SE IL CALCIO DEI RICCHI DÀ UN CALCIO AI POVERI

In questi strani giorni in cui la pandemia di Covid 19 non accenna ad allentare la sua morsa ed è sempre la prima notizia sui media, il TG nazionale apre l’edizione della sera con una notizia relativa alle competizioni ufficiali del calcio europeo messe in pericolo da una nascente Superlega, che rischia di provocare un vero e proprio terremoto nel panorama del calcio europeo e mondiale così come lo conosciamo sino ad oggi. Gli esponenti più ricchi del calcio europeo vorrebbero fondare una nuova Lega sportiva, la Superleague per la precisione, che comporterebbe un campionato europeo riservato solo ed esclusivamente a loro. Inizialmente si pensava che i fondi per dar vita a questa nuova Lega arrivassero da un finanziatore occulto, ma il segreto è durato poco. È la banca d’affari J.P. Morgan, multinazionale di New York, che paga i 3,5 miliardi per il torneo. Per i club si tratta di un prestito, e cioè un premio d’entrata da restituire in 15 anni. Ai promotori andranno 350 milioni di dollari, gli altri dovranno “accontentarsi” di 100. L’obiettivo è un fatturato annuo di ben 4 miliardi. E i risultati sul campo? E chi se ne frega… Cioè si saltano a piè pari i principi basilari e primitivi dello sport, quelli da sempre stabiliti dal campo e dalla meritocrazia, dove poteva anche capitare che, se quel giorno si dimostrava più in forma, la piccola Atalanta di Bergamo poteva anche battere il grande Real di Madrid. Il barone De Coubertin sicuramente si starà rivoltando nella tomba! Ed è antipatico ma doveroso aggiungere che tra i fautori di questo “attentato all’etica sportiva” ci siamo proprio noi, nel senso che il presidente di questa neonata Superlega è Florentino Perez, primo dirigente del pluridecorato Real Madrid, ma il suo vice sarebbe niente poco di meno che Andrea Agnelli, presidente dell’italianissima Juventus. Il loro scopo sarebbe invero quello di copiare il modello americano, dove sulla testa delle superpotenze del NBA o del Superbowl, finisce ogni anno una vera e propria pioggia di dollari erogati dalle TV, trasformando così quelle che camuffate da gare sportive sono poi in realtà degli show da circo, con tanto di effetti speciali e di festanti cheerleaders. A sentire invece Florentino Perez, la creazione di questa Superlega sarebbe addirittura indispensabile, altrimenti l’intero calcio europeo si metterebbe a rischio, segnato com’è dall’impatto economico della crisi sanitaria in atto. Quindi a suo dire questo movimento è nato per salvarlo, il calcio. Inutile dire che l’intera opinione pubblica non la pensa esattamente allo stesso modo, ma anzi il direttivo dell’UEFA (la federazione ufficiale del calcio europeo) presieduto dall’avvocato sloveno Aleksander Ceferin (che ha definito Agnelli un falso e bugiardo opportunista) ha indetto per giovedì una seduta straordinaria per discutere appunto di questo problema, minacciando i club che faranno parte della nuova Superlega di una immediata esclusione dai campionati europei in corso, incluso quindi la corrente Champion’s League, il prossimo Europeo che partirà in giugno e ogni altra competizione ufficiale. Anche tra i tifosi, più o meno famosi (hanno detto la loro persino il Principe William e il nostro premier Draghi), c’è stata una valanga di reazioni tra lo sdegnato, l’incredulo e lo sgomento. Quel che è certo è che si profila una battaglia politica e legale.

Che dire di questa novità che è piovuta improvvisamente a scalfire quelle poche ma solide certezze che erano rimaste ai tifosi di calcio, come se non bastasse già il virus imperante che ce l’ha messa tutta per toglierci una buona parte delle nostre certezze?

La Superlega non ci piace. Non ci piace questo calcio di plastica, immaginato da un gruppo di presidenti e finanzieri che vogliono non solo rompere con l’Uefa, ma trasformare la più appassionante competizione europea in un trofeo a inviti. Non ci piace la modalità con cui tutto è avvenuto. Di nascosto, sottobanco. Agnelli, mentre in Europa trattava la nuova edizione della Champion’s League col presidente Ceferin, preparava il golpe con Real e Manchester United. Mentre in Italia diceva sì ai fondi in Lega e si faceva nominare nella commissione incaricata, metteva le basi per sabotarla, battendosi contro l’accordo che aveva fino a poche settimane prima sostenuto. L’ipocrisia eretta a sistema. Dietro alla Juve, a rimorchio, l’Inter e il Milan, coi relativi dirigenti, Marotta e Scaroni, che a questo punto sarebbe opportuno che lasciassero le loro nomine di consiglieri federali, visto l’aperto conflitto con la Federazione. E il paradosso è che i nostri club sono entrati in questa élite (così si definiscono), mentre sul campo sono usciti malamente dall’Europa senza lasciare traccia. Non vinciamo una Champions da oltre un decennio, non abbiamo mai vinto un’Europa League e quindi le nostre tre società di punta sono state invitate a questo banchetto non certo per i risultati conquistati in campo, bensì per monetizzare la passione dei milioni di tifosi che in Italia seguono appunto la Juventus, l’Inter e il Milan. Il calcio non è l’NBA, non lo sarà mai. Il gioco stesso e la passione che lo sostiene si fondano sulla possibilità che la squadra più debole abbia una chance di battere la più forte. Tradire questo principio significa tradire la nostra stessa cultura europea. L’Olimpiade è nata in Grecia, non a Las Vegas. Lasciare fuori la Germania, la Francia, la Russia, il Portogallo, l’Ungheria, l’Olanda o tutti i paesi dell’ex Jugoslavia, paesi che hanno fatto, e fanno ancora, la storia del calcio, è un delitto. Far giocare sostanzialmente sempre gli stessi è un’assurdità fatta passare come una conquista del nuovo che avanza, del modello americano di intrattenimento a cui è sbagliato resistere. Ma ci rendiamo conto? Lo sport non è sport quando non esiste più il rapporto tra sforzo e ricompensa. Non è sport se il successo è garantito o se è irrilevante quando perdi. Quindi qual è veramente la componente che si mette in gioco? Ma i soldi, naturalmente. La pandemia ha fatto esplodere i bilanci e la crisi di liquidità di cui soffrono questi fatidici dodici super club sottoscrittori. Tre hanno proprietà americane, un altro è di uno stato arabo, uno di un oligarca russo che ha preso il passaporto israeliano per poter rientrare in Inghilterra. Poi c’è un inglese che risiede alle Bahamas e i due club spagnoli che hanno accumulato oltre due miliardi di debiti. Per non parlare delle tre italiane che di certo non stanno messe meglio. È così presto spiegato il motivo che ha indotto i dirigenti di queste società a trovare questo escamotage per reperire nuove risorse economiche. Altro che Lega per campioni… Cosa succederà ora? L’Uefa dovrà decidere se mettere al bando i 12 club e come farlo. Ci sarà materia per gli studi legali. Che senso ha ora il campionato in corso con la bagarre per un posto in Champions, che oggi sta appassionando i tifosi, se i posti sono già assegnati? Dove c’è competizione sportiva deve esserci merito. Altrimenti va in crisi tutto un pensiero filosofico. Non si può concepire il calcio solo come finanza. Così si compie un delitto, e la vittima è la passione di milioni di persone. I dodici club dissociati per ora hanno perso solo la faccia, speriamo che presto perderanno anche la partita!

 

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