In attesa della revisione/riforma del reddito di cittadinanza di cui il governo discute in questi giorni, può essere utile aggiornare i nostri dati provinciali che circa un anno fa avevamo fornito https://www.lacivettapress.it/2020/03/04/comune-e-reddito-di-cittadinanza-servono-i-puc/
https://www.lacivettapress.it/2020/09/30/reddito-di-cittadinanza-opportunita-e-o-umiliazione/
Partiamo da un report sui navigator, figura molto discussa, spesso indicati come gli unici veri beneficiari del reddito di cittadinanza. Precari dall’estate 2019, con contratti di collaborazione che via via vengono rinnovati: l’ultimo è stato prorogato fino alla fine di quest’anno. Cosa accadrà dopo non si sa ancora ma ovviamente la loro speranza è di ottenere un posto fisso negli stessi centri per l’impiego, questi sì davvero da riformare semmai seguendo il modello tedesco.
I navigator, forse invidiati per una retribuzione che si aggira intorno ai 1700/1880 euro netti al mese ma che non prevede tfr e tredicesima, e che garantiscono una reperibilità pressoché 24 ore su 24, sono circa 2.500 in Italia (dai 3000 di partenza e dai 6000 previsti e necessari), 31 nella nostra provincia, 14 quelli che operano nel distretto con capofila Siracusa, età media sui 35 anni, laureati in giurisprudenza, economia, psicologia.
“Siamo stati utilizzati per colmare le lacune di un sistema che fa acqua da tutte le parti, come tuttologi mentre si sarebbe potuto utilizzare meglio, in maniera più organizzata, le nostre individuali competenze. Gran parte della nostra attività burocratico-amministrativa di controllo di documenti, spesso scaduti o con problemi di autenticazione, avrebbe dovuto essere svolta da altri uffici e noi, invece, essere utilizzati proprio nelle politiche di accompagnamento al lavoro, aiutare i sottoscrittori dei patti per il lavoro a concordare obiettivi, supportarli. Invece ci siamo dedicati al lavoro di scrematura degli elenchi inviatici dall’Inps” ci dice una delle nostre fonti che preferiscono restare anonime. “Le procedure del sistema sono molto farraginose, e hanno tempi lunghissimi sia, come detto, nella verifica dei documenti sia, per esempio, nella necessità di valutare anche la durata di un progetto: se, mettiamo, prevede tre mesi per la sua attuazione, è la stessa norma a prevedere che non si coinvolgano chi usufruirà del reddito ancora solo per due mesi perché poi non avrebbe più alcun obbligo di rispettare il patto. Inoltre la pandemia ha di certo aggravato la situazione; il lockdown ha reso difficile l’accesso agli uffici pubblici, e noi già avevamo iniziato con un gap di ritardo di sei mesi, a ottobre, rispetto a quando si è iniziato a elargire il reddito nell’aprile 2019. Tuttavia, entro Natale, operavamo a pieno ritmo, quasi come una catena di montaggio: 100 audizioni al giorno, tempi di colloquio abbastanza brevi, pur con gli inevitabili ostacoli. Per esempio il sistema informatico che almeno una volta ogni 15 giorni andava in tilt e quindi si dovevano rinviare gli appuntamenti già presi. Quest’anno, fino ad agosto, abbiamo trattato circa mille pratiche al mese, da settembre una quarantina che per 14 navigator fanno circa 600 al mese”.
Veniamo quindi ai dati che possono avere un valore esemplificativo della situazione generale e che fanno riferimento solo al “distretto” di Siracusa (definiremo così il bacino di competenza dei comuni) che, come si è detto e come accaduto altrove, ha dovuto fare i conti con la pandemia che ha di molto rallentato le attività del Cpi. Primo ostacolo, i colloqui che da diretti sono diventati telefonici – “Da marzo 2020 ho potuto incontrare fisicamente solo un terzo dei miei assistiti. Il resto è stato “intervistato” telefonicamente”, in un rapporto di certo meno proficuo rispetto alle belle esperienze raccolte in “Navigator (a vista) Storia e storie del reddito di cittadinanza” edito da Mimesis, con l’introduzione del sociologo De Masi.
Ogni navigator ha avuto in carico 300 percettori di reddito. Di questi circa 100 a testa, quindi un totale di 1.400 percettori, sono stati avviati a un percorso di formazione (scuola, tirocinio, centro provinciale per l’istruzione degli adulti), il 70%, o ri-ocupati, il 30%. E va detto a questo proposito che costituisce un obiettivo raggiunto quello di aver reinserito alcuni nel sistema formativo “perché è la formazione che ci chiede il mercato, il vero problema, sebbene non si possa dire che a questo aspetto sia stato dato il giusto peso”.
In realtà, infatti, per valutare correttamente gli esiti delle cosiddette politiche attive, del reinserimento nel mondo del lavoro o della formazione, alcuni fattori andrebbero sempre evidenziati.
