C’è chi ha protestato perché Piazza Pulita ha dato a un “pregiudicato” l’occasione per spargere veleni. “Perché dare voce ad un delinquente conclamato e depistatore, presto sicuramente indagato per calunnia aggravata?” ha chiesto Giorgio Bongiovanni su Antimafia 2000; inattendibile, un “avvelenatore di pozzi” secondo l’ex procuratore aggiunto di Milano Alfredo Robledo, come per altri. Per noi invece cercare di conoscere, anzi decifrare, questi “personaggi”, ascoltarli, osservare il loro comportamento mentre raccontano la loro “verità” è essenziale, e abbiamo trovato il “nuovo” Amara “più serio”, più nel ruolo, rispetto a come, per la prima volta, è apparso il 15 aprile del 2019 a Report, quando argomento dell’intervista era l’affaire Eni, il “depistaggio”, ma già si preannunciava il resto. Identica quella sorta di sfacciataggine che allora sui social era stata bollata con epiteti irripetibili, ma più propenso all’ironia. Allora ancora non era iniziato il tempo della sua “collaborazione” – “una scelta morale” di cui omette le ragioni per non suscitare “ilarità” -, che qualcuno si ostina a definire “pentimento”, termine che non sembra piacere neanche allo stesso Amara, forse perché improprio dato l’assunto alla base delle sue dichiarazioni (che non sono confessioni): l’aver accettato anche lui, all’inizio della sua “carriera”, il sistema da tempo condiviso da alcune teste di serie per soddisfare ambizioni e aspettative, come già sanno gli Italiani quasi assuefatti a “scandali” continui.
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Come sintetizzato da Corrado Formigli, e approvato dallo stesso Amara: “Dice Amara: ho commesso una serie di reati, depistato, corrotto, comprato giudici, ho applicato il mio sistema, ma oggi sono un collaboratore di giustizia che, essendo entrato in questo mondo, da criminale, ora lo voglio raccontare”. Si è presentato a Piazza Pulita così come immaginiamo faccia in tribunale: apparentemente padrone di sé, impassibile. Non un’espressione particolare ha tradito i suoi pensieri, forse solo un certo “assestamento” all’inizio della trasmissione, scomparso dopo due sorsi d’acqua. Nulla, neanche al sentire la sequela di attributi, certamente non lusinghieri, messi insieme prima da Salvatore Gulisano nel breve servizio introduttivo, poi da Corrado Formigli. Come se non si parlasse di lui ma di chissà chi altri. Sguardo sugli interlocutori al momento della domanda, a volte con fronte aggrottata nel cercare di intenderla bene, a volte con una quasi impercettibile espressione ironica prima di far sapere di essere in possesso di prove “a sua tutela” “immaginiamo che… facciamo l’esempio che…”. Mai di sfida. Mai un gesto di insofferenza, solo molto determinato nel precisare la necessità di “distinguere” o nel respingere attribuzioni errate alle sue parole: “Non insinuo. Non ‘ho fatto capire’ ma sto dicendo” (a Fittipaldi su Lotti). Sempre rispettoso (con un’enfasi innaturale), sempre attento a non interrompere chi invece lo ha fatto spesso, a volte proprio nel momento meno opportuno, come su Teletouch, la società fiorentina di informatica di Bacci, fermato bruscamente e del tutto improvvidamente da Mieli. Sornione, come un gatto che gioca col topo. Risposte lente, estremamente ponderate, certo per darsi il tempo di ragionare, semmai tessere la trama che secondo noi riesce comunque a imbastire sul momento, e soprattutto – crediamo – di ricordare, di non entrare in contraddizione con le dichiarazioni già rese, con quella parte di (sue) verità che ha deciso di tirar fuori, anche per non minare quella “credibilità” a cui sembra tener molto da quando, nella sua vita, c’è stata la “svolta”, e che rivendica persino in alcuni interrogatori che abbiamo potuto leggere.
