Randazzo Antonio: “Riscoprire il senso di appartenenza a Siracusa, ormai quasi inesistente”

Cerco me stesso. Eterno bambino, ricordo il passato, vivo il presente e progetto il futuro. Non so chi sono e vorrei tanto saperlo. . .

È così che ci accoglie Antonio Randazzo oramai conosciutissimo personaggio della cultura siracusana. Antonio è orgoglioso d’essere un siracusano doc nato in Ortigia, in via Gargallo. Fin da giovane gli è piaciuto respirare con entusiasmo il profumo del legno, studiarlo e modellarlo, carpendo i segreti dai suoi maestri di bottega. La sua carriera lavorativa nell’Arma dei Carabinieri è stata più dovuta che voluta perché, se avesse potuto, sarebbe stato solo l’artigiano.

Ma l’evento fondamentale della mia vita è stato il matrimonio con Lucia, il mio grande amore. Proprio per questo ho realizzato, da un tronco di noce, il sogno di paternità mai realizzato: l’immagine di Lucia che abbraccia un bambino. Da quel momento la scultura m’ha appassionato sempre più e da qui le decine di realizzazioni. La mia seconda primavera, una nuova alba di successo. E accanto a questo l’amore per la mia città per la quale scrivo versi in vernacolo siracusano, per conservare a futura memoria una lingua in via di estinzione.

A cosa sono ancorate queste tue preferenze?

Al sentirmi cristiano e ai principi etici acquisiti da piccolo e mai dimenticati. È ciò che mi porta a denunciare lo sconforto per il degrado politico, etico e sociale di questa mia Siracusa, tanto ricca di storia millenaria. Ho così avuto l’idea di raccontare l’antica Pentapoli, seguendo i disegni e le conoscenze tramandate da archeologi e studiosi anche per uno stimolante percorso didattico. Volevo far scoprire la conoscenza dei tempi andati tramite i modelli dei monumenti realizzati in perfetta scala. Far riscoprire a tutti un’altra realtà rispetto a una città massacrata e ridotta a un ammasso di cemento da speculatori, con la complicità della classe dirigente. Poi ho iniziato, da autodidatta, a creare un sito che aggiorno continuamente e nel quale raccolgo collezioni di immagini, documentazione storica e archeologica. Ma il 7 maggio 2014 è morta la mia adorata Lucia.

Come hai reagito?

Sono sprofondato in un periodo di dolore e di rassegnazione. Poi, ho sentito la sua voce che mi incitava a rialzarmi e a realizzare i miei sogni. Ho capito che solo così avrei continuato ad esserle fedele e mi sono rialzato sentendomela vicino. Un garage è diventato il mio laboratorio, la mia sala espositiva e un circolo di incontri, l’ho chiamato “Cenacolo della siracusanità” inaugurandolo lo stesso giorno e mese del mio matrimonio. D’allora hanno preso forma altri lavori per me suggestivi e poi ho stampato in vernacolo siracusano il libretto, “cummedia saracusana”, i cunti ro nannu, nel quale ho raccontato episodi vissuti nella mia fanciullezza fino agli anni 60 e la traduzione e stampa dall’originale tedesco, fatta a mie spese anche se l’opera era ritenuta importante agli studiosi, del libro “Topografia archeologica di Siracusa”, di Hans-Peter Drögemüller. Quindi l’interesse per la tecnica del QR nell’elaborazione di una mappa turistica di Siracusa completa di tutto ciò che la città è dalle origini ai nostri giorni, con traduzioni in sedici lingue compreso il siciliano, collegata al mio sito divenuto ricco fra immagini e storia, visitato da migliaia di persone dall’Italia come dall’estero.

Un fare creativo incessante, ma oggi Antonio cosa pensa della sua città?

Ti rispondo con una premessa: per me Siracusa vive il più basso livello possibile di qualità etica, politica, sociale, per cui occorrerebbe una soluzione drastica e la prendo dalla storia di questa città. All’epoca il tiranno Dionisio, ritenendo inaffidabile la classe superiore, li cacciò sostituendoli con gente straniera. Ecco cosa farei della classe dirigenziale siracusana.

E se guardi al futuro di Siracusa?

Purtroppo, si vedono tanti modelli negativi e ciò è grave per i giovani, non sono questi gli esempi da seguire. Invece vi sono tante persone che non vengono valorizzate. Per parafrasare, penso a tanti delfini, i modelli positivi, dispersi che non vengono a galla, così si conosce solo la parte peggiore della realtà: gli squali. Credo fermamente che sono di più i delfini e farebbero scappare i pescecani se tutti noi fossimo uniti in un progetto comune mantenendo le nostre specifiche diversità. Isoleremmo i pescecani diventando un faro per le nuove generazioni. Ad esempio, sono tanti i professori che passando dal laboratorio desiderano ritornare con gli studenti, ma vengono bloccati dai loro dirigenti. Questo è dovuto alla mancanza di conoscenza dei loro superiori. L’essere più in vista aprirebbe la strada a tante situazioni positive.

Dove credi starebbe meglio la tua esposizione?

Non la vedo in Ortigia, oramai intasata, dove si prosegue con un turismo commerciale. Secondo me per un turismo consapevole è importante valorizzare altre zone di Siracusa. Ci sono realtà che hanno la loro importanza. Ecco, il venire alla mia mostra, qui in Acradina, spingerebbe a conoscere altri luoghi esistenti come la vicina torre d’avvistamento che aspetta solo il tempo per essere polverizzata, la tonnara di S. Panagia ed altri luoghi ancora. Ciò sarebbe salutare per tutti, tanti giovani non conoscono quasi nulla.

Ti voglio raccontare una storia per spiegarti meglio come vedo la realtà: quando lavoravo in bottega c’era una persona che conosceva tutte le opere liriche e le cantava ogni giorno. È così che ho conosciuto quel mondo non andando a teatro. Per cui apprendere ciò che ti viene raccontato specie da chi l’ha vissuto consapevolmente è importante.

Allora è vitale la storia orale?

Assolutamente sì, è anche per questo che ritengo inammissibile proporre una tragedia classica collocata in un’altra epoca invece di portare a conoscenza costumi e discorsi d’allora, che poi si contestualizzi, si aprano discussioni riferendosi all’attuale realtà; è indispensabile, ma bisogna partire da lì, dalla conoscenza storica. Non facendolo per me si viene meno al senso d’appartenenza, oggi quasi inesistente.

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