“In merito al numero di chi si riesce a reinserire nel mondo del lavoro, nel caso del bacino di Siracusa sono stati alla fine circa 420 di cui pochissimi, meno del 10%, per 12 mesi eventualmente prorogati, va segnalata la difficoltà di un mercato fermo dove impera il fenomeno del working poor, il «lavoro povero» a meno di 9 euro l’ora, con contratti a tre mesi, gli stagionali quindi, e di chi è davvero nelle condizioni di poter firmare il patto del lavoro”.
La reale criticità delle politiche attive del lavoro è infatti nello status, in senso lato, dei percettori del reddito. Alcuni numeri possono chiarire le criticità e insieme costituiscono la più semplice risposta a chi, sotto questo profilo, critica questa contestata misura di sostegno che però, per riconoscimento di tutti, in questi due anni di pandemia ha senza alcun dubbio avuto un effetto efficacissimo di ammortizzatore sociale, impedendo che 1 milione e 600 mila nuclei familiari, per circa 3,8 milioni percettori, sprofondasse nella più intollerabile povertà grazie a un importo medio calcolato intorno ai 580 euro mensili.
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Per il distretto di Siracusa, in 18 mesi, sono state portate a termine 5590 pratiche, relative ai nuclei familiari indicati al centro per l’impiego dall’Inps (altrettanti probabilmente sono stati invece indirizzati al Comune). È bene evidenziare che nell’assegnazione del reddito di cittadinanza vengono selezionati non i singoli individui, bensì le famiglie in difficoltà economica; poi all’interno di esse si individua il membro che può essere coinvolto nelle politiche attive del lavoro.
Dei beneficiari ipotetici, circa 3.500, hanno firmato il patto per il lavoro mentre i restanti 2.100, per una varietà di cause, non sono state nella condizione di farlo perché esonerate: neo-mamme con bimbi fino a 3 anni, carichi di cura all’interno del nucleo familiare, soggetti con lavoro retribuito sotto i 9mila euro annuali che quindi mantengono lo stato di disoccupazione, persone che già frequentavano un qualche corso di formazione o un percorso di tirocinio, i più diversi motivi di salute, chi al momento della convocazione si è trovato in restrizione domiciliare, altri motivi di esonero.
E non basta, perché agli esonerati vanno aggiunti gli esclusi: gli ultra sessantacinquenni, chi frequenta scuola o università, i disabili. Tra esonerati ed esclusi 550 persone a cui occorre aggiungere 250 pratiche “trasformate” – casi in cui i navigator hanno ritenuto di dovere passare il fascicolo alle politiche sociali del Comune perché persone dalle necessità “multidimensionali”: precedenti penali, chi supera i 60 anni, problematiche di diverso tipo – e 54 pratiche sospese per esempio per rinunce o necessità di ulteriori controlli.
Così, alla fine, dei 3.500 percettori di reddito in realtà solo un terzo è stato ritenuto effettivamente in grado di lavorare: per molti è stato infatti necessario l’invito a prendere la licenza media, altri o lavoravano in nero da sempre ed erano privi di una reale esperienza professionale o si trovavano da anni fuori dal mercato del lavoro per cui era difficilissimo riuscire a dar loro una collocazione. Inoltre almeno circa 1500 sono state le ultra cinquantenni prive di una qualsiasi esperienza lavorativa se non quella domestica così come di idonee competenze.
Dal gran numero esaminato quindi solo un migliaio di persone è potuto essere concretamente indirizzato al patto per il lavoro. Uno screening utilissimo a nostro avviso per poter finalmente avere un quadro oggettivo della realtà del mondo del lavoro, una realtà che a noi appare quasi drammatica, con ritardi inaccettabili ormai, un gap culturale e sociale incolmabile se non prendendone atto e riformando radicalmente tutto.
Ovviamente il lavoro dei navigator è “ciclico”: finiti i 18 mesi del primo reddito, è possibile avanzare una nuova richiesta dopo un mese di sospensione, a cui occorrerà aggiungere i tempi necessari ai Caf di passare le richieste all’Inps e quindi ai Cpi, tre o quattro mesi almeno.
Le nuove adesioni attualmente sono 7245: 2465 persone da contattare per la prima volta e 4780 sono relative al rinnovo e anche qui il sistema ha mostrato le sue falle. Pare non ci sia stata una direzione unica a livello regionale per cui alcuni dirigenti dei Cpi hanno deciso di accettare il rinnovo senza particolari controlli, confidando sulla sola autocertificazione; altri, come a Siracusa, sono stati di parere diverso e hanno chiesto di rifare tutti gli accertamenti del caso in attesa di indicazioni chiare.