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E da questi argini autoimposti anche le premesse, le lungaggini nelle risposte, lo sviamento, i divagamenti rispetto al nodo centrale della domanda, per poi tuttavia arrivarci. A modo suo. Amara “vuole” essere creduto e noi, come le Procure che lo hanno indagato, per lo più gli crediamo e pensiamo che non sia produttivo non farlo, se davvero si vuole capire a che punto siamo arrivati in Italia. La volontà, forse istintiva, anche comprensibile, di delegittimare Amara nella sua veste di testimone di enormi nefandezze, che abbiamo percepito durante la trasmissione e che leggiamo ancora in alcuni successivi autorevoli interventi, non ci convince. Forse occorreva andare più preparati (Paolo Mieli non lo era per sua stessa ammissione) ad affrontare la complessità del personaggio e degli argomenti. Un errore consegnare al pubblico, poco informato, l’immagine di un “ciarlatano”, sminuire con battute, o domande inutili, la portata delle sue affermazioni, liquidarle come una montatura, un nuovo depistaggio. Proprio, infatti, per non abboccare alle “esche” paventate da Paolo Mieli (che è sembrato disorientato dalla personalità di Amara “un genio!”, dalla sua capacità – o presunzione, se si preferisce – di invischiare tutti nella rete delle sue parole), pensiamo che sia opportuno attenersi a una regola ferrea nel leggere, e poi riferire nei propri articoli, le sue dichiarazioni: non dimenticare mai il contesto in cui ogni termine, ma soprattutto ogni singolo nome, viene pronunciato. Se il nome del magistrato Sebastiano Ardita viene realmente tirato fuori a seguito delle domande dei pm, tra l’altro accanto a quelli di altri magistrati al di sopra di ogni sospetto, è obbligo, per chi riporta la notizia, non imbastirci sopra, non farne un caso, anche se rimane il sospetto che il nome sia stato messo lì proprio come “esca”, che è comunque altro rispetto all’eventuale verità del fatto. Impossibile certo pensare che qualcosa sfugga all’autocontrollo di Amara. Se si parla di Giuseppe Conte, del modo con cui vengono conferiti determinati incarichi, nel momento in cui ci si rende conto che tutto si è svolto secondo la prassi della “segnalazione”, al di là dei giudizi “etici” che ciascuno è libero di dare, perché gridare allo scandalo, innescare la polemica? Forse non si tratterebbe più di essere “tontoloni” (P. Mieli), ma di voler cercare il titolo ad effetto, offrire la possibilità ad Amara di protestare che: “Lo scandalo l’hanno fatto i giornali”. Io rispondevo alle domande, ha più volte detto. Per non essere tontoloni basterebbe quindi non fare il gioco d’Amara, non fornirgli assist, non assecondarlo nel rito macabro del name dropping rilanciando sui giornali. Se Amara spiega che, dopo la decisione di “collaborare”, preoccupato che i magistrati non cercassero loro, in tempi rapidi, gli opportuni riscontri alle sue dichiarazioni, ha egli stesso contattato i suoi “compagni di associazione” per registrare di nascosto conferme utili alla sua causa, perché offrire la rappresentazione comica di uno che, appena finito di parlare ai pm, se ne va in giro, a caccia, armato di registratore? Perché ancora sottovalutare i motivi delle presunte raccomandazioni (il compito passato sottobanco per superare un concorso, malvezzo italico che riteniamo gravissimo, o un posto di lavoro) quando proprio di questo si è sempre sostanziato il metodo Amara, e non solo il suo?
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Certo, per altro verso, come Amara crediamo faccia nelle sue dichiarazioni in tribunale come con i mezzi di informazione, c’è da ritenere che mandi avvertimenti a quelli che un tempo sono stati suoi sodali o danti causa. Ci siamo chiesti quanti, ascoltando i suoi “esempi” che sembravano riferimenti assolutamente specifici a fatti, circostanze, persone, abbiano sussultato e immediatamente pensato alle contro misure da mettere in campo contro audio e registrazioni. “Prove granitiche”, come quelle che dovrebbero dimostrare i rapporti di Amara con Luca Lotti, o con persone evocate ma non nominate con perfetta retorica della “preterizione”, allusioni difficilmente interpretabili per chi non sa, ma sicuramente colte da chi probabilmente, in queste ore, si sta già sentendo in trappola. Perché dovrebbe essere certo che in questa tornata Amara tirerà giù con sé tutti quelli che vorrà, anche perché è preoccupato – “non ho paura, non è nella mia natura, ma preoccupato; non credo nei complotti ma alle non verità sì” -, preoccupato di non poter essere lui, questa volta, a guidare il gioco, mentre rischia di essere stritolato da quegli stessi ingranaggi che fino a ieri ha ben oliato. Bisognerebbe indagare per capire cosa ci sia davvero nella “irregolarità” dei verbali sull’associazione Ungheria diffusi mentre gli interrogatori erano ancora in corso: “Un avvocato sarebbe finito in carcere se avesse fatto uscire verbali in piena segretezza istruttoria”. “Capisce che io mi sono affidato alla magistratura!” chiarisce Amara. Il rischio è che il cerchio si chiuda e che lui ne resti fuori, con il cerino in mano, come già successo ad altri.
(foto tratte da Piazza Pulita – La 7)

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