“Qui a Siracusa noi facciamo così” – La politica al centro del discorso sociale

Nell’immaginario debole di orgia collettiva la pratica politica è diventata un luogo eccentrico incapace di miscelare caos e ordine, un ambiente maldestro nel creare collante in una composizione prospettica tridimensionale: il passato rimane un remoto luogo sperduto, il presente parla lingue differenti ed il futuro programma pecore elettriche. E, in prospettiva futura, se l’output delle intelligenze artificiali continua a dipendere dalle impostazioni dei loro algoritmi per mano dell’uomo non siamo messi benissimo.

Nello stesso immaginario, la versione semplificata che viene data al nobile termine Politica rispecchia un contagio di idee in negativo, un gioco dei quattro cantoni dove però il quinto giocatore non vuole occupare uno dei posti rimasti liberi durante lo scambio ma tiene salda la posizione centrale e veste gli abiti del tribuno. Il suo orgoglio è ostentato nelle piazze virtuali, nei palinsesti e penetra nei vicoli del reale come un telefono senza fili, costruendo una realtà artefatta. Dinnanzi a questa inquietante staticità che ha il preciso scopo di smantellare la società, di destrutturare la vita collettiva, la Politica continua il suo movimento: crea attivismo, propone alternative eque e democratiche nella scelta corale e diventa istituzione riconosciuta. Ma qualunque relazione complicata con l’istituzione politica va condotta dentro quella struttura: l’informazione e la cultura sociale devono utilizzare quella piattaforma di confronto democratico che dà voce al polo opposto nella stessa misura in cui gli invisibili chiedono ascolto. Il significato dell’agire politico è racchiuso nel contagio di idee che nella diversità creano uguaglianza.

La litania nel sentire dire che i partiti politici sono implosi è un racconto ipocrita e populista, lo stesso della famiglia tradizionale che sottolinea il collasso dell’istituzione scolastica solo quando nella caccia alle streghe si prospetta una dirigente scolastica. Non riconoscere l’importanza istituzionale della Politica vuol dire disconoscere un Diritto e rinunciare all’elettorato attivo e passivo. Il rapporto con la pratica politica è fulcro della società perché esprime doppia militanza: credere fortemente nei propri ideali ed essere coerenti nel trovare il giusto canale per dargli voce è un’opportunità di crescita sociale, individuale e collettiva, che non va sprecata. Ma è nel caos voluto dal tribuno che questi semplici concetti vengono gambizzati, lui cerca liquidità (in tutti i sensi, perché spesso è prezzolato). Ma come può esserci liquidità su alcuni caratteri essenziali che riguardano il rispetto umano e i diritti sociali delimitando gli unici confini degni di esistere?

Il voler creare una società che mette tutti i suoi membri in una situazione di parità appartiene nei fatti politici ad una chiara partecipazione politica. Non c’è interscambio sui diritti, non esiste liquidità di passaggio da una parte all’altra. La sicumera che appartiene ad una determinata classe politica è caduta nell’oblio, è implosa: in tempi reali di guerra le ruspe da guerra sono giocattoli Lego, in tempi di diritti violati il retaggio anti europeista, l’omofobia, il razzismo e la dissacrante sacra trinità del fondamentalismo religioso di Dio, Patria e Famiglia tradizionale sono stati cancellati con un colpo di spugna dalle parole del patriarca di Mosca, Kirill.

La Politica, quella importante per la collettività, quella vitale che vuole fregiarsi di civiltà, è tornata al centro del discorso sociale più forte che mai, è diventata strumento aggregante fuori e dentro i nostri confini. È antidoto contro i lupi travestiti da agnelli. E ogni tribuno infestante sappia che “qui a Siracusa noi facciamo così”.

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