Ma per mettere altra carne sul fuoco occorre affrontare il capitolo imprese
Forse uno degli aspetti più importanti su cui, anche, occorrerebbe ragionare è infatti proprio quello relativo alle imprese. Sono stati forniti dal Ministero del Lavoro ai Cpi gli elenchi delle aziende che insistevano nei diversi bacini: per quello di Siracusa circa 6.660, 470 che ogni navigator avrebbe dovuto interpellare e coinvolgere per collocarvi i percettori.
Bene: molte, circa la metà, sono risultate non più attive. Non ha funzionato per nulla il raccordo tra Camera di Commercio, Agenzia delle Entrate, Ente locale e Cpi, quindi. Ma non è stato il solo grave impasse. Secondo le nostre fonti, ai navigator non è stata di fatto facilitata l’interlocuzione con le associazioni datoriali (confcomemrcio, confartigiantao confindustria ecc).
Inoltre, si è registrata una sostanziale diffidenza del mondo imprenditoriale nella formalizzazione della proposta lavorativa determinata anche dalla inadeguatezza degli incentivi per le assunzioni di percettori così come dal difficile momento che si è attraversato. “Era tanto che ti rispondessero con educazione e certo, quando chiedevi se avessero disponibilità occupazionale, le reazioni non erano delle più felici” racconta un navigator. “Su 450 aziende a mio carico, 200 non esistevano più e 150 non erano disponibili. Con cento ho iniziato ad avere un rapporto ma, quando gli imprenditori hanno chiesto quale fosse la nostra offerta, nella banca dati da noi creata, per altro non aperta a tutto il bacino dei lavoratori, date le caratteristiche dei nostri “lavoratori”, non risultavano per lo più profili professionali adeguati, all’altezza”.
Alla fine sono state individuate circa 300 opportunità lavorative: per lo più lavori stagionali, nel settore della ristorazione, alberghiero, edilizio. Ma senza prospettive di lavoro a medio e lungo termine perché un percettore di reddito dovrebbe accettare un contratto di pochi mesi la cui retribuzione abbatte notevolmente l’importo del reddito stesso?
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Infine il report sui PUC, progetti di utilità collettiva.
I numeri sono avvilenti. Le amministrazioni locali avrebbero dovuto impegnarsi al massimo nell’attivazione dei progetti anche solo per una fondamentale motivazione: ridare dignità ai propri cittadini più esclusi dalla rete sociale, farli sentire utili, indispensabili alla comunità, aiutarli a reinserirsi, certo nelle modalità possibili, con tutti i limiti, nel “mondo del lavoro”. Da questo punto di vista non si può che attestare il fallimento del sistema nella nostra realtà, perché altrove è andata diversamente, ma non solo per difetti insiti nella misura di sostegno, quanto piuttosto, ancora una volta, per precise responsabilità di chi ci amministra.
Questo il report sui PUC attivati nella nostra provincia.
Il numero accanto al nome del Comune indica i puc avviati, quello che segue il numero dei percettori coinvolti. Il numero delle persone coinvolte nei puc attivati da un certo ente locale deve essere ripartito (sul totale e non sui progetti) al 50% tra i residenti che vengono indicati dalle Politiche Sociali del Comune stesso (che attiva i puc, ne stabilisce fabbisogni obiettivi ecc e poi li carica sulla piattaforma GEPI) e tra quelli indicati dai centri per l’impiego.
Per individuare chi possa essere chiamato a sottoscrivere il patto per il lavoro il Cpi predispone elenchi, su base comunale, ordinato per ranking: la classifica vede ai primi posti le famiglie che percepiscono un maggior reddito. Al loro interno verrà quindi individuato il componente più giovane che sarà obbligato a sottoscrivere il patto, previa valutazione del Comune che ha predisposto il puc
SIRACUSA 0 – Buccheri 3 per 20 – Cassaro 0 – Ferla 0 – Solarino 7 per 52 – Palazzolo Acreide 0 – Floridia 5 per 42 – Canicattini 0 – Buscemi 0 – Sortino 0
AUGUSTA 5 per 78 – Melilli 0 – Priolo 0
LENTINI 8 per 120 – Carlentini 0 – Francofonte 0
NOTO 8 per 34 – Avola 7 per 58 – Rosolini 3 per 15 – Pachino 0 – Portopalo 3 per 32
Concludiamo con una considerazione: il reddito di cittadinanza rappresenta l’unica manovra di politica economica che influisce realmente e direttamente sui consumi ed evita che la pluriennale situazione di crisi si avviti ancora di più. Non per nulla, nei centri studi delle banche centrali si parla ormai di helicopter money (espressione coniata da Milton Friedman nel 1969 per descrivere gli effetti di un’espansione monetaria: soldi che piovono sulle persone come da un elicottero), la soluzione per una situazione economica gravemente compromessa da anni di liberismo esasperato e redistribuzione al contrario. I grandi che decidono i destini di tutti senza lungimiranza, così come soffia il vento… come il medicane di questi giorni.

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