Un tema molto evocato nel dibattito seguito alla sconfitta del PD alle elezioni del 25 settembre è quello dell‘identita politica. Per tentare di definirla, bisogna far riferimento alla radice storica del Partito Democratico, alla sua tradizione politica e culturale, alla famiglia politica cui appartiene in Europa. Nello statuto del PD, all’articolo 1, è scritto che “il Partito Democratico aderisce al Partito del Socialismo Europeo (PSE) e all’Alleanza progressista.” I valori fondamentali del PSE, fondato nel 1992, sono la democrazia, la libertà, l’uguaglianza, la pace e la giustizia. Dunque, il campo di appartenenza del PD dovrebbe essere quello socialista e i suoi valori quelli del manifesto del PSE. Ma quanti nel PD riconoscono come propria l’identità socialista? Credo pochi e quei pochi tutt’al più si ritengono genericamente di sinistra, ma non socialisti o socialdemocratici. Perchè? Perchè la genesi del PD è oggettivamente divisiva.
Il Partito Democratico, come è noto, nasce dalla fusione dei DS -eredi del PDS e prima ancora del PCI- e della Margherita, costola della DC. Il PD è dunque figlio di due culture politiche diverse: quella riconducibile ai DS (e ai suoi antenati) e quella riconducibile alla Margherita e per implicazione alla DC. Queste due culture non si sono mai completamente amalgamate e non hanno dato vita ad una nuova cultura politica, diversa da quella dei partiti di provenienza. Dunque, il PD è nato con un’identità politica vaga, non parliamo di quella ideologica. Conseguentemente l’anima centrista del PD non si ritiene di sinistra e quella di sinistra non si ritiene di centro. Un ircocervo, il leggendario animale un po’ capra e un po’ cervo.
L’ assenza di una comune base politica e culturale dei suoi fondatori renderà difficile, secondo me, la collocazione a sinistra del PD e la ridefinizione della sua identità.
Ora, se è comprensibile la riluttanza dell’area centrista del PD a dirsi di sinistra, non lo è per gli eredi dei DS i quali vengono da un lungo cammino, iniziato dal PCI, per approdare nel campo socialista. La svolta avviene al congresso di Firenze del PCI del 1986 con l’approvazione della tesi – fortemente voluta da Giorgio Napolitano, leader di quell’area che sarà chiamata “migliorista”- che colloca il PCI nella Sinistra europea di cui diventa “parte integrante”. Pochi mesi prima del congresso, Alessandro Natta, segretario del PCI, si era incontrato con Willy Brandt, leader della dei socialdemocratici tedeschi, per concordare un programma comune delle sinistre alle elezioni europee.
La scelta del campo socialista da parte del PCI ha segnato una vera e propria rottura della tradizione comunista e ha reso espliciti l’abbandono dell’obiettivo del superamento del capitalismo e la definitiva presa di distanza dal cosiddetto comunismo reale. Fondamentali a tale proposito sono state le coraggiose prese di posizione di Enrico Berlinguer, il quale nel 1976, nella famosa intervista a Giampaolo Pansa del Corriere della Sera, aveva dichiarato di “sentirsi più sicuro nel Patto Atlantico.” L’anno dopo, in occasione del sessantesimo anniversario della Rivoluzione d’Ottobre, nel famoso discorso di Mosca aveva affermato “il valore universale della democrazia.” Poi, nel 1981, in un’ intervista televisiva, la “bomba” “sull’esaurimento della spinta propulsiva delle società comuniste” che non costituivano più un modello per i comunisti italiani. Ma già nel 1946, Palmiro Togliatti, appena rientrato dall’Unione sovietica, dichiarò che “i comunisti italiani non avrebbero fatto come in Russia“.
Per un paradosso della politica, la decisione di far aderire il Partito Democratico al PSE fu presa nel febbraio del 2014 dall’allora segretario Dem, Matteo Renzi, il quale affermò che “l’adesione al Partito socialista europeo è l’approdo naturale del PD.” Approdo naturale.
L’identità politica di un partito di sinistra
Il PD è stato questo? Quando Enrico Letta nella lettera agli iscritti sottolinea come i risultati elettorali abbiano evidenziato “una mancanza molto grave di capacità espansiva nella società italiana ” del PD vuole dire che alcuni ceti sociali fondamentali come quelli delle fabbriche, delle periferie, del precariato non hanno percepito il Partito democratico come il partito che li rappresenta e non l’hanno votato. Un partito di sinistra è tale se sceglie quale parte di società vuole prioritariamente rappresentare e si batte per migliorarne le condizioni.
Spero che il congresso del PD affronti con serietà questi temi, ma non sono ottimista; temo infatti che il correntismo finirà per bloccare il cambiamento e annacquerà, per le ragioni prima esposte, l’identità del “nuovo partito”, che rischia, per effetto della scomposizione e ricomposizione delle correnti, di assomigliare ad un nuovo ircocervo invece che a un PD di sinistra. Naturalmente mi auguro di sbagliarmi e che dal basso avanzi un movimento di rifondazione del PD. Se questo non avverrà, il rischio è quello del lento ma inesorabile declino del nostro partito.

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