Decennale della scomparsa di Vincenzo Consolo. Nostro ricordo del grande scrittore siciliano che fu anche presidente della giuria del Premio Elio Vittorini di Siracusa per molte edizioni

Il 21 gennaio 2012 moriva a Milano Vincenzo Consolo, scrittore e giornalista nato nel 1933 a Sant’Agata di Militello, in provincia di Messina. Aveva esordito nel 1963 con “La ferita dell’aprile” e proseguito l’attività letteraria con romanzi, racconti e saggi, alcuni dei quali premiati con riconoscimenti di prestigio quali il premio Pirandello per “Lunaria”, il Grinzane Cavour per “Retablo”, il Brancati per “Lo Spasimo di Palermo”, il premio Strega per “Nottetempo, casa per casa”. Per il critico letterario Giulio Ferroni (in un recente articolo per il settimanale L’Espresso) “Vincenzo Consolo resta lo scrittore che della Sicilia più intensamente di tutti ne ha raccontato mistero, fascino, violenza”.

Dal 1999 al 2008 Consolo fu il presidente della commissione giudicatrice del premio intitolato alla memoria dello scrittore Elio Vittorini, e nel corso di quegli anni lo intervistai alcune volte sia per la rivista della Provincia di Siracusa che per una pubblicazione di Slow Food Editore. Quelle che seguono sono le parti di quelle interviste che ho riportato nel libro “Parole dal Premio Vittorini” pubblicato qualche mese fa.

Da presidente della commissione giudicatrice del ‘Vittorini’, è pienamente soddisfatto di quest’esperienza o c’è qualcosa nella formula del premio che cambierebbe?

Quasi tutti i premi letterari si svolgono ormai con due giurie, quella tecnica e quella popolare. Io ho fatto parte del Premio Grinzane Cavour che ha lo stesso schema, sebbene la cosiddetta giuria popolare in quel caso è composta esclusivamente da studenti di licei di tutto il mondo. A Siracusa è la giuria dei lettori che, fra i tre vincitori selezionati dalla giuria tecnica, sceglie a chi attribuire quello che è chiamato super premio. Oggi tutto è super.

Come commissione giudicatrice, nel nome di Elio Vittorini cerchiamo di seguire quelli che sono stati i suoi criteri di letteratura. Lui, oltre che un grande scrittore, è stato un grande intellettuale, un maitre à penser come dicono i francesi. Nella storia letteraria moderna, un uomo forse unico riguardo alla straordinaria generosità. Nel senso che cercava costantemente nuove voci e tutta la sua attività editoriale, le sue riviste, le sue antologie erano all’insegna della ricerca degli altri, pur sacrificando la propria attività letteraria. Vittorini ha avuto anche lunghi silenzi e, per tutto ciò che ha fatto, avrebbe potuto scrivere tantissimo. Noi, in questo premio, vogliamo quindi attenerci a quella che è l’idea di letteratura di Vittorini, una letteratura civile che non sia referenziale, che non agiti problemi di ordine intimistico. Insomma una letteratura che abbia uno sguardo sulla società, sulla storia, sul nostro tempo, che affronti temi che ci coinvolgono tutti.

Nell’Italia di oggi ha senso parlare di letteratura quale espressione d’identità nazionale?

Per fortuna il concetto di letteratura nazionale ormai si è allargato anche sotto l’aspetto linguistico. Quest’anno abbiamo premiato una signora iraniana, Amineh Pakravan, stabilitasi in Italia e che scrive in italiano pur avendo una matrice linguistica assolutamente diversa dalla nostra. Inoltre, l’interessante libro  vincitore del riconoscimento dato all’opera prima è di una ragazza albanese, Ornela Vorpsi  che, pure lei, ha scritto in italiano. È la prima volta che in Italia capita di premiare due emigranti linguistici, mentre sono esperienze diciamo abituali in Francia e in Inghilterra dove c’è stata un’immigrazione molto più antica di quella nostra. È un fatto importante che persone arrivate da altri  contesti, da altre culture e da altre memorie comincino a scrivere nella nostra lingua, perché credo possano arricchirla, così come la nostra letteratura. I meticciati, dal punto di vista umano e da quello sociologico, hanno portato sempre progresso, arricchimento reciproco, scambio di culture e quindi sono orizzonti nuovi che si aprono.

