Dopo un lungo periodo d’assenza delle grandi manifestazioni, le maggiori organizzazioni sindacali Cgil e Uil, esclusa la Cisl, hanno indetto uno sciopero nazionale generale il 16 dicembre 2021. Ma dopo cosa è avvenuto? Lo chiediamo al segretario provinciale della Cgil Roberto Alosi.
Ancora non ci sono grandi risultati, questo governo continua a non ascoltarci né convocarci. Noi abbiamo la pretesa d’essere sentiti in fase preventiva su questioni sulle quali aprire un confronto quali pensioni, povertà, fisco e precarietà. Sono temi cruciali per colmare le differenze fra un ricco nord e un sud sempre più povero. Non farlo è un errore. Se non si faranno passi avanti, siamo decisi ad attuare azioni su temi specifici locali che riteniamo importanti.
Quali?
Qui da noi riguardano la problematica industriale e la sanità. La CGIL è un sindacato di programma votato all’ascolto, ma se giungiamo a certi livelli di non risposte possiamo utilizzare la protesta come strumento per stringere il nostro interlocutore a darle.
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Eppure dallo sciopero la Cisl che si è smarcata e. . .
È importante la riunificazione del fronte sindacale. La divisione non è mai servita a nessuno, figuriamoci adesso. È un male per tutti: sindacato e lavoratori. Ci vuole soprattutto unità.
Apertamente, al presidente Musumeci, la confindustria ha chiesto di battere cassa al governo per progetti proveniente dal Pnrr richiesti dalle multinazionali della raffinazione che, possiamo evidenziare, ricattano la politica locale e regionale sull’occupazione per loro specifici interessi. In primo piano c’è la Lukoil che ha avuto però da Roma una risposta negativa alle sue richieste non in linea con il Pnrr.
Con la conversione energetica la raffinazione affronta un tema complicato perché deve cambiare la sua strategia industriale, produrre altri prodotti. Che si costituisca un tavolo prima possibile, questo è il nostro appello. Vediamo lo sviluppo industriale della realtà e sappiamo che dovrà cambiare poi troviamo l’incapacità dei sindaci e dell’amministrazione regionale, dovrebbero mettersi insieme come interessi e sensibilità per il territorio.
Allora cosa fare?
Bisognerebbe accompagnare le imprese verso la conversione per una diminuzione graduale dell’impatto ambientale. Quindi costruire un cronoprogramma su tempi lunghi per riconvertire le raffinerie. Oltre ai tempi lunghi occorrono grandi investimenti. Per questo c’è bisogno di una convergenza fra governo nazionale e regionale perché vogliamo che le imprese rimangano qui. Pensiamo che si possa attingere ad altri fondi europei, non guardare a quelli del Pnrr. È un errore che stanno facendo i grandi gruppi industriali. Bisogna costruire una coscienza politica industriale che non c’è su questo territorio e costruire un’importante cabina di regia. Certo ora in campagna elettorale diventa più difficile. Il governo regionale deve cercare d’ottenere l’attenzione del governo nazionale, giungere a battere i pugni sul tavolo e non come ha fatto finora lavarsi la coscienza aprendo lo stato di crisi complessa. La giunta regionale già ha sbagliato facendo fallire la localizzazione dell’Intel che doveva essere costruita nella zona industriale di Catania e che invece è stata trasferita a Mirafiori, lontana dal Mezzogiorno. Un presidente capace deve far valere la Sicilia che non è una piccola regione, mentre osserviamo in altre regioni il fare squadra tra tutti i partiti con il proprio presidente perché si faccia sentire a Roma. Qui ognuno cura il suo orticello fra politici, piccoli imprenditori locali, ecc. ma è una politica pericolosa, in questo modo rischiamo di crollare tutti.
Perché la firma sulla crisi complessa?
Sappiamo che non c’è mai stato nessun risultato positivo nell’apertura di queste crisi, ma se noi abbiamo firmato, con tutti i numerosi dubbi, era perché nelle nostre intenzioni volevamo aprire una porta per avvicinare la problematica del polo al governo con un tavolo di dibattito a livello ministeriale.
Cosa pensa della vivibilità a Siracusa?
La qualità della vita va sempre più a scemare, bisognerebbe mettere assieme tutte le risorse umane, fare progetti per una maggiore qualità.
E su un tema di primissimo piano quale quello della sicurezza sanitaria?
Oggi, alcune questioni da discutere, in fase Covid, ci sono interdette. La sicurezza sanitaria in questo territorio è a rischio con l’aumento della pandemia e c’è una chiusura totale al confronto da parte delle istituzioni territoriali. Possiamo dire che il Covid ha messo a nudo gli enormi errori di prima come la mancanza d’investimenti, la privatizzazione ecc. Oggi occorre immediatamente utilizzare le risorse che ci sono nel Pnrr per potenziare il sistema. Ma occorre essere liberi da pressione mafiose e massoniche finora presenti che l’hanno fatta da padroni. Diventa davvero importante riportare al centro il diritto alla sanità per le esigenze di tutti.
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C’è in atto fra i partiti la discussione sul salario minimo, cosa ne pensa la CGIL siracusana?
È un problema enorme quello salariale. Da noi più che in altre parti del Paese esistono forti differenze di salario proprio per la differente realtà socioeconomica e culturale. Essa ha assunto proporzioni gigantesche. Troviamo persone che lavorano e sono povere; è il famoso lavoro povero, si lavora ma non si hanno le condizioni di vivere dignitosamente. Aprire una vertenza a 360° è una delle preoccupazioni che stiamo affrontando. Il salario è fronte di contrattazione sindacale, ma avere uno zoccolo duro come quello del salario minimo sarebbe un livello da cui partire. Vogliamo un salario che provenga da un contratto dei maggiori sindacati, non quelli costruiti appositamente dagli industriali con appalti al massimo ribasso e poca sicurezza. Troviamo in quei contratti la paga oraria al di sotto anche delle tabelle ministeriali.
Pochi mesi fa c’è stata la società di consulenza industriale (Izi spa) che ha girato la zona industriale interloquendo con i vari soggetti alla fine ha stilato un dossier sul polo. Cosa vi ha riportato?
Hanno fatto una fotografia del sistema industriale e alla fine hanno restituito le disponibilità che le grandi aziende vogliono mettere in campo per futuri investimenti. Ci è stato detto che le multinazionali sono disponibili nel mettere 3 miliardi complessivamente. Solo la Lukoil è disposta per 1,8 miliardi e noi ci diciamo: se abbiamo un’area industriale in cui i grandi soggetti dichiarano uno stato di crisi, ma poi presentano una disponibilità finanziaria di 3 miliardi cosa sta a significare?
Ma la Lukoil vuole investire in idrogeno blu, impianto di metanolo e altro, tutto non compatibile con il Pnrr.
È vero, ma per noi esprime la volontà di rimanere su questo territorio è investire. Allora perché non chiedere investimenti attraverso diversi canali rispetto a quelli del Pnrr? Voi mettete la vostra parte, la regione un’altra e il governo un’altra, arrivando così a investimenti consistenti per la zona industriale che ne ha davvero bisogno.

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