovani cos’è la mafia, cosa è stata, come si è battuto, cosa sono stati il Pool Antimafia e il maxiprocesso, e cosa oggi i giovani possono fare per combattere questo fenomeno. Per i “grandi” è stato un tuffo nel passato, una ferita mai chiusa, un momento di ricordo. Per non dimenticare. Per i giovani riscoprire Uomini che hanno creduto nel loro dovere fino in fondo: non erano personaggi di fumetti o di serie tv, ma magistrati coraggiosi che hanno adempiuto al loro ruolo pur sapendo di essere in prima fila anche nel rischio. Falcone, Borsellino, Libero Grassi, don Pino Puglisi (solo per citarne alcuni) sono apparsi vicini, umani, con le loro scelte, con la loro correttezza morale, con la loro schiena dritta, anche con le loro battute scherzose.
Pietro Grasso ha strappato un sorriso ad un uditorio attento quando ha raccontato che le chiavi della cassaforte dei documenti nell’aula bunker le teneva Borsellino e che Falcone lo prendeva in giro dicendo che se fosse accaduto qualcosa sarebbe stato un problema aprire quella cassaforte. Ma Borsellino rispondeva che lui nel team era il numero 2, dopo il suo amico Falcone quindi, e ha ricordato la funzione che hanno ricoperto i collaboratori di giustizia come Tommaso Buscetta, i 475 imputati alla sbarra e i 35 giorni in camera di consiglio per decidere 19 ergastoli e 2665 anni di carcere complessivi per tutti i mafiosi condannati; la certezza di aver potuto dimostrare, finalmente, l’esistenza della mafia.
Ma Pietro Grasso ha racconta anche se stesso: particolari della sua vita, della sua umanità, dei suoi sogni e delle sue speranze. Dall’idea di diventare magistrato dopo aver visto in una foto un pubblico ministero che dirigeva e coordinava le indagini sulla scena di un crimine di mafia; di come tutti, anche se hanno commesso un reato, possano redimersi, ma di come sia necessario, oltre al pentimento e alla collaborazione, l’interruzione di collegamenti con l’associazione criminale. Di come la criminalità non dia nulla gratis ma chieda sempre in cambio qualcosa come quel giovane senza lavoro al quale un boss ha trovato impiego ma che poi ha voluto in cambio i documenti d’identità del giovane con i quali ha potuto continuare le sue azioni criminali. La minaccia di sequestro del figlio, la citofonata anonima, la scelta della famiglia di non cedere dinanzi alla paura sapendo di non poter condannare un adolescente a vivere con la scorta o con una tensione continua e costante nella propria vita; l’accendino, custodito gelosamente, che Falcone gli aveva dato impegnandosi a smettere di fumare: e accenderlo davanti ai ragazzi è stato un atto simbolico.
Il magistrato ha saputo coinvolgere i tanti che lo ascoltavano puntando l’attenzione sulla propria umanità: di chi ha combattuto in trincea, per la legalità, evitando di creare immagini sfuocate, lontane, ripercorrendo vicende certamente dolorose ma che vanno ricordate per quel ‘dovere della memoria’ che è linfa vitale per l’impegno della giustizia e di tanti uomini e donne.
Durante l’incontro sono stati mostrati alcuni risultati di un sondaggio tra i giovani: il 48% dei ragazzi crede che un concorso si vinca con le proprie forze, senza raccomandazione; che di mafia bisogna parlare e che è un fenomeno pericoloso che va affrontato. Dati che fanno sperare perché l’esercizio della memoria e la correttezza morale camminino assieme.
Anche da Raphael Rossi è venuto un importante contributo: da amministratore pubblico di aziende del settore rifiuti ha contrastato sprechi ed illegittimità e da vicepresidente di un’azienda pubblica di Torino, dopo che il presidente gli aveva offerto una ricca tangente, ha denunciato tutto alla Procura della Repubblica e da qui la condanna dei responsabili dei reati dopo una lunga inchiesta.
L’attore Salvo Ficarra, richiamando il film “L’ora legale”, ha spiegato che la mafia, e la criminalità in genere, non si combattono solo con le leggi ma modificando il modo d’essere, di pensare, perché non si viva con sofferenza e fastidio l’applicazione delle stesse leggi, come a volte accade. Lui c’era in quel 1992 e non lo ha dimenticato. Palermo blindata. Il dolore, la sofferenza e il tentativo di riscatto di una città che non si è voluta arrendere per quella speranza nel cambiamento tutta nella fiamma dell’accendino di Falcone.

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