Tra i libri premiati nelle varie edizioni del premio Vittorini, ce n’è qualcuno che ricorda con particolare interesse?

Sono tanti, ma quello che voglio sottolineare è che oggi il nostro lavoro di membri della giuria è ancora più arduo perché l’industria editoriale tende sempre di più ai libri di grande consumo, ai famosi best seller, che molto spesso fanno da barriera a quelli che sono i veri libri di letteratura. Molti best seller sono libri d’intrattenimento, di consumo, veicolati dalla televisione che è il nostro grande mostro contemporaneo. Non credo che la letteratura debba avere la funzione di intrattenere, di lasciare alla fine tutto come prima e in qualche modo consolare. La vera letteratura deve inquietare, deve suscitare pensieri e sentimenti. Questa è la letteratura che ci hanno insegnato i grandi scrittori a partire da Cervantes.

Nei suoi romanzi è ricorrente l’attenzione a certe consuetudini alimentari siciliane, a cibi di ascendenza araba, specialmente dolciumi, a bevande aromatizzate; soprattutto a pietanze e pratiche culinarie tipiche della tradizione agropastorale. Tra esse ci sono conoscenze dirette, ricordi di esperienze vissute in prima persona?

Avendo soggiornato sui Nebrodi, in particolare nel periodo della guerra, ho potuto vivere quel mondo ancora arcaico e millenario che era il mondo contadino e pastorale, rimasto impresso nella mia memoria. Ma vorrei dire qualcosa sull’importanza del mangiare in Sicilia, che solo in parte si spiega con l’atavica paura della fame nel popolo. In questa ritualità nel nutrirsi credo ci anche l’esigenza di sedare, col cibo, l’ansia esistenziale. Noi siciliani siamo in massima parte degli ansiosi perché la nostra è un’isola la cui identità, nei secoli, è stata costantemente minacciata. Direi che c’è quasi una memoria genetica delle insicurezze del nostro essere, del nostro esistere, della perdita della nostra identità, che Pirandello ha espresso nel modo più altro e più completo.

La Sicilia, non solo per vastità e diversità territoriali, evidenza da una zona all’altra differenze gastronomiche a volte significative. Quali sono i suoi cibi, i suoi piatti della memoria?

Nella mia zona, che è ancora un po’ bizantina e contadina, c’è sempre stato un cibo molto soave. Una cucina a base di verdure e, per chi stava a mare, il pesce preparato nel modo più semplice. Amo molto la cicoria e il pesce, in particolare quello azzurro. La cicoria bollita, le sarde e le acciughe cucinate alla griglia e accompagnate col salmoriglio fino a oggi sono i cibi che gusto con più piacere. Ho scoperto un’altra cucina siciliana quando andai a trovare per la prima volta Leonardo Sciascia a Racalmuto, che è in provincia di Caltanissetta. Là il cibo, così come il dialetto, cambiava totalmente. Fu la scoperta di una cucina molto più pesante, molto più speziata e ricca di sapori che, al contempo, era pure un altro modo di essere siciliani, completamente diverso da quello dei Nebrodi.

Mi piace ricordare la definizione di ‘cucina materna’ che lei ha dato della cucina di strada palermitana…

Per me Palermo è sempre stata una città in cui è molto forte la presenza della Madre Mediterranea. È vero, ciò l’ho riscontrato anche nella tradizione dei cibi cucinati per strada, tipo pane e panelle, pane con la mèusa, stigghiòle, che mi sembra un po’ il prolungamento dell’interno familiare, della presenza protettiva della madre che nutre i figli. È un’abitudine, almeno con tali dimensioni, prettamente palermitana, diffusa maggiormente nei quartieri popolari, nei vecchi mercati di derivazione araba come la Vuccirìa e Ballarò.

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