Severo giudizio del dottor Domenico Brancatelli sui quesiti referendari sulla giustizia

Il dottor Domenico Brancatelli, già Procuratore Capo in diversi uffici giudiziari, nonché Presidente di Tribunale, è ricordato qui a Siracusa per il tratto gentile e sempre affabile, virtù sempre più rare. A lui abbiamo chiesto di esprimere un parere sui cinque quesiti referendari (promossi da Lega e Radicali) su cui saremmo tutti chiamati a rispondere domenica prossima, 12 giugno. Saremmo perché si tratta di un referendum poco ‘sentito’. Per alcuni inopportuno perché troppo specifico e tale da richiedere una reale conoscenza del sistema giudiziario tout court; per altri una sorta di specchietto per le allodole, un ‘democratico’ appello ai cittadini per nascondere il grave vulnus già inferto al sistema giustizia in questo Paese con la vera riforma, quella Cartabia che di fatto, a nostro avviso, impedirà di veder accertata nelle aule di Tribunale la verità (almeno quella giudiziaria) nei diversi processi. Quella per la quale non si è chiesto nulla ai cittadini azzerando in più la volontà del Parlamento sotto il ricatto del voto di fiducia. La prescrizione dei reati attraverso l’improcedibilità è, insistiamo, una vera vergogna, accettata supinamente da un popolo sempre più inebetito dal nulla del proprio essere.

I cinque quesiti riguardano: misure cautelari, separazione delle funzioni dei magistrati, elezione del Csm, consigli giudiziari, incandidabilità dei politici condannati.

D) E allora dottor Brancatelli, qual è la sua posizione sui quesiti referendari? Partiamo da quelli più irrilevanti a nostro giudizio, quelli che poco hanno a che fare con una vera riforma del Consiglio Superiore della Magistratura che avrebbe richiesto ben altro intervento: il quesito che riguarda le modalità di presentazione delle candidature dei magistrati per l’elezione al CSM e quello che chiama membri laici, gli avvocati, a esprimere un giudizio sulla professionalità dei magistrati

R) Le anticipo che non ho ancora valutato se sia più utile andare al voto, per esprimere il mio sostanziale dissenso rispetto alle proposte abrogative, oppure contribuire a non far raggiungere il quorum del 50% più uno per invalidare il referendum non recandomi al voto. Ma entriamo nel merito.

Sulla valutazione della professionalità dei magistrati, l’attuale sistema prevede che nei Consigli Giudiziari (organi distrettuali composti da magistrati e avvocati) siano solo i magistrati e non anche gli avvocati a valutare la professionalità dei colleghi. Se si vota sì, sarà aperta la strada alle valutazioni professionali dei magistrati da parte degli avvocati. In poche parole la possibile stura a rivalse, piccole vendette e altro nei confronti di magistrati non in linea con i propri desiderata. O, per altro verso, potrebbe essere latente, nel magistrato sottoposto al giudizio del Consiglio Giudiziario, la tentazione di compiacere l’avvocato che ne fa parte, nei relativi provvedimenti e giudizi che lo interessino. Il rischio cioè di una captatio benevolentiae quanto mai deprecabile. Meglio mantenere l’attuale assetto.

Sarei invece d’accordo sulle modifiche per la presentazione delle candidature dei magistrati per l’elezione al CSM. L’abrogazione dell’articolo che impone a chi si candidi per l’elezione al C.S.M di presentare almeno 25 firme di colleghi a sostegno della propria candidatura mi sembra opportuno. Non ha senso tale obbligo che potrebbe frustrare le legittime aspirazioni di ognuno di candidarsi senza ricorrere a un’avvilente questua di firme. È una sciocchezza. Ma questo servirà comunque a far recuperare credibilità a quell’organo, vertice della magistratura?

D) Separazione delle funzioni dei magistrati. Un aspetto tecnico sul quale siamo certi che la maggior parte dei cittadini non saprebbe esprimersi con la necessaria consapevolezza

R) Sono decisamente contrario. Considero un errore il fatto che, una volta entrati in magistratura, si debba fare tout-court, e in maniera irreversibile, la scelta della vita: o scelgo di fare il pm e lo farò per sempre o, scelta la giudicante, sarò giudice per sempre. Io in 46 anni di attività sono stato un pendolare della giustizia: prima pm per 12 anni, poi giudice per altri 20, quindi pm a Modica per altri 6 e infine giudice (presidente di Assise per concludere a Ragusa come presidente di Tribunale) per la conclusione della mia carriera. Le posso garantire che ho svolto entrambe le funzioni arricchendomi sempre di più di esperienze indimenticabili. Fare le due esperienze requirente e giudicante a mio avviso consente di avere una visione binoculare (completa) e non monoculare (parziale) dei fatti, una crescita professionale per me. Da pm criticavo le assoluzioni dei giudici ritenendo che fossero delle forzature salvo poi a ricredermi quando, passato alla giudicante, capivo che per condannare non bastava l’intimo convincimento della colpevolezza ma occorrevano prove corpose. E ritornato a fare il pm espletavo con maggiore attenzione indagini di polizia giudiziaria, forte dei suggerimenti dei colleghi della giudicante. Insomma tout se tient, come dicono i Francesi. Certo, bisogna stabilire determinati paletti. Alcuni pensano che solo la separazione delle carriere possa migliorare il sistema giustizia. Io invece sostengo che, per farlo funzionare al meglio, occorrano ottime persone. Sartre diceva lapidario: “Al fondo di tutte le domande la risposta è sempre la stessa, l’uomo”. Da qui la necessità di una selezione sempre più accurata dei futuri magistrati, esami psicologici, corsi di deontologia e formativi etc. Il resto verrà da sé.

D) Quindi vorrebbe fossero introdotti test psicologici per superare l’esame di magistrato.

R) Sì. Bisogna valutare non solo la conoscenza del diritto ma anche il buon equilibrio psico-attitudinale del candidato. No ai protagonisti, ai frustrati, agli esibizionisti, ai ricercatori di tesi estreme e così via. L’essenza della giustizia è la prevedibilità; facciamo volentieri a meno di coloro che cercano a tutti i costi di “épater le bourgeois” (sbalordire il borghese, ndr). Non rendono un buon servizio alla Giustizia. Altra cosa è l’interpretazione evolutiva delle leggi.

D) Passiamo ai problemi “veri”. L’abolizione del decreto Severino, il sogno dei politici. Ne viene data a mio avviso una motivazione strumentale, per esempio porre fine alla sospensione di sindaci e amministratori locali condannati con sentenza non definitiva, che poi potrebbero essere assolti. Ma questo è solo un aspetto del problema che potrebbe essere emendato. Qui si vuole abrogare tutta la disciplina, che riguarda anche la decadenza e l’incandidabilità dei parlamentari condannati con sentenza definitiva a una pena superiore a due anni di reclusione. Berlusconi ne è l’esempio emblematico.

R) Meglio mantenere l’attuale assetto normativo, Diversamente, anche in questi casi di condanna, dovrebbe essere il giudice di volta in volta a decidere cosa fare con possibile diversità di valutazione e conseguente disparità di trattamento per casi identici. Meglio l’automaticità ope legis della sanzione ex legge Severino e ridurre al massimo la discrezionalità del giudice.

D) Ultimo, e forse più importante, quesito, quello sulle misure cautelari. Si dice che il quesito non intervenga sui possibili abusi della custodia cautelare, bensì che operi “una drastica riduzione del campo di applicazione della custodia cautelare e delle altre misure cautelari, coercitive e interdittive”. Esclusi i delitti di mafia e quelli commessi con l’uso delle armi, non solo non sarebbe più possibile la custodia in carcere e/o gli arresti domiciliari, ma anche, per esempio nel caso del coniuge violento, l’allontanamento dalla casa familiare o, nel caso di atti persecutori, il divieto di avvicinamento e ancora, nel caso sempre più frequente di società finanziarie truffaldine, il divieto temporaneo di esercitare determinate attività imprenditoriali.

R) Una sciocchezza sesquipedale. Va premesso che il codice di procedura penale, perché si possa arrestare qualcuno, richiede: a) la sussistenza di gravi indizi di reità; b) la presenza di almeno una di queste esigenze cautelari (pericolo di fuga, inquinamento di prove e pericolo di reitera di fatti della stessa specie di quelli per cui si procede). Dunque per arrestare il pm deve avere un quadro indiziario forte e inoltre deve valutare se sussiste nella specie una di queste esigenze. I promotori di questo quesito dicono che i pm, facendosi forti e abusando di quest’ultima esigenza hanno arrestato ” ad libitum” molte persone e dunque bisogna eliminare dal cpp il pericolo della reitera di fatti della stessa indole. More solito prendono fischi per fiaschi.

Quello che conta è l’oggettivo pericolo della reitera di fatti delittuosi. Esemplifico: se io, dopo aver commesso un tentato omicidio della mia convivente, vengo trovato in possesso di un biglietto aereo per le Bahamas e con le valigie pronte per partire, posso essere arrestato (pericolo di fuga), ma se mi trovano con un coltellaccio ben affilato in tasca e con la piantina della nuova casa della mia ex (pericolo di reitera), secondo questa cervellotica proposta referendaria, non potrò più esserlo. Qui per i promotori è prevalso il principio di tutelare il singolo a discapito della tutela della collettività. Sciocchezza colossale. I referendum non sono che la consacrazione di quattro sfaccendati che fanno solo perdere tempo ai cittadini e non risolvono i veri problemi della giustizia. Amara e scontata considerazione